VIOLENZA SULLE DONNE/ 877 femminicidi in sette anni: una guerra. Prevenire o curare?

877 donne ammazzate in sette anni, 117 in undici mesi in un’Italia che, a causa di fondi esigui, non riesce a combattere adeguatamente il fenomeno nonostante l’esistenza di leggi in merito, che però vengono applicate male. Pochi i centri antiviolenza per donne maltrattate, quasi inesistenti le case di protezione per le vittime a rischio. Il contraltare? L’avvio di strutture per aiutare  gli uomini che provocano la violenza. Tutte cose necessarie per evitare non soltanto il femminicidio ma anche le violenze meno gravi che procurano comunque danni pesanti a chi ne è vittima.

 

di Viviana Pizzi

violenza_sulle_donne_mattanzaDomenica ricorre la giornata internazionale contro la violenza alle donne. Il 25 novembre è ormai da alcuni anni che risulta essere la data in cui spesso si fa commemorazione. Dati, statistiche e quant’altro su un fenomeno che in Italia è divenuto ormai una vera e propria emergenza sociale.


LA MATTANZA: IN SETTE ANNI 877 DONNE AMMAZZATE

I numeri dell’Istat e della cronaca nera infatti non dicono nulla di buono: in Italia dal 2005 ad oggi sono state ammazzate 877 donne per mano degli uomini (compagni, ex compagni, figli, padri ma soprattutto familiari). Se si guarda soltanto al dato degli ultimi undici mesi il dato è di 117 vittime. L’ultimo caso a Salerno dove un 40enne è stato arrestato per avere ucciso la madre dopo una violenta lite.

Solo dieci in meno delle 127 dello scorso anno, un mese però deve ancora passare e non si sa ancora con quale cifra si chiuderà il 2012, anno in cui la parola femminicidio ha acquistato forse il suo valore vero. Quello delle donne che vengono uccise dalla mano dell’uomo. Mesi in cui si sta lottando con tutte le forze per eliminare dal gergo giornalistico il termine di “omicidio passionale” quando ci si riferisce a un uomo che uccide una donna.

Il tema però che spesso si prende sottogamba è proprio quello della violenza che precede il femminicidio. Quel vissuto quotidiano dentro  le famiglie (nel 76% dei casi) e fuori da esse fatto di calci, pugni, schiaffi, persecuzioni telefoniche, stupri e nel peggiore di essi (quando si riesce a uscirne) violenza economica.

La mancanza di indipendenza che, insieme alla vergogna, porta il 90% delle donne a non denunciare le violenze subite.  Tuttavia esiste una legislazione in Italia in grado di prevenire l’omicidio delle donne. Che però non viene applicata  a dovere.


LE LEGGI E I CENTRI ANTIVIOLENZA CHE DOVREBBERO FERMARE LA MATTANZA

La donna che rischia di essere uccisa spesso avverte il pericolo. In quasi la totalità dei casi sa di essere una possibile vittima del suo carnefice. Sono infatti meno del 10% gli uomini che uccidono in seguito ad un raptus. Più del 90% infatti mostra già prima i suoi tratti violenti a chi intende trasformare in vittima. Per questo può e dovrebbe essere fermato prima che il danno diventi irreparabile e un altro cadavere vada ad affollare il cimitero di donne assassinate.

La prima cosa da fare è cercare di allontanarsi, qualora la violenza avvenga in famiglia, per trovare la forza di elaborare quanto è accaduto e ricostruire il proprio io interiore. Soprattutto è necessario per fronteggiare la paura di nuove e più gravi violenze.

Per questo il passo da fare sarebbe quello di rivolgersi ai centri antiviolenza. Cosa sono? Servono al sostegno della donna nel percorso di guarigione dalle ferite ricevute, danno informazioni utili su terapie da seguire, favoriscono rapporti positivi con soggetti istituzionali. Hanno al loro interno psicoterapeuti e avvocati specializzati che seguono le vittime sia per quanto riguarda una terapia psicologica sia per quello che serve legalmente per separazioni o denunce di vario tipo.

Il problema italiano è quello di sapere dove trovare questi centri. Non tutte le regioni ne sono fornite adeguatamente infatti.

Le regioni meglio seguite, stando ai dati del Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio, sono la Lombardia e l’Emilia Romagna dove ci sono 17 centri. Medaglia di bronzo al Veneto con 14 strutture. In coda alla classifica ci sono invece il Molise e la Basilicata con un solo centro e la Calabria con tre.  E guarda caso il maggior numero di denunce per reati di violenza arrivano proprio dall’Emilia Romagna con l’11,5%.


MANCANZA DI FONDI E POCHE CASE DI PROTEZIONE

I centri presenti sul territorio sono comunque insufficienti per arginare il fenomeno degli stupri e delle violenze familiari. Tutto questo avviene, come in altri campi, perché i fondi a disposizione sono pochi.

Negli ultimi due anni dal Dipartimento per le Pari Opportunità della presidenza del Consiglio sono stati stanziati venti milioni di euro contro la violenza alle donne. Ma il 50% del finanziamento non è ancora nelle disponibilità delle strutture a cui serve per la sopravvivenza.  E tutto questo aggrava la situazione già precaria come nel caso del centro di Napoli chiuso il 18 giugno scorso perché le casse erano a secco e non riceveva i finanziamenti comunali dal 2009. Stessa situazione a Isernia nel Molise dove a causa dei tagli governativi è stata requisita l’unica casa di protezione presente in Regione.

Cosa sono le case di protezione? Sono delle strutture dove le donne maltrattate e violentate possono essere ospitate per evitare di essere uccise. Dove si possono nascondere dal proprio aggressore e sono poste in località segrete delle varie regioni.

