VATICANO SPA/ I conti della Cei, tu chiamale se vuoi donazioni..

A parole la Conferenza episcopale italiana continua a minimizzare, ma i dati parlano chiaro: l’otto per mille è in calo. Aumenta invece la preoccupazione dei vescovi che non sanno più cosa inventarsi per riconquistare la fiducia dei fedeli e tentare di raddrizzare la situazione, se non intensificazione delle campagne pubblicitarie, operazioni di borsa, speculazioni finanziare e partite di giro immobiliari per risparmiare qualche milione di euro di tasse.

di Luca Kocci – La Voce delle Voci

vaticano3«Non siamo in presenza di un abbassamento dell’otto per mille», ha detto con forza il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, durante l’ultima riunione del Consiglio permanente, alla fine di settembre. Ma sa bene il braccio destro del cardinale Angelo Bagnasco che non è così, perché è diminuito, per il secondo anno consecutivo, il numero dei contribuenti che scelgono di destinarlo alla Chiesa cattolica.

Gli ultimi dati – relativi alle quote dell’otto per mille incassate nel 2010, sulla base però delle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2007 – dicono che la Chiesa ha perso le firme di quasi 100mila cittadini, i quali hanno scelto di destinare il loro otto per mille allo Stato oppure ad un’altra confessione religiosa, per lo più ai valdesi, in grandissima crescita (+ 15%, con 2 milioni di euro in più di incasso rispetto al 2009), anche perché questi ultimi scelgono di usare tutti i soldi per attività sociali e culturali, tralasciando il culto e il sostentamento dei pastori. In termini percentuali si tratta di un calo di poco superiore all’1%, a cui va aggiunto il – 4% dello scorso anno; in termini assoluti le firme nella casella “Chiesa cattolica” scendono a 14.839.143, vale a dire ben 95.104 in meno rispetto all’anno precedente.

L’emorragia è evidente anche se, quest’anno, non ha prodotto una diminuzione degli introiti (come nel 2009, quando la Chiesa, oltre alle firme, perse circa 35 milioni di euro), grazie alla crescita del gettito fiscale e, soprattutto, al meccanismo della ripartizione dell’otto per mille. La normativa prevede infatti che le quote non espresse – quelle cioè dei contribuenti che non fanno nessuna scelta e che sono la maggioranza: circa il 56% – non rimangano all’erario, ma vengano ripartite fra le confessioni religiose e lo Stato in base alle percentuali ottenute.

La Chiesa cattolica, quindi, che raggiunge l’85% delle firme di coloro che scelgono una destinazione dell’otto per mille, ottiene in questo modo anche l’85% delle quote di coloro che non fanno nessuna opzione: pertanto 15 milioni scarsi di contribuenti che firmano per la Chiesa (pari al 35% di tutti coloro che pagano le tasse) le consentono di incassare l’85% dell’otto per mille. A cui andrebbero aggiunti anche i milioni, circa 30 nel 2009, che, seppure destinati dai cittadini allo Stato, vengono poi dirottati nelle casse della Cei come contributo per il restauro di immobili ecclesiastici considerati “beni culturali”.

Nella ripartizione delle quote, la Cei conferma le scelte consuete e, a dispetto degli spot che reclamizzano massicci interventi di solidarietà in Italia e nel mondo – una campagna pubblicitaria che costa circa 20 milioni di euro l’anno – l’80% degli incassi (850 milioni), che nel 2010 ammontano a 1.067 milioni di euro, vengono spesi per culto, pastorale e sostentamento del clero. In particolare alle “esigenze di culto e pastorale” vanno 452 milioni, al “sostentamento del clero” 357 milioni e agli “interventi caritativi” 227 milioni; 30 milioni invece sono stati accantonati “a futura destinazione”, per tamponare il prevedibile ulteriore calo delle firme dei prossimi anni, quando nelle dichiarazioni dei redditi si faranno sentire gli effetti dei numerosi scandali ecclesiastici di questi mesi – dalla pedofilia alle proprietà immobiliari di Propaganda Fide – che presumibilmente raffredderanno ancora di più la propensione dei contribuenti verso la Chiesa cattolica.

