TRATTATIVE/ La storia di uno Stato e dei suoi (loschi) compromessi: ecco i 6 patti con le mafie

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Questa è la storia di una Repubblica, quella italiana, abituata fin dai suoi albori a trattare con le Mafie. Al plurale, si, perché stiamo parlando delle tre maggiori organizzazioni criminali presenti “made in Italy”: Cosa Nostra, Camora e ‘Ndrangheta. Ed è la storia di una Repubblica che cerca – ad ogni costo – di occultare, a sé stessa e all’opinione pubblica, rapporti a dir poco ambigui. Chi nega sa di mentire. Chi si mostra sorpreso per una “eventuale” trattativa con Riina e i Corleonesi è, semplicemente, un idiota. Questa è la storia delle sei trattative più importanti tra lo Stato italiano e il suo lato oscuro: le Mafie.

 

IL PECCATO ORIGINALE: LUCKY LUCIANO

Per capire quanto accaduto settanta anni fa bisogna fare un breve passaggio sulle dinamiche della Seconda Guerra Mondiale.

Nel biennio tra il 1941 e il 1942 gli U-boot tedeschi fecero strage dei convogli anglo-americani che portavano rifornimento in Europa. L’episodio che destò maggiori sospetti fu l’incendio del 9 febbraio 1942 del transatlantico Normandie.

Fu questo il motivo scatenante, la classica goccia che fa traboccare il vaso, a spingere la Marina statunitense a entrare in contatto con Cosa Nostra, che a New York (e non solo) gestiva gli scali portuali, luoghi in cui gli Stati Uniti non riuscivano più a mantenere segrete le operazioni militari, vista la grande capacità tedesca di infiltrazione e, quindi, di vantaggio nel carpire informazioni “top secret” che in guerra fanno la differenza tra vittoria e sconfitta .

Quale uomo era in grado di rendere sicuro il porto di New York contro le infiltrazioni tedesche? A chi potevano rivolgersi le autorità statunitensi per dare una decisa svolta al conflitto?

Ovvio: a Cosa Nostra. Il cui boss supremo dell’epoca era Lucky Luciano. l terreno contro i fascisti è fertile, i mafiosi sono patriottici e gli americani hanno simpatizzato con i siciliani messi in  carcere dal Duce. Luciano promise di assicurare il porto di New York contro Hitler e i suoi e lo Stato americano non si pose alcun problema morale: l’importante era vincere.

L’alleanza con Luciano venne rinnovata anche nel ’43, quando le truppe americane progettavano lo sbarco in Sicilia e si resero conto che il nascente Stato italiano non aveva attività di intelligence capace di facilitare il raggiungimento dell’obiettivo.

Luciano prese i contatti con la Cosa Nostra siciliana e gli americani conquistarono l’isola in meno di 39 giorni.

Ecco, quello fu il peccato originale di una Repubblica che si liberava dal fascismo solo grazie all’intervento decisivo di due forze esterne, cui cedeva sovranità a mò di ringraziamento. Gli Stati Uniti d’America hanno sempre potuto interferire, direttamente e non, nelle italiche decisioni; così come Cosa Nostra.

Naturalmente c’è chi lo ha fatto con le bombe e chi no. Ma capire questa differenza resta, ancora oggi, fin troppo complicato.

LA STORIA SI RIPETE: IL PAPELLO E LE VITTIME SACRIFICALI

L’altra, più recente, trattativa con Cosa Nostra è quella su cui ha indagato Antonio Ingroia e che proverebbe una negoziazione avvenuta non all’indomani della stagione stragista a cavallo del ’92-’93, come tanti vogliono far credere, ma iniziata dopo l’omicidio di Salvo Lima e terminata con il sacrificio, dovuto dallo Stato alla mafia, dei giudici Falcone e Borsellino. L’arresto di Riina, le bombe di Firenze, Milano e Roma, sono state niente altro che scosse di assestamento.