Sempre secondo i dati del dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio in tutta Italia ce ne sono 74 con 700 posti letto per mamme e figli maltrattati. Siamo ben al di sotto della direttiva europea  secondo la quale ce ne dovrebbero essere 5700. Vanno avanti grazie al lavoro dell’associazione Donne in rete conto la violenza e di Arianna titolare del numero antiviolenza 1522 che annovera 165 centri alle sue dipendenze.

I posti vengono assegnati per cause di forza maggiore alle donne che vivono le situazioni di pericolo più grave. Per accedervi bisogna decidere di interrompere la relazione violenta e proporre ricorso al Tribunale Civile del proprio luogo di residenza e chiedere un ordine di protezione e allontanamento del coniuge o convivente violento dalla casa familiare.

Lo strumento legale è stato introdotto con la Legge n154/2001 e ha durata non superiore a un anno ma prorogabile per gravi motivi e per il tempo strettamente necessario.

E’ proprio nelle situazioni più gravi che la donna con i figli minori può essere collocata nelle case protette o nei centri antiviolenza individuati dallo stesso servizio sociale. Nelle province dove non esiste alcuna struttura, un esempio è Campobasso, viene a mancare tutto l’impianto di protezione.


I CENTRI PER UOMINI MALTRATTANTI

I numeri e le casistiche appena snocciolate, come è evidente, non bastano a debellare il femminicidio e le violenze sessuali e quelle in famiglia. Gli psicoterapeuti allora, seguendo il modello americano, hanno pensato a un’altra forma di aiuto: i C.A.M. acronimo che sta per centri per uomini maltrattanti.

Quest’ultimo termine definisce quelle persone che con il proprio comportamento fanno del male fisico e psicologico alle proprie vittime (compagne, mogli, figlie e vittime occasionali per quanto riguarda gli stupri di strada).  La prima struttura è nata proprio tre anni fa a Firenze e con gli stessi strumenti del suo gemello per le donne, ascolta e aiuta con una terapia adeguata gli uomini che si riconoscono in tali comportamenti.

Proprio dopo il terzo compleanno arrivano dal capoluogo toscano i primi dati: 98 persone si sono rivolte al servizio specifico per chiedere aiuto.

Non tutti sono stati capaci di cambiare il proprio comportamento e alcuni non hanno potuto accedere al servizio perché non residenti in Toscana. Nessuno di quelli che hanno chiamato lo ha fatto perché vincolato da costrizioni legali. Si tratta di persone la cui donna è finita al pronto soccorso a causa delle lesioni subite. In altri casi si sono riconosciuti “mostri” dopo un intervento nei loro confronti delle forze dell’ordine e nei casi più gravi sono i carnefici di donne che si sono dovute proteggere o a casa di parenti e amici o nei centri antiviolenza. Molti genitori si sono messi in contatto psicologico con i figli maltrattati e ne hanno capito le esigenze.

Ora Firenze non è più la sola città dove esistono questi centri: il secondo è stato aperto a Bolzano all’interno di un consultorio della Caritas. In Alto Adige hanno però escluso le persone con gravi problemi psicologici o dipendenze.  Ferrara e Reggio Emilia sono le altre due città dove i centri sono stati aperti da pochi mesi.

Una futura apertura, nei prossimi mesi, è prevista anche a Formia (Latina) nel centro caritas gestito dall’associazione Veronica De Laurentiis centro antiviolenza e antimobbing familiare “Silvana Mangano”.


I DANNI FISICI DELLE VIOLENZE SULLE DONNE

Le terapie dei centri per le donne servono anche a casi meno gravi e che possono non essere l’anticamera dell’omicidio.  Si tratta di riconoscere le conseguenze sanitarie che derivano dalle violenze fisiche e sessuali che vengono subite da un terzo della popolazione femminile almeno una volta nella vita in età dai 16 ai 70 anni.

Secondo l’organizzazione mondiale della Sanità le conseguenze su più del 90% delle donne vittime di violenza consistono in danni fisici (lacerazioni, fratture e i danni agli organi interni), le disabilità temporanee e permanenti, le gravidanze indesiderate, le infiammazioni delle ovaie e dell’utero, infezioni vaginali, dolore mestruale, dolore pelvico e irregolarità del ciclo mestruale.

Arrivano poi le malattie sessualmente trasmesse (compresa l’AIDS), i problemi gastrointestinali e la  sindrome del colon irritabile, i problemi cardiovascolari, l’asma, e i comportamenti auto-lesivi  (fumo, abuso di alcol, attività sessuale a rischio senza uso di protezione).

In casi più gravi le conseguenze fisiche si mescolano a quelle psicologiche e portano a: depressione, tendenza al suicidio, paura, senso di colpa, ansia,  attacchi di panico, scarsa stima di sé, disfunzioni sessuali, problemi di alimentazione, disordine da  comportamento ossessivo-compulsivo, disordine da stress post traumatico.

Un fenomeno, quello della violenza alle donne, spesso non collegato dai medici alle patologie appena elencate proprio perché le vittime non lo palesano. Lo confermano i dati Istat  secondo i quali le donne parlano di una violenza  subita tentata o consumata, all’ultimo posto con il medico (l’1,5% dei casi), dopo i familiari  (32,9%), gli amici (31,4%), i colleghi (4,6%), lo psicologo (4,4%), le forze dell’ordine (3,2%), altri  (2,1%), i servizi sociali (1,7%). Ben il 30,6% non ne parla con nessuno.

Un fenomeno con mille sfaccettature che non viene mai descritto nella sua totalità. E’ impossibile farlo se  ancora oggi soltanto una donna su dieci ha il coraggio di denunciare una violenza. Mentre le altre nove continuano a subire in silenzio e a portarsi dentro per l’eternità il proprio dolore.

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