Via Gradoli – Tutti casa, servizi segreti e…

La via Gradoli, famosa per il sequestro di Aldo Moro, è ancora avvolta nel mistero: covi di servizi segreti italiani, ignare famiglie e..

Infiltrato.it pubblica la prima parte di una inchiesta-shock di Rita Pennarola.

via_gradoli_96

Un intero pezzo di citta’ che diventa zona franca. E sul palcoscenico, a mascherare i veri business, un rutilante circo di transessuali. Questa e’ oggi via Gradoli, dove il Sisde dominava nei giorni del caso Moro, con Francesco Cossiga al Viminale e in vetta ai Servizi Segreti. All’indomani della sua scomparsa, siamo tornati nella zona del covo BR. Dove si gioca una partita a base di coca, con un convitato di pietra: i Casalesi. Per la prima volta, ecco sigle e personaggi proprietari degli immobili.
C’e’ una autentica enclave degli 007 italiani, nella capitale. Si trova nella zona nord, dalle parti della Cassia, poco distante dalla Tomba di Nerone. E si chiama via Gradoli. E’ una cittadella di palazzine appartate, con tanto di viali privati, tirata su nel corso degli anni settanta forse proprio col preciso intento di dar vita ad una “zona franca” per trame di ogni genere, tutte puntualmente verificatesi, dal caso Moro fino allo scandalo Marrazzo dei giorni nostri. Ma procediamo con ordine. Perche’ in quella ombrosa roccaforte romana non sono acquartierati solo uomini e societa’ di copertura dei Servizi, ne’ esclusivamente nerbotuti brasiliani in minigonna dediti a fornire fiumi di coca ai vip, spacciando il tutto come prestazioni sessuali. No: accanto a queste inquietanti compagini ci sono decine di ignare famiglie, oggi tutte scese in campo e riunite in un agguerrito comitato per restituire dignita’ alla loro zona.
E, forse, c’e’ anche altro.
LA GRADOLI DEL CASO MORO
Se qualcuno pensava che quei personaggi chiave del sequestro di Aldo Moro siano oggi a via Gradoli solo un fantasma del passato, beh si sbaglia. Perche’ alcuni tra quei “fantasmi” sono ancora in qualche modo li’. In carne e ossa.
Partiamo dalla famiglia Catracchia, proprietaria di numerosi appartamenti in via Gradoli: sia al civico numero 96 (quello dove, nel bilocale a pian terreno, il trans Natali’ riceveva Piero Marrazzo, e non solo lui), sia nei fabbricati contrassegnati dai numeri 35 e 75. Tanti, insomma. Alcuni posseduti attraverso una societa’, la Immobil Varese di Laura Catracchia, altri direttamente intestati a suo fratello Domenico Catracchia, o alla figlia di quest’ultimo, Simona, o ancora alla moglie, Teresa Palocci.

Chi e’ Domenico Catracchia? Romano, 66 anni, oggi risulta titolare di una vecchia societa’ in accomandita semplice, la Nidas, fondata nel 1970, che ha sede proprio in via Gradoli, al 75, dove possiede alcuni immobili. Dedita alla costruzione di edifici, Nidas era stata interamente rilevata nel 1998 da Catracchia e da sua figlia Simona. Cedente era stato l’ex socio di Catracchia, Massimiliano Teichner.
Ma la storia vera e’ un’altra. Si’, perche’ il nome di Domenico Catracchia risuona fra le pagine oscure che ricostruiscono le trame segrete del rapimento Moro. In quegli anni il titolare di numerosi immobili di via Gradoli si chiamava Vincenzo Parisi. Lui, l’allora funzionario Sisde, che sarebbe poi diventato capo della Polizia negli anni delle stragi di mafia. Lui che insieme al collega del Sisde Bruno Contrada ricevette Paolo Borsellino nel famoso incontro al Viminale con il ministro del tempo, Nicola Mancino, appena 48 ore prima delle bombe in via D’Amelio. Il braccio destro per le questioni immobiliari di Vincenzo Parisi era un signore di nome Domenico Catracchia.

A maggio del 1998, in occasione del ventennale dell’assassinio di Aldo Moro, alcune interrogazioni provenienti da diverse parti politiche scuotono Montecitorio e Palazzo Madama. Anche perche’ in quei giorni Sergio Flamigni, ex componente della Commissione Stragi, pubblica con Kaos l’incandescente: “Il covo di Stato”, sui rapporti fra BR e Servizi nel caso Moro. A tirare in ballo Catracchia e’ per primo il senatore dei Ds Paolo Corsini, secondo il quale in quegli anni l’allora funzionario Sisde Vincenzo Parisi era divenuto «intestatario di alcuni appartamenti nel palazzo di via Gradoli 96» ed aveva «affidato la amministrazione degli immobili di sua proprieta’ al signor Domenico Catracchia, amministratore dell’intero stabile, il quale riscuoteva personalmente gli affitti da tutti gli inquilini per conto di societa’ immobiliari riconducibili ai Servizi».
Ma non basta. Corsini attacca ancora e chiede «se risponda a verita’ che dagli archivi del Catasto Urbano di Roma sia scomparsa la documentazione relativa all’appartamento di via Gradoli 96, scala A, interno 11, cioe’ l’appartamento che funse da base operativa per preparare e attuare il sequestro Moro».
E c’e’ dell’altro, perche’ dall’archivio del commissariato Flaminio Nuovo della Polizia di Stato risultavano scomparsi i documenti relativi alla scoperta del covo Br di via Gradoli 96. Per chi non lo ricordasse, l’inquilino del civico 96, scala A interno 11, altri non era che «l’ingegner Mario Borghi», alias il brigatista Mario Moretti il quale, insieme alla sua compagna Barbara Balzerani, si servi’ “stranamente” di un appartamento che risultera’ poi di copertura dei Servizi per tutto il tempo dei preparativi e del sequestro dello statista democristiano.

Nel 1994 esplode lo scandalo dei fondi neri del Sisde. Che porta alla luce, fra l’altro, le numerose societa’ immobiliari usate dai Servizi: tutte dall’apparenza “normale”, tutte intestate a dottori commercialisti, fiduciari o prestanome. E saltano fuori gli appartamenti di via Gradoli: ben 20 solo al civico 96. Otto facevano capo, all’epoca, alla societa’ Monte Valle Verde, amministrata dal commercialista Aldo Bottai, il quale si dimette poche ore dopo la scoperta del covo di Moretti. Qualche anno dopo, nel 1981, ritroviamo Bottai alla guida della finanziaria Negrafin, a sua volta fondatrice della Capture Immobiliare, altra sigla delle barbe finte che sara’ sequestrata nel 1993. Capture ancora oggi e’ affidata alle cure del custode giudiziario Davide Franco, un professionista delle curatele post-sequestro giudiziario (il suo nome ricorre in decine e decine di incarichi affidati dalla Procura di Roma), all’epoca appena trentunenne.
I “fantasmi” del caso Moro, intanto, non sono ancora finiti in via Gradoli. E ci riportano di brutto alle inchieste giudiziarie di oggi. Perche’ l’ingegner Borghi-Mario Moretti nell’appartamento del civico 96, secondo piano, aveva una dirimpettaia molto particolare. Sullo stesso pianerottolo del covo abitava infatti Lucia Mockbel, sorella di quel Gennaro Mockbel finito nel marzo scorso al centro di un’inchiesta giudiziaria a base di Telekom Sparkle, Fastweb e ‘ndrangheta, su cui si allunga anche l’ombra della banda della Magliana.

continua…

Tratto da “La Voce delle Voci” di Settembre 2010

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