UNIVERSITÀ/ L’Italia dei baroni, delle parentopoli e degli sprechi. I casi degli atenei più imbarazzanti

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Solo ieri sono stati pubblicati i dati sulle iscrizioni agli atenei: il calo è drammatico. In appena tre anni si sono persi 30mila nuovi iscritti e in meno di 10 anni più di 70mila. Le responsabilità, oltre che a politiche governative scellerate, distintesi negli ultimi anni solo per tagli, sono imputabili ad un sistema patologico che caratterizza gran parte degli atenei italiani: rettori inchiodati ai loro scranni, baroni decennali, prentopoli inverosimili, sprechi inverecondi. Ecco i casi più imbarazzanti in giro per l’Italia. Da Siena a Roma, da Lecce a Perugia, da Messina a Bari, fino in Molise.

 

Rettori per sempre. Non se ne vogliono andare. Eterni. Anche loro, per tante e diverse ragioni, sono casta. E non stiamo parlando di politici attraccati sulle loro poltrone d’oro  o di supermanager indisponibili a rinunciare ai milionari premi aziendali. Parliamo, invece, di stimati accademici, alcuni dei quali conosciuti in tutto il mondo. Ebbene, proprio loro, fanno difficoltà a lasciare il proprio ruolo di non plus ultra all’interno degli atenei.

L’ATENEO DI SIENA TRA ARAGOSTE, INCREDIBILE DEFICIT. E BANCA – Inamovibili, dunque. Incollati sui propri privilegi. Già, anche i rettori possono gongolarsi. Stipendi astronomici e un potere che non è affatto inferiore a quello di amministratori politici di punta. Basti pensare a Siena e al ruolo del rettore dell’ateneo che ha anche il diritto di nominare un membro della fondazione del Monte dei Paschi, al pari di Governatore della Toscana e Presidente di Provincia.

Un ruolo di prestigio, dunque. Che, forse, ha offuscato la mente degli ultimi rettori senesi i quali si sono dati a sprechi incredibili. È il caso dei 360 chili di aragoste e gamberoni siciliani comprati su ordine dell’ex rettore Silvano Focardi per un totale di 21.500 euro. Il motivo? A detta del docente, servivano per alcuni esperimenti di biologia marina. Una tesi un po’ bislacca che, infatti, non ha convinto i magistrati contabili che già da tempo stanno lavorando sui pesanti conti in rosso dell’ateneo: 43 milioni di disavanzo nel 2011 e addirittura 126 nel 2009, per un totale –  secondo la Corte dei Conti – di 250 milioni di euro di deficit. E chi ritroviamo tra i suoi maggiori finanziatori? Ma il Monte dei Paschi, ovvio. La banca è certamente stata di manica larga con l’università: oltre 52 milioni di euro nel quinquennio 2005-2010. Forse forse perché, come detto, il rettore ha diritto di nomina nella fondazione?

Dubbio amletico. Fatto sta che i rettori che si sono susseguiti negli ultimi anni sono tutti legati a doppio filo anche con la politica. E, quando si parla di politica a Siena, si parla inevitabilmente di Pd. Lo è, ad esempio, Piero Tosi (rettore dal ’94 al 2006), finito sotto inchiesta nel 2006 perché sospettato di aver favorito il figlio in un concorso. Un rettorato, il suo, lungo ben dodici anni, ala scadenza del quale ecco pronto Focardi, responsabile, secondo i magistrati, del clamoroso buco dell’ateneo insieme con il suo predecessore. Oggi rettore è Angelo Riccaboni, sul cui collo, però, pende un’altra inchiesta per presunte irregolarità.

I BARONI, RETTORI PER SEMPRE – Quello di Siena, però, non è l’unico caso che dovrebbe invitare a far riflettere. Ciò che sembrerebbe un’eccezione, uno smacco al buon senso civile, in realtà è tacita regola, è prassi convenzionale. Ed ecco allora che ci ritroviamo atenei pieni zeppi di baroni. Inamovibili, appunto.