Esiste un ottimo libro, “Il Patto” (di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci, ed. Chiarelettere), in cui tutta la trattativa viene srotolata davanti agli occhi del lettore nel racconto inedito di un infiltrato, Luigi Ilardo, boss pentito e messosi al servizio della parte “buona” dello Stato per sconfiggere dall’interno Cosa Nostra. È Ilardo a portare le forze dell’ordine a Mezzojuso nel giorno tristemente famoso del mancato blitz ai danni di Provenzano – siamo nel ’95, undici anni prima della cattura di Binnu; ed è ancora Ilardo a parlare per primo di rapporti tra mafia, politica, massoneria e imprenditoria. È sempre Ilardo a svelare le trame che stanno dietro la nascita della Seconda Repubblica, quando un partito nato dal nulla, Forza Italia, conquistò i voti (anche) delle famiglie mafiose. Ilardo, sempre lui, rivelò l’esistenza di rapporti tra Dell’Utri, Berlusconi e i vertici di Cosa Nostra.

Poteva una risorsa così importante essere utile per uno Stato cui interessava solo trattare? Certo che no. Tanto è vero che, quando Ilardo si trova ad incontrare per la prima volta l’ex capo del Sisde e del Ros, generale Mario Mori – sotto processo oggi a Palermo per la mancata cattura di Provenzano nel 1995 – l’infiltrato si lascia andare ad una dichiarazione shock: “Molti attentati addebitati a Cosa Nostra non sono stati commessi da noi ma dallo Stato. Voi lo sapete benissimo.”

Era il 2 maggio 1996.

Il 10 maggio, appena otto giorni dopo l’incontro con Mori, Ilardo viene assassinato dai sicari di Cosa Nostra nella sua Catania. Qualcuno, all’interno delle forze dell’Ordine aveva fatto saltare la copertura, fino a quel momento gestita in maniera impeccabile. “Tradito da una talpa istituzionale”.

Ilardo sarebbe entrato nel programma protezione testimoni il 14 maggio. Ma uno Stato che tratta non ha alcun interesse a proteggere persone come Ilardo. Persone che sanno troppo. Uomini d’onore con la dignità forte di chi capisce che è il momento di saltare il fosso, per regalare alla famiglia, ai figli – Ilardo ne aveva cinque – un futuro diverso.

La trattativa, sebbene mai interrotta da quel lontano dopoguerra, ha subito una decisa accelerata dopo l’omicidio Lima, che ha mandato nel panico quegli uomini delle istituzioni tradizionalmente più vicini alla cupola siciliana. E dopo l’uccisione di Giovanni Falcone, nel 21 maggio 1992, pezzi di Stato si sono mossi per evitare il “muro contro muro” con Riina, oramai scheggia impazzita e – quindi – non più necessario.

La morte di Paolo Borsellino diventa una “naturale” conseguenza della trattativa. Che, nessuno può negarlo, al di là di qualunque risultanza giudiziaria, c’è stata. Perché la verità storica è, troppo spesso, diversa dalla verità giudiziaria. Soprattutto quando c’è di mezzo una trattativa Stato-Mafia.

I RIFIUTI DI NAPOLI E LA CAMORRA: SI TRATTA

Non di sola mafia (siciliana) vive lo Stato italiano. E allora perché non trattare anche con la Camorra?

Secondo alcune ipotesi investigative lo Stato sarebbe sceso a patti con i clan campani per fermare l’emergenza rifiuti tra il 2005 e il 2010.

Il tavolo, stando a un’inchiesta del Mattino di Napoli, si sarebbe svolto nel 2006 e avrebbe visto la partecipazione di vertici dei Casalesi, tra cui Michele Zagaria (poi arrestato…), uomini dello Stato e agenti dei servizi segreti. Tema della discussione: la costruzione di un termovalorizzatore a Santa Maria la Fossa, con vantaggi economici per i clan, in cambio della fine dell’emergenza rifiuti, cui lo Stato doveva porre un freno. A qualunque costo.

Nell’anno precedente, secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, ci sarebbe stato un accordo preelettorale durante la competizione per le regionali campane del 2005, svoltosi a Pomigliano D’Arco.