Oltre all’otto per mille, crollano anche le offerte deducibili volontarie per il sostentamento del clero, che fra l’altro possono essere versate in sette conti correnti aperti presso le principali “banche armate” italiane – ovvero quegli istituti di credito che forniscono appoggio e servizi finanziari alle aziende armiere italiane che esportano all’estero – come Bnl, Intesa-San Paolo e Unicredit. Un trend negativo che va avanti dal 1994, ma che quest’anno ha raggiunto l’apice, con un calo del 10%, passando dai 16 milioni e mezzo del 2008 ai 15 scarsi del 2009. 

 

CROCIATA PUBBLICITARIA
Sembrano pertanto del tutto fallite le contromisure che la Cei aveva messo in campo alla fine del 2008, per tamponare la diminuzione di consensi e quattrini: una lettera-appello sia ai preti che ai fedeli per tentare di recuperare le perdite e un rigido sistema di controllo delle parrocchie per premiare quelle che si fossero maggiormente impegnate per la raccolta delle offerte deducibili. Ma la Cei non demorde e il segretario generale Crociata annuncia una nuova offensiva pubblicitaria, «ricorrendo anche ai canali internet e della telefonia mobile».

Accanto a questo però, visti gli scarsi successi ottenuti, i vescovi decidono di puntare su strumenti di immediata e più sicura efficacia: operazioni finanziarie e immobiliari. Il complesso di via Aurelia 796 (dove hanno sede alcuni organismi collegati alla Cei come la Caritas e Fondazione Migrantes, oltre a Tv2000 e a Radio InBlu), di proprietà dell’Immobiliare Aurelia Sostentamento srl (Ias) – organismo lucrativo controllato dall’Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero – passerà alla Fondazione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, gestita direttamente dalla Cei e proprietaria anche della maggioranza del quotidiano Avvenire. E dal momento che la Fondazione è ente ecclesiastico senza scopo di lucro, ci sarà un notevole risparmio fiscale, grazie alle varie esenzioni di cui godono gli enti ecclesiastici, a cominciare dall’Ici. Il ministro Giulio Tremonti, dopo averla eliminata nel 2005, ora la vorrebbe ripristinare a partire dal 2014 – all’interno dei decreti sul federalismo fiscale – ma frattanto ancora non viene pagata.ceiAttracco

«Il passaggio di proprietà – spiega Crociata all’agenzia Asca – risponde alla necessità di incardinare il complesso in un ente ecclesiastico senza scopo di lucro, quale appunto la Fondazione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, controllata al 100% dalla Cei», in «coerenza con i permessi autorizzativi e di destinazione d’uso rilasciati dal Comune di Roma».

«Mantenere in vita la Ias – aggiunge il segretario della Cei – che è per natura una società commerciale, comporterebbe oneri aggiuntivi dell’ordine di oltre 1,5 milioni di euro di tasse sul reddito prodotto per ciascun esercizio annuale, in aggiunta all’applicazione dell’Iva sulle locazioni, che, in capo ad attività di fatto sostenute dalla Cei, determinerebbe un ulteriore aggravio di 1,2 milioni di euro all’anno». Un’operazione, quindi, che farà restare nelle casse della Cei 2 milioni e 700mila euro di tasse da non pagare più.

E poi acceleratore premuto su nuove operazioni e speculazioni finanziarie, le uniche ad andare bene, come ammette lo stesso Crociata: quest’anno c’è stata «la migliore performance dagli ultimi sette anni», grazie ad una gestione «caratterizzata da una coerente e attenta strategia di investimento» che «ha saputo monetizzare il forte rimbalzo dei corsi finanziari sopravvenuto alla grande crisi dei mercati del 2008, pur in presenza di un quadro macroeconomico di grande incertezza».

Tratto da La Voce delle Voci di Novembre 2010

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