Tutte le ombre di Bergoglio: dai rapporti con Videla al buco da 6 milioni fino al processo del 2010

Da due giorni, dopo l’elezione al soglio pontificio, si sta facendo un gran parlare di Jorge Mario Bergoglio. Molti sono entusiasti, altri meno. Quello che non cambia – a prescindere dalla strada che potrebbe intraprendere il suo pontificato – è il passato. Le macchie, come spesso accade in questi casi, sono indelebili. Non possono essere cancellate. Né sarebbe giusto visto l’alto incarico che, da qui in avanti, Bergoglio rivestirà.

 

di Andrea Succi e Carmine Gazzanni (ha collaborato Federico Succi)

Proprio per questo Infiltrato.it è andato a scavare più in profondità nella vicenda, cercando di vedere chiaro nel passato del gesuita. Come già documentato prima ancora della sua elezione di ieri, il passato di Francesco I è strettamente legato alla dittatura argentina di Jorge Videla. Ma ci sono altri inquietanti scenari che si aprono. Da uno spaventoso buco di sei milioni di dollari nei conti dei gesuiti (di cui sembrerebbe responsabile proprio Bergoglio), ad una questione che lo lega a bambini-desaparecidos per i quali non ha intercesso. Fino al suo interrogatorio – nel 2010  – al processo contro l’ESMA (il centro clandestino da cui partivano i voli della morte) per reati contro l’umanità. Ma, intanto, ripartiamo proprio da lì, da dove ci siamo fermati.


LA STORIA PARTE DAL ’76. BERGOGLIO, I DUE GESUITI E I DOCUMENTI CHE INCHIODANO FRANCESCO I – Come Infiltrato.it ha già documentato, nei primi anni Settanta Bergoglio divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina. Entrando a capo della congregazione, ereditò molta influenza e molto potere: in pratica era a capo di tutti i sacerdoti gesuiti attivi nelle baraccopoli di Buenos Aires.

Fu così che nel febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato argentino, Bergoglio chiese inspiegabilmente a due dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si rifiutarono di andarsene. Non se la sentirono di abbandonare tutta quella gente povera che faceva affidamento su di loro. Il provvedimento di Bergoglio fu immediato: li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca fu il segnale per i militari, il via libera ad agire: la protezione della Chiesa era ormai venuta meno. Tesi, questa, che sarebbe confermata da diversi documenti ritrovati dallo stesso Verbitsky.

Su tutti, quello reperito dagli archivi del ministero degli Esteri in cui si fa riferimento a un episodio specifico: nel 1979 padre Francisco Jalics si era rifugiato in Germania, da dove chiese il rinnovo del passaporto per evitare di rimetter piede nell’Argentina dopo quell’episodio. Bergoglio si offrì di fare da intermediario, fingendo di perorare la causa del padre: invece l’istanza fu respinta. Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto: “Questo prete è un sovversivo”. Secco. E non finisce qui.

Un altro documento evidenzia ancora più chiaramente il ruolo di Bergoglio: “Nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la Compagnia Argentina non ha fatto pulizia al suo interno. I gesuiti furbi per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso con gran sostegno dall’esterno di certi vescovi terzomondisti hanno cominciato una nuova fase”. È il documento classificato Direzione del culto, raccoglitore 9, schedario B2B, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9.


ombre_bergoglioLE PAROLE DEI DUE GESUITI: BERGOGLIO NO, LE FALSE PROMESSE MAI MANTENUTE E LA SUA “BOCA IMPORTANTE” – Ma c’è dell’altro. Le accuse rivolte a Bergoglio, come lo stesso Verbitsky ricostruisce sul quotidiano argentino Pagina12 – nascono da un libro-intervista redatto proprio da uno dei due gesuiti sequestrati, Francisco Jalics, nel 1995. Nel raccontare il loro rapimento, Jalics afferma che “molti di estrema destra non vedevano di buon occhio la nostra presenza nei bassifondi. Hanno interpretato il fatto che vivevamo lì come un supporto per i guerriglieri e hanno proposto di denunciarci come terroristi. Sapevamo dove il vento soffiava e chi era responsabile di queste calunnie. Così sono andato a parlare con la persona in questione e gli ho spiegato che stavo giocando con la nostra vita. Ha promesso che l’esercito avrebbe saputo che non eravamo terroristi. Dalle successive dichiarazioni di un ufficiale e da 30 documenti a cui è stato possibile accedere più tardi, abbiamo visto senza ombra di dubbio che quell’uomo non aveva mantenuto la promessa, ma, al contrario, aveva presentato una denuncia falsa ai militari”. Altrove nel libro Jalics aggiunge che quella persona ha “diffamato avvalendosi della sua autorità” e  che “gli ufficiali testimoniarono di averci sequestrato perché avremmo lavorato per l’azione terroristica. Prima avevo detto che la persona stava giocando con la nostra vita. Egli ora deve essere consapevole del fatto che ci ha mandato a morte con le sue dichiarazioni”. Ma chi è questa persona? Appunto Bergoglio. L’identità – come documenta Verbitsky – è rivelata in una lettera che l’altro sequestrato, Orlando Yorio, scrisse nel novembre 1977, indirizzata all’assistente Generale della Compagnia di Gesù, Padre Moura. In questa lettera si fa esplicitamente il nome di Bergoglio. E delle sue critiche rivolte ai due gesuiti.

