UNIVERSITÀ 2/ Ricercatori contro la riforma Gelmini: perché?

Perché i ricercatori universitari (e precari..) lottano contro la riforma Gelmini? Quali rischi si corrono se le Università sono costrette a cercare fondi presso aziende private?

 

Ieri abbiamo fatto il punto sulle mobilitazioni che scuotono diversi atenei italiani, sugli scioperi che continuano, sulla probabile Onda in arrivo e soprattutto fatto il punto sull’attuale momento critico delle università italiane.

Protesta-ricercatori-italiani_humorOggi vogliamo soffermarci sulla situazione dei ricercatori italiani. Il loro ruolo essenziale è stato riconosciuto anche dallo stesso CUN in un documento fatto recapitare al Ministero dell’Istruzione. “Il nostro ruolo è fondamentale per diversi motivi – ci dice un ricercatore dell’Università di Perugia che abbiamo contattato – Per anni abbiamo fatto più del nostro dovere. Noi veniamo pagati e giudicati, come dice il nome della nostra stessa professione, per la ricerca e per i risultati che, in tale campo, riusciamo a perseguire”. E invece? “Invece da anni e anni, con senso di responsabilità e devozione, abbiamo tenuto corsi come fossimo professori, pur non venendo pagati per la didattica. Noi siamo pagati per la ricerca, non per l’insegnamento, che comunque continuiamo a portare avanti a titolo completamente gratuito”.

E come sono stati ripagati i ricercatori? Le loro progressioni stipendiali saranno congelate dalla manovra per tre anni. Concretamente,  il ricercatore neoassunto si vedrà decurtata la retribuzione di quasi 1600 euro annui; i ricercatori in servizio da nove anni avranno un taglio pari a 4.745 euro annui. L’assurdo è che il tasso di decurtazione (10%) sarà lo stesso sia per ricercatori che per dirigenti: in pratica le retribuzioni di un ricercatore neoassunto e di un dirigente con uno stipendio di 91.000 euro verranno decurtate allo stesso modo, nonostante il primo guadagni meno di un terzo del secondo.

Ed allora la ricerca? Anche qui tempi bui: per le collaborazioni, per le missioni all’estero e quant’altro è stato imposto un drastico taglio che rischia concretamente di mandare all’aria progetti internazionali, partecipazione a conferenze e a riunioni. Come scrive “Rete 29 Aprile”, ci saranno tagli su quegli aspetti “essenziali per una ricerca che non voglia limitarsi al vicolo sotto casa”. D’altronde cosa ci aspettiamo da un Paese che, a fronte della media europea del 2% di finanziamenti nella ricerca, investe soltanto lo 0,8% del Pil?

Proprio per questo anche i ricercatori – autonomamente e con gli studenti – si sono messi in moto, stanno organizzando mobilitazioni e scioperi per manifestare il loro dissenso. E i numeri parlano chiaro: nella scorsa mobilitazione del 17 settembre a Roma, ben 10.000 ricercatori di tutti gli atenei italiani hanno aderito, “la più grande protesta dei ricercatori italiani mai verificatasi”. E non sono affatto intenzionati a fermarsi.

Ancora, c’è la questione della privatizzazione. Se, infatti, i tagli all’FFO risulteranno incolmabili (come sembra siano), ricercatori_3gli atenei saranno costretti a trovare aziende private non solo che le finanzino, ma che entrino anche nella loro gestione amministrativa. Cosa vuol dire questo? Facciamo un esempio concreto: prendiamo un ateneo che non riesce a far fronte al mantenimento della facoltà di medicina. Interverrà, ad esempio, un’industria farmaceutica che, entrando nella gestione amministrativa, avrà grande potere decisionale. E secondo voi – non ci vuole un mago per capirlo – l’azienda sarà interessata a dare allo studente una preparazione globale o finalizzata ai suoi stessi interessi? Propenderà per la formazione di un medico “globale” o per la formazione di un possibile dottore che lavori all’interno dell’azienda stessa? La risposta è scontata.

Ma anche in questo caso ad essere colpiti saranno ancora i ricercatori. Nel documento del CUN a cui si faceva riferimento prima, si insiste sul fatto “che non è possibile costringere i ricercatori universitari a tempo indeterminato a compiti didattici che esulino da quelli definiti dalle norme come ‘integrativi dei corsi di insegnamento ufficiali’”. Insomma, come abbiamo detto poc’anzi, i ricercatori non dovrebbero essere tenuti ad insegnare. Ma, con la nascita di fondazioni, consorzi o quant’altro di privato gestirà le poche risorse universitarie, essi dovranno sottostare agli “ordini” di pochi, secondo il classico sistema gerarchico “industriale”.

E questo in opposizione a quanto previsto dalle precedenti leggi in merito. Una su tutte l’articolo 1 comma 11 della legge 230/2005, nella quale si stabilisce che ai ricercatori sono affidati “con il loro consenso” corsi e moduli curriculari in linea con il piano formativo previsto. Insomma, addio alla libertà dei ricercatori. Un esempio chiarificatore di quanto potrebbe accadere e, in molte città, già si sta pian piano verificando: voci dicono che alla facoltà di Scienze della Formazione di Perugia molti ricercatori saranno sostituiti da precari “assoldati” con un appalto che prevede un compenso di un euro all’ora. Insomma, si sta trascendendo anche l’inimmaginabile.

Senza contare, poi, che, con la privatizzazione, si andrà incontro al rischio di tasse sempre più elevate. Il tutto in barba all’articolo 34 della Costituzione Italiana che, nel suo comma 3, afferma: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Diritto, è evidente, che già oggi pare non essere più garantito totalmente. Si dirà: ma questo è qualunquismo. Niente affatto: non è un caso che nel ddl Gelmini ben 16 volte compare la dizione “senza oneri aggiuntivi per lo Stato”.

La colpa di tutto questo? Molti dicono che sia del Ministro Gelmini coadiuvata abilmente da Tremonti. Lei, però, pensa che le responsabilità siano di altri: “l’impostazione egualitaria, falsamente egualitaria, del ’68 ha portato le nostre università a ricoprire gli ultimi posti nelle classifiche internazionali”. Che dire: è questione di punti di vista.

 

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