È il caso, ad esempio, di Marcello Fontanesi, classe 1939, ordinario di Fisica Generale e rettore dell’Università Bicocca a Milano dal 1999, poi confermato nel 2002, nel 2005 e nel 2008. Peccato sia in pensione già dal 2011: tutto merito di una legge del 1958 (“I professori fuori ruolo possono essere eletti o rieletti all’ufficio di rettore”). Sono una ventina, d’altronde, i rettori che hanno beneficiato, nonostante i più di dieci anni a capo del loro ateneo, di un codicillo della riforma Gelmini per allungare il proprio pontificato. Tale comma prevedeva che i rettori in carica al momento dell’adozione dei nuovi statuti (previsti appunto dalla riforma) potessero restare per altri dodici mesi. Una norma di transizione per accompagnare il passaggio dal vecchio al nuovo. Peccato però che tanti e tanti rettori la interpretano in modo estensivo agganciando alla prima proroga, dal 2011 al 2012, una seconda aggiuntina, di un altro anno. Così è stato  il rettore di Parma Gino Ferretti, in carica dal lontano 2000; così per Francesco Bistoni a Perugia (dal 1999: quattordicesimo anno); per Raimondo Pasquino a Salerno (dal 2001). Clamoroso il caso di Giovanni Cannata, eletto Magnifico dell’Università del Molise nel 1995 addirittura, anno della nascita dell’ateneo stesso. Insomma, l’Unimol esiste solo con Cannata. Tutto questo nonostante la legge, introdotta proprio dalla riforma Gelmini, parli chiaro: massimo sei anni di mandato non rinnovabili. Senza dimenticare, peraltro, che spesso le rielezioni avvengono per motivi futili. Come non ricordare, ad esempio, la rielezione del rettore perugino Bistoni nel 2007: proroga giustificata dal fatto che, poiché l’anno dopo si sarebbe tenuto il 700centesimo anniversario dell’ateneo perugino, era necessaria continuità per l’organizzazione delle celebrazioni. Un modo per tirare fino al 2011. E, da qui, fino al 2013 con il codicillo Gelmini.

Stratagemmi per non morire,dunque. Di casi incredibili, però, ce ne sono tanti. Si potrebbe menzionare, ancora, Renzo Dionigi, il cui rettorato è scaduto l’anno scorso dopo essere cominciato nel 1998; o Franco Cuccurullo, anche lui a casa dall’anno scorso dopo essere stato rettore a Chieti dal 1997. E lo stesso, ancora, per Giovanni Latorre in Calabria (dal 1999), Marco Pacetti nelle Marche (dal 1997), Guido Fabiani a Roma 3 (1998).

GLI ALTRI MILLE INCARICHI DEI RETTORI – Insomma, baroni nel vero senso della parola. E non solo per gli anni di mandato, ma anche per i tanti incarichi di cui godono. Bisogna infatti tenere a mente che, quasi sempre, i rettori sono a capo di fondazioni, nel direttivo di quell’ente o di quella compagnia, e così via. Basti scorrere i vari curricula (pubblici) dei rettori. Ma prendiamo il caso più eclatante, quello di Salvatore Puglisi, rettore della Libera Università di Lingue e Comunicazione (Iulm) dal 2001 (e fino al 2015). Come ricostruisce Lanotiziagiornale, la lista degli incarichi di Puglisi è sterminata: si va dalla Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO alla Giunta della Conferenza Nazionale dei Rettori (CRUI), dalla presidenza della Fondazione Sicilia (già Fondazione Banco di Sicilia), al cda dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani. E poi, ancora, la presidenza del Teatro Biondo-Stabile di Palermo, quella del Premio Letterario Internazionale Mondello e del Premio Internazionale Teatro “L.Pirandello”, passando infine per il cda dell’Associazione delle Casse di Risparmio Italiane e di Banca Sistema.

TENGO FAMIGLIA – Il risultato di tanto (spregiudicato) baronato è che, poi, sempre più spesso assistiamo a quel favore, a quest’altro, all’occhio di riguardo per figlio, nipote e moglie. Storie di parentopoli universitarie, in altre parole, sono all’ordine del giorno. Clamorosa quella dell’Unimol, ad esempio, dove tra incarichi dirigenziali e amministrativi, le famiglie accasate sono una decina. Come non ricordare, ancora, il caso di Luigi Frati, rettore della Sapienza dal 2008, il quale ha trovato il modo di sistemare nella sua Medicina (era preside di facoltà prima di diventare rettore) la moglie Luciana Rita Angeletti in Frati (laureata in Lettere: storia della Medicina), la figlia Paola (laureata in Giurisprudenza: Medicina Legale) e il figlio Giacomo, ricercatore a 28 anni, professore associato a 31. Come vinse il concorso lo rivelò una strepitosa puntata di Report: discusse “una prova orale sui trapianti cardiaci” davanti a una commissione composta da due professori di igiene e tre odontoiatri. Strano: nessun cardiochirurgo. Frati, poi, si superò quando perfino il brindisi per le nozze della figlia Paola fu fatto in facoltà. Indimenticabile il biglietto: “Il prof. Luigi Frati e il prof. Mario Piccoli, in occasione del matrimonio dei loro figli Paola Frati con Andrea Marziale e Federico Piccoli con Barbara Mafera, saranno lieti di festeggiarli con voi il giorno 25 maggio alle ore 13.00 presso l’aula Grande di Patologia Generale”. Un magna magna, appunto.