Ma quello che affiora è anche altro. Se infatti Bergoglio aveva espresso parere negativo sul loro operato, non l’avevano pensata allo stesso modo altri tre superiori gesuiti come i sacerdoti Oliva, Jose Ignacio e Juan Carlos Scannone Vicentini, i quali, invece, avevano offerto loro protezione dal regime. Ma niente da fare: Bergoglio non fece nulla per frenare l’accusa (strumentale) che si rivolgeva ai due di appartenere al movimento di guerriglia. Il che, peraltro, è molto grave. Scrive ancora Yorio: nel clima dell’Argentina del tempo, “una bocca importante – una voce importante, ndr – (come quella di un gesuita) chiaramente potrebbe significare la nostra morte. Le forze di destra avevano già ucciso nella sua casa un prete, e avevano rapito, torturato e ucciso un altro. I due vivevano in baraccopoli. Abbiamo ricevuto comunicazioni, nel senso che ci prendessimo cura di noi stessi”.

CCC – Domanda: forse che Bergoglio sia stato costretto, vista la situazione, ad allontanare i gesuiti (in modo peraltro forte, dato che tolse loro il sacerdozio)? Probabilmente sì. Eppure i modi per intervenire ci sarebbero stati. La prima possibilità sarebbe stata quella di rivolgersi al vescovo di Moròn, Miguel Rapsanti, il quale aveva offerto protezione ai due gesuiti. Peccato che – stando alle testimonianze dirette di Yorio e Jalics – Bergoglio si sia preso gioco di loro: prima li aveva rassicurati che avrebbe mandato al vescovo una relazione positiva sul loro conto, dopo invece presentò un dossier che andava totalmente nell’altro senso. Scrive Verbitsky: “Yorio e Jalics seppero dal vicario e da alcuni sacerdoti della diocesi di Moròn che la relazione del provinciale (Bergoglio, ndr) a Raspanti conteneva gravi accuse sufficienti a non poter più esercitare il sacerdozio”. La difesa del nuovo Francesco I dinanzi a queste accuse è stata assolutamente flebile: “Non è vero. La mia relazione è stata favorevole. Quello che succede è che Raspanti è una persona anziana e a volte si confonde”.

Un’altra possibile soluzione sarebbe stata quella di mandarli all’arcidiocesi di Buenos Aires. Ma anche qui niente da fare: “Impossibile. Ci sono accuse molto gravi contro di loro. Odio vederli, rispose”, rispose il vescovo Aramburu (non a caso, anche lui molto vicino al regime e a Bergoglio, come vedremo più avanti). E da chi provenivano le accuse? A rispondere fu il vicario episcopale Mario José Serra: “Le accuse provengono da provinciale”. Da Bergoglio, appunto.

C’era ancora un’ultima disperata possibilità, tuttavia. Il sacerdote dell’arcidiocesi Eduardo Gonzalez, convocato per l’Assemblea Plenaria dei Vescovi, portò il caso all’attenzione dell’arcivescovo di Santa Fe, Vicente Zazpe (anche lui, come Aramburu, pesantemente implicato). Ma anche qui niente da fare. Secondo quanto scritto da Jorio, così rispose Zapze: “Non ci si può prendere cura di loro perché il provinciale va dicendo che li vuole sbattere fuori”.

