La vera storia del caso Marrazzo: tra via Gradoli e i Casalesi

Piero Marrazzo, ex governatore del Lazio

Piero Marrazzo, ex governatore del Lazio

Questa è la clamorosa ricostruzione dei fatti che sconvolsero la vita di Piero Marrazzo: epicentro la tristemente famosa Via Gradoli, quella di Aldo Moro per capirci; protagonisti nell’ombra gli uomini della camorra. E diverse vittime, tra cui proprio Marrazzo. Ecco l’inchiesta integrale, pubblicata da Rita Pennarola per La Voce delle Voci.

LA GRADOLI DI MARRAZZO

Via Gradoli oggi

Via Gradoli oggi

E pensare che a tuonare in parlamento sui misteri di via Gradoli era stato, nel 1998, anche Gianni Alemanno. Lo stesso sindaco di Roma che dieci anni dopo, appena arriva in Campidoglio, presceglie per amministrare le società pubbliche Roma Entrate spa e Zetema Progetto Cultura, guarda caso, esattamente i due proprietari dell’appartamento preso in fitto da Natali’, il “fidanzato” di Piero Marrazzo, che accoglieva l’ex presidente della Regione Lazio proprio un piano sotto al covo di Moretti. Possibile? Vediamo.

I NIPOTINI DI SANDOKAN

Francesco "Sandokan" Schiavone

Francesco “Sandokan” Schiavone

E allora noi facciamo un passo indietro. E torniamo a quei primi giorni di febbraio 2009 quando i carabinieri del nucleo investigativo di Roma arrestano oltre 30 affiliati ai Casalesi operanti nel basso Lazio. A capo del sodalizio c’era Gennaro De Angelis, referente del clan nell’area di Frosinone, Latina e Gaeta, nonché imparentato con Francesco SchiavoneSandokan”. Un sequestro, quello messo a segno ai danni dell’organizzazione criminale, dal valore complessivo di 80 milioni di euro. E di fronte al quale si registro’ un secco annuncio di Piero Marrazzo: è solo l’inizio, andremo avanti. Un po’ troppo, forse, secondo i boss degli stupefacenti, per un uomo che già da tempo assumeva regolarmente cocaina. E che di certo non la comprava in farmacia. Ma intanto a novembre era stato trovato morto anche Brenda, l’altro trans “dalla lingua lunga” che aveva avuto frequenti incontri con Marrazzo e chissà quanti altri vip.

Fino a novembre 2009, vigilia dello scandalo, l’immobile contrassegnato al catasto come «appartamento via Gradoli n. 96, piano T, interno 2, scala B, edificio 1» risultava di proprietà della T.L.F. srl, codice fiscale 06392981004. 

GLI INTRECCI CON LA CAMORRA

Il Mof di Fondi

Il Mof di Fondi

A luglio 2009 scatta l’operazione del MOF, il mercato ortofrutticolo di Fondi, che si scopre essere crocevia di piu’ mafie impegnate in colossali operazioni di riciclaggio e controllo del territorio. E’ solo l’inizio. E i boss lo sanno bene: meno di un anno dopo un altro duro colpo all’organizzazione: a maggio 2010, sempre intorno al MOF i sequestri di beni, aziende e denaro liquido ammontano a quasi 100 milioni di euro.

Primi di settembre 2009, occhio alle date. Sempre i carabinieri, stavolta quelli del Ros, stanno seguendo la pista del narcotraffico che conduce dalla provincia di Caserta al basso Lazio fino al cuore della capitale; in particolare cercano di rintracciare le piste dei due superlatitanti Antonio Iovine e Michele Zagaria, segnalati in zona Gaeta. E’ allora che casualmente gli uomini del Ros s’imbattono in una telefonata.

Parlano fra loro due esponenti dei Casalesi e la frase e’ secca: «Dobbiamo vendere il video del presidente». L’indagine va avanti e, un’intercettazione dopo l’altra, spunta il cellulare di uno dei quattro carabinieri del caso Marrazzo.

LA MAXI INCHIESTA

Brenda, il trans coinvolto nel caso Marrazzo

Brenda, il trans coinvolto nel caso Marrazzo

Il resto e’ storia. Da quel momento, della maxi inchiesta sulle primule rosse della camorra e sui fiumi di stupefacenti non si saprà più nulla. E a fine ottobre la vicenda si trasforma in uno scandalo a luci rosse, con Marrazzo subito pronto a fare un salvifico outing (nessun reato il sesso coi trans, ma se invece il giro di denaro avesse riguardato traffici di droga, sarebbe stata ben diversa la sua posizione giudiziaria) e gli occhi dell’opinione pubblica tutti puntati sulle preferenze sessuali dei maschi italiani. Una posizione sapientemente impostata da un penalista di grido come Luca Petrucci, tanto in auge da avere ricevuto recentemente una nomination – poi sfumata – per il Csm.

Uno scenario perfetto, sul piano giudiziario. Marrazzo vittima di ricatto. E quattro “mele marce” fra i carabinieri della Trionfale. Fino a quando non ci scappa il primo morto. Che in realtà era già deceduto il 20 settembre, ma la notizia non aveva fatto, al momento, alcun clamore.

Gianguerino Cafasso, il pusher dei trans collegato in qualche modo, forse come confidente, proprio ai carabinieri, era originario della zona di Gaeta. Il decesso, avvenuto nella stanza d’un motel della periferia romana, era stato archiviato come overdose. E nessuno ci aveva fatto caso. Bisognerà aspettare la primavera avanzata del 2010 perché si cominci ad indagare per omicidio.

LE LOGICHE DELLA CAMORRA

«Sono molte centinaia – spiega un esperto di intelligence della capitale – i trans privi di qualsiasi permesso di soggiorno, spesso anche di passaporto, che non solo “esercitano” regolarmente a Roma, specialmente nell’area di via Gradoli e nell’adiacente via Due Ponti, ma raccontano spavaldamente di frequenti viaggi andata e ritorno nella loro terra di origione, il Brasile, per andare a trovare i parenti. Chi ha coperto per anni tutto questo? E a quale scopo?».

Domande ovvie. Peccato che ad avanzarle sia stata solo la Voce, nell’inchiesta di dicembre 2009, quando i viados in abito da sera si affollavano sui set televisivi e non esitavano – Natali’ e lo stesso Brenda in testa – a parlare delle transvolate intercontinentali. Un autentico schiaffo in faccia per le centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori extracomunitari, vittime di leggi razziste e privati per anni e anni della possibilità di rivedere i figli lasciati in patria. 

«Per chi conosce le logiche della camorra – riprende l’esperto – lo scenario si fa più chiaro: il giro dei trans serve a mascherare i traffici di coca: e’ la vendita porta a porta, ma non di rado anche lo smercio di partite più grosse, quelle che finiscono nei locali notturni o nelle ville della Roma bene».

Quale luogo migliore, per gestire il giro, se non il quartier generale dei Servizi sulla Cassia? E ci ricorda qualcosa il fatto che un ex generale, capo dei Ros con base a Roma, fosse stato in seguito condannato in primo grado (conferma in appello, ndr) proprio per giri illegali di cocaina? Una trama ordita a tavolino, dunque, il caso Marrazzo.

Questa l’ipotesi.

Con un paio di “pupari”, in alto, quattro carabinieri chiamati – com’è nel loro Dna – ad eseguire ordini superiori, e un intreccio di interessi che convergono nella gestione della polvere bianca, un affare da svariati milioni di euro l’anno.

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