E così a Palermo, Bari, Messina, Catania, Cagliari. Solo una settimana fa erano state Le Iene a mostrare le facce di tale realtà universitaria: “All’Università di Bari – si diceva nel servizio – ci sono intere famiglie che lavorano nello stesso settore: come i Massari e i Girone”. Ma Messina non è da meno, con i “Navarra, Chiofalo e Tommasini al top dei vertici”. Se infatti nel dipartimento di giurisprudenza insegna il professore Raffaele Tommasini, docente di Diritto privato, nella stessa struttura si trova anche una figlia del professore, mentre l’altra è al dipartimento di Economia. Ma non ci si ferma certo qui. Il docente di Diritto canonico Salvatore Berlingo ha una figlia ricercartice di Diritto amministrativo, mentre il professore di Diritto amministrativo, Aldo Tigano, ha la figlia che è docente associato di Diritto canonico. Stessa situazione anche ad agraria dove dominano i Giuffrida, e a Lettere dove insegna il figlio dello stesso rettore.

La cosa, d’altronde, non nasce ora. Nel 2008 un giovane laureando, Gianmarco Daniele, presenta a Bari, una delle patrie del nepotismo accademico italiano, una tesi di laurea dal titolo “L’università pubblica italiana: qualità e omonimia tra i docenti”, una ricerca nata per raccontare come le università italiane siano in mano a un gruppo di famiglie. Dello stesso problema si era occupato poco tempo dopo l’economista Roberto Perotti nel saggio “L’università truccata”. Insomma, addirittura ci sono stati degli studi sopra. Tra i tanti casi, ancora, si potrebbe citare quello Perugia, la cui facoltà di medicina (il cui ex preside è proprio l’attuale rettore Francesco Bistoni che, a detta di molti, è rimasto padre-padrone nella facoltà) è invasa da famiglie e parenti, sulla cui cosa, peraltro, nel 2007 scoppiò un caos per una lettera anonima firmata “Il Corvo” che faceva l’incredibile punto della situazione. A distanza di sei anni non è cambiato nulla, dato che il rettore è sempre lo stesso. E dato che non si è fatto scrupoli, l’anno scorso, a pensare anche alla propria consorte, Marcella Meucci. Sebbene la signora sia già in pensione, l’anno scorso le è stato offerto un contratto di due mesi (da aprile a giugno) per l’insegnamento della lingua inglese. Alla faccia dei tanti disoccupati in giro. E indovinate un po’ presso quale facoltà è andata ad insegnare? Esatto, proprio medicina e chirurgia.

Delle incredibili parentopoli, peraltro, si è occupata spesso anche la magistratura. È il caso dell’università leccese, guidata dal rettore Domenico Laforgia. È il 2011 quando il cda dell’ateneo autorizza richieste all’Agenzia Regionale per la Tecnologia e l’Innovazione, al fine di ottenere contributi pari a 53mila euro, alcuni dei quali tradotti in incarichi allo ‘Studio Laforgia, Bruni and partners’. Domanda: a chi fa capo tale studio?

Ma alla stessa famiglia del rettore, ovvio. Laforgia, infatti, all’epoca, in qualità di socio fondatore, deteneva il 50% delle quote, donate, solo nel giugno scorso, al figlio Maurizio, ora amministratore unico. Insomma, consulenze d’oro per il figlio. Ma c’è anche la moglie da accontentare. Non c’è problema.

Come scrive Tiziana Colluto su Il Fatto, “almeno sei atti confermano la moglie del rettore, Patrizia Guida, come referente per accordi con associazioni e una cooperativa. Nomine non onerose, ma comunque di pregio. Formalmente legittime, probabilmente inopportune, visto che lei già ricopre, contemporaneamente, i ruoli di ricercatrice presso la facoltà di Lingue, di vicedirettrice del Centro Linguistico d’Ateneo, di direttrice della Scuola d’italiano per stranieri, di responsabile del coordinamento redazionale de Il Bollettino, la rivista mensile, di cui il marito è direttore editoriale”.

Insomma, atenei a conduzione familiare. Con buona pace della qualità.

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