Il tempo era scaduto. Pochi giorni dopo Yorio e Jalics vennero sequestrati, portati all’ESMA e poi in un altro edificio, dove furono torturati. Secondo quanto ricostruitio da Verbitsky, l’interrogatore aveva una grande conoscenza teologica e sapeva che i due non erano guerriglieri, ma comunque il loro lavoro era stato giudicato sovversivo. Il loro rilascio venne negoziato dal governo, con l’intervento del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Roberto Viola, e del ministro dell’Economia Jose Martinez de Hoz. Poco dopo, infatti, i due gesuiti vennero rilasciati: drogati e depositati in un elicottero, alle rive di un fiume.


I CINQUE TESTIMONI. LA VERSIONE DI MARINA RUBINO – Si dirà: probabilmente i due gesuiti quasi-desaparecidos si sono inventati tutto. Peccato, però, che proprio dopo la pubblicazione del libro di Jalics sono spuntati ben cinque testimoni e tutti hanno avvalorato la tesi secondo cui Bergoglio avrebbe gravissime responsabilità a riguardo. Prendiamo, tra le altre, quella più determinante di Marina Rubino, allora studente di teologia proprio presso l’università dove insegnava anche il vescovo già citato Miguel Raspanti. Lo incontrò, per i corridoi dell’università di San Salvador (dove Raspanti insegnava), proprio prima che incontrasse Bergoglio. L’abbiamo detto: Raspanti aspettava la relazione del “provinciale” affinchè potesse ospitare nella sua diocesi Yorio e Jalics. Doveva essere una semplice formalità, “ma Raspanti – scrive Verbitsky in un’intervista con Marina Rubino – le disse che la situazione era molto complicata”. Il motivo è presto detto: “con la cattiva referenza che Bergoglio gli aveva mandato – chiosa la stessa Marina – lui non avrebbe potuto riceverli nella diocesi. Era molto angustiato perché in quel momento Orlando e Francesco non dipendevano da alcuna autorità ecclesiastica”. Nessuno avrebbe potuto difenderli, dunque. Nessuna protezione per i due.


8/11/2010: BERGOGLIO ASCOLTATO NEL PROCESSO CONTRO L’ESMA SUI CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ. “HA OCCULTATO LA VERITÀ” – Tante le testimonianze, dunque. E, come abbiamo visto, tanti i documenti. Non a caso, sebbene pochi ne siano a conoscenza, Bergoglio è stato anche ascoltato dai magistrati a riguardo due anni fa – l’otto novembre 2010 – nel processo contro l’ESMA e il regime dittatoriale di Videla. Reato contestato: crimini contro l’umanità. Precisiamo subito: Bergoglio non è processato, ovviamente. Ma il fatto che sia stato ascoltato lascia aperte delle domande inquietanti. Non solo. L’interrogatorio, durato ben quattro ore, svoltosi peraltro non in Tribunale ma nella residenza cardinalizia di Bergoglio (lo consente la legge argentina), non ha chiarito nei fatti la questione. Secondo l’avvocato delle vittime del regime Luis Zamora, infatti, Bergoglio “ha mentito” e si è mostrato “reticente” nel parlare. “Quando qualcuno è reticente, sta mentendo, sta occultando parte della verità”. In definitiva – ha detto ancora Zamora – non ha collaborato con la giustizia. E ancora: “le sue dichiarazioni sono state molto significative nei termini di quello che fu la Chiesa nel periodo di dittatura”. Ma cosa ha detto Bergoglio? Egli, dinanzi ai magistrati, ha assicurato che avrebbe avvertito Jalics e Yorio che stavano correndo un grosso pericolo di “cadere nella paranoia militare”. Non solo. A detta dell’attuale Francesco I, sarebbe stato proprio per sua mediazione che i due sarebbero stati liberati. Tesi, però, assolutamente non confermata dai due sequestrati. Nessuna menzione, invece, per quanto riguarda i documenti tramite cui Bergoglio avrebbe bloccato il passaggio dei due in questa o quella dicoesi. Quelli, in altre parole, in cui toglieva loro il sacerdozio, condannandoli a non poter essere tutelati da alcuna diocesi.


BERGOGLIO E LA BIMBA-DESAPARECIDA. LA SORELLA: “LA GENTE SA CHI È” – Ma non è finita qui. Accanto a tali pesanti accuse, Bergoglio si è visto investito anche da un’altra vicenda, ancora più inquietante. Al centro la famiglia De La Cuadra che, nella “guerra sucia”, ha perso cinque componenti. Tra queste Elena, sorella di Estela, incinta di cinque mesi quando fu rapita e poi uccisa nel 1977. Ebbene, Estela sostiene che Bergoglio le abbia voltato le spalle. La famiglia all’epoca fece appello proprio al leader dei Gesuiti a Roma, che chiese a Bergoglio di intervenire in aiuto. Questi incaricò un monsignore di parlare con la polizia, che rispose con una secca dichiarazione: la donna era una comunista e quindi condannata, ma ha dato alla luce a una bambina durante la detenzione. Che farne? Venne data ad una famiglia “troppo importante” – dissero – affinché l’adozione potesse essere ritirata.

Nonostante le prove che lo coinvolgerebbero, nel 2010 Bergoglio testimoniò che non era assolutamente a conoscenza di casi di bambini rubati e che venne a sapere della pratica solo dopo la caduta del regime. “Bergoglio – ha detto Estela de la Cuadra – ha avuto un atteggiamento molto vile quando si è trattato di parlare del caso dei bambini rubati. La domanda è come salvare il suo nome, come salvare se stesso. Ma non potrà tenere la gente all’oscuro di queste accuse. La gente sa chi è”.


na03fo09LE RESPONSABILITÀ DI SANTA ROMANA CHIESA: GLI INCONTRI TRA I RAPPRESENTANTI DEL VATICANO E VIDELA SU COME MUOVERSI PER LA “QUESTIONE DESAPARECIDOS” – Il quadro che emerge, avvalorato come visto da testimonianze, da documenti e dal processo in corso, è inquietante. Ma la questione non finisce qui. Non solo Francesco I infatti sarebbe implicato, ma tutto il Vaticano. Come già detto da Infiltrato.it la Chiesa sapeva eccome dei crimini commessi dal regime dittatoriale. E ancora una volta sono documenti a confermarlo (CLICCA SULLE FOTO ACCANTO PER INGRANDIRLE).

Abbiamo già accennato ai due cardinali, Juan Aramburu e Vicente Zazpe (entrambi non fecero nulla per intercedere con Bergoglio affinchè cambiasse parere sui due gesuiti poi sequestrati). Ebbene, oggi sappiamo che entrambi facevano parte della Commissione esecutiva della Chiesa cattolica, guidata dal cardinale Raul Francisco Primatesta (morto nel 2006), che incontrò a più riprese lo stesso Videla e altri membri di spicco del regime.

na03fo10In un documento – di cui peraltro parla lo stesso Verbitsky – emerge chiaramente come la politica della dittatura argentina fosse nota fin dal 10 aprile 1978 alla Commissione esecutiva della Chiesa cattolica che, però, si guardò bene dall’informare l’opinione pubblica. Il documento che inchioda il Vaticano (che veniva periodicamente informato tramite rapporti) porta il numero 10.949 e, scrive il giornalista, “già il numero dà un’idea della quantità di informazioni sulle quali la Chiesa continua a mantenere il segreto”. Il documento fu redatto a cura del Vaticano al termine di un pranzo con Videla ed è conservato nel fascicolo 24-II.

Durante l’incontro si parlò proprio dell’atteggiamento da avere nei confronti delle famiglie dei desaparecidos: meglio dire che sono scomparsi piuttosto che morti. Secondo il documento episcopale inviato al Vaticano infatti “il presidente (Videla, ndr) ha risposto che apparentemente sarebbe ovvio affermare che sono già morti; si tratterebbe di varcare una linea di demarcazione: questi sono scomparsi, non ci sono più. Questo sarebbe il più chiaro, comunque ci porta a una serie di considerazioni in ordine a dove sono stati sepolti: in una fossa comune? E in tal caso chi li avrebbe sepolti in questa fossa? Una serie di domande alle quali le autorità di governo non possono rispondere sinceramente in quanto la cosa coinvolge diverse persone”.

na03fo20Un eufemismo per alludere a coloro che avevano svolto il lavoro sporco di sequestrarli, torturarli, ucciderli e fare sparire le spoglie. Ma i dubbi della Chiesa erano tanti. “Cosa rispondiamo alla gente visto che c’è un fondamento di verità in quanto sospettano?”, chiese Zazpe. Aramburu colse il problema: “il problema è di rispondere in modo che la gente non continui a chiedere spiegazioni”.

La collaborazione della Chiesa, però, rimaneva la prima cosa. Primatesta spiegò infatti che “la Chiesa vuole capire, collaborare, è consapevole che il Paese versava in uno stato di caos” e che ha misurato le parole perché sapeva benissimo “il danno che poteva arrecare al governo”. Un dialogo di assoluta franchezza, dunque. Che dice tanto sulla connivenza del Vaticano al tempo di Videla.

Non solo. In altri documenti si parla di una riunione avvenuta due anni prima, il 15 settembre 1976. Quello che si legge è inquietante. “Obiettivo della riunione: innanzitutto, chiarire la posizione della Chiesa”. E ancora: “In nessuna maniera pretendiamo ostacolare le azioni di governo […] Che cosa si pretende da Madre Chiesa? In primo luogo, che non si metta in mezzo agli affari politici”.


BERGOGLIO E I SEI MILIONI DI DOLLARI MAI REGISTRATI E POI SPARITI – Il passato di Bergoglio, però, non è solo legame con la dittatura di Videla. Ma è anche cattiva gestione dei conti dei gesuiti in Argentina, sulla cui cosa avanzano – anche in questo caso – pesanti ombre. È ancora una volta Verbitsky a ricostruire la vicenda. La denuncia, raccolta dal giornalista, è di un ex gesuita, poi uscito, Manuel Ignacio Mom Debussy: “quando morì mio nonno l’eredità è stata divisa tra le  mie due sorelle e io. Consegnai la mia parte a Bergoglio nel suo studio del collegio massimo ,in banconote e nemmeno mi fece una ricevute”, dice. Il giovane dunque, ricevuta l’eredità, aveva versato la sua quota a favore della compagnia. Nel momento in cui se ne allontanò, però, avrebbe dovuto ricevere interamente il fondo versato o, comunque, quanto ne era rimasto. Invece niente. Quando si ritirò dalla compagnia seppe che Bergoglio neanche li registrò nei suoi libri contabili della curia provinciale. Tra il 1988 e il 1989 un altro gesuita, Victor Zorzin, gli restituì 7300 dollari in tre volte. Un ammontare troppo ridotto, però, rispetto alla cifra versata.

Non solo. Anche mentre si trovava nel noviziato, non ricevette alcun aiuto. Ma anzi fu costretto a vendere un piccolo appartamento di sua proprietà per pagare le spese mediche e alimentari di sua madre, fino a che lei morì nel novembre 1975. Peraltro, secondo non pochi gesuiti, avrebbe dovuto essere la stessa “provincia” a farsi carico di queste spese. E anche questi soldi avrebbero dovuto essere depositati in un conto bancario che, invece, non è mai esistito. Bergoglio, come gesuita convinto e anche come provinciale, non avrebbe potuto ignorare il regolamento e il corretto modo di procedere. Inoltre gli dissero – continua Verbitzky – che l’amministrazione di Bergoglio lasciò una contabilità viziata da omissioni e occultamenti nelle entrate (donazioni di privati e importi della curia generale della compagnia della chiesa tedesca e dello stato nazionale destinati al sostegno dei novizi e degli studenti gesuiti). Attraverso riunioni interne e raccolta di dati tra i vari donatori, si calcolava una mancanza di quasi sei milioni di dollari.

LE DICHIARAZIONI DELL’EX GESUITA SU BERGOGLIO – Finita qui? Certo che no. Nel corso della sua deposizione Mom Debussy tocca anche altri argomenti. “La mia relazione con il p J. Mario Bergoglio – scrisse – mi cambiò profondamente, mi impedì di maturare […] dovetti sopportare oppressione, falsità e disprezzo”. Il suo ingresso nella compagnia e il suo ordine sacerdotale oggi sono considerati da Debussy “errori” provocati dalla “mia debolezza, confusione e timore della solitudine” e dal disprezzo per Bergoglio, il quale “considero un demente nel migliore dei casi e una brutta persona in molti altri”. Le conclusioni lasciano riflettere: “preferisco questo mondo peccatore dove i corrotti non passano per virtuosi o almeno cercano fama, denaro e potere. Non si camuffano dietro professioni di povertà nè proclamano la virtù suprema della carità, mentre restando impuniti distruggono altri esseri umani figli di dio come loro. Fuori dall’isola ecclesiastica le cose sono chiamate con il loro nome e comunque nessuno inganna nessuno”. Per Mom Debussy, “Bergoglio è un sociopatico che non titubava nel sottomettere psicologicamente tutti i gesuiti che poteva, iniziando dai novizi e dagli scolari tra i quali c’ero anche io. In questo modo ottenne successo”.

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