Tre i punti principali della combine – trasporto dei rifiuti, stoccaggio e riqualificazioni – e un sistema semplice ed efficace che affidava il tutto ad ditte segnalate proprio da Michele Zagaria, sulla cui latitanza sta indagando la DDA per capire se ci sono state coperture istituzionali.

Quello sotto gli occhi della procura di Napoli altro non è che un complesso intreccio tra politica, imprenditoria e camorra – con la complicità e supervisione di pezzi di Stato – il cui obiettivo era accordarsi sulla costruzione di impianti di stoccaggio per i rifiuti, in maniera tale da ripulire le strade e chiudere l’emergenza, causa prima – in quel periodo – di gravi danni d’immagine per lo Stato italiano, accusato di abbandonare al proprio destino i cittadini campani.

Per farlo lo Stato – come al solito disposto a tutto in certi casi – avrebbe agevolato l’ingresso economico della camorra, che controlla il territorio, nell’affare. Questa è l’ipotesi al vaglio degli investigatori.

Senza dimenticare che già nel 1998 l’imprenditore casertano Sergio Orsi, socio privato di Eco4, fu visto in compagnia dei boss Nicola Foria e Mario Fabbrocino. Lo stesso imprenditore che era collegato anche con Giuseppe Valente, uomo di Cosentino nel consorzio a società mista Eco4.

MORO ABBANDONATO, CIRILLO SALVATO: CI PENSA CUTOLO

Quella per i rifiuti non è stato il primo punto di contatto tra la Camorra e lo Stato.

Il precedente, ben più autorevole e mediatico, cade nel 1981, quando l’assessore campano ai lavori pubblici, Ciro Cirillo, viene sequestrato a Torre del Greco dalle Brigate Rosse. Erano passati solo tre anni dall’uccisione di Aldo Moro e la Democrazia Cristiana, inaspettatamente, compie una clamorosa giravolta e passa dal “trattare mai” al “andiamo da Cutolo”.

Fu allora che lo Stato italiano ha deciso di mediare con le Brigate Rosse chiedendo l’intervento diretto del capo carismatico dell’epoca, il boss della NCO Raffaele Cutolo, nonostante fosse già rinchiuso nel carcere di Ascoli Piceno.

A raccontare questa vicenda ai giudici c’ha pensato il super pentito Pasquale Galasso, che dice anche di essere stato contattato per spronare l’intervento del camorrista di Nola Alfieri. L’accordo salta perché questo si rifiuta di scendere a patti con lo Stato. Che invece trova terreno fertile in Cutolo, la cui parabola discente inizia in quel preciso momento, delegittimato com’è – causa accordo con il “nemico” – agli occhi della NCO.

Secondo le ricostruzioni investigative “O professore” chiede – in cambio – quote di appalti per ditte amiche e lo spostamento di detenuti suoi affiliati in carceri più sicure. Dopo 89 giorni di prigionia Cirillo viene liberato, dietro pagamento di un ingente somma per oltre due miliardi di lire. Nell’affaire Cirillo sono stati coinvolti anche i tristemente noti servizi segreti nostrani e il faccendiere Francesco Pazienza, che portò avanti le trattative con il braccio destro di Cutolo, Vincenzo Casillo.

Casillo viene ucciso poco tempo dopo, nel 1983, e la stessa sorte tocca a Salvatore Jacone, cognato di Cutolo, trucidato nel 1988, e a Roberto, il figlio del Professore, ammazzato nel 1990.

Il vecchio boss, ancora vivo e in carcere, ovviamente non ha mai rivelato la sua verità sul sequestro Cirillo.

LA ‘NDRANGHETA SEQUESTRA, LO STATO PAGA

Potevano mai mancare, in questo bel quadretto italiano, le cosche calabresi? Giammai.

Anche con la ‘ndrangheta lo Stato è sceso a patti, per tamponare il fenomeno dei sequestri di persona che a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90 ha procurato alle ‘ndrine un guadagno di oltre quindici miliardi di vecchie lire, tutti o quasi reinvestiti nell’acquisto dell’oro bianco, quella cocaina che oggi determina – nello scacchiere criminale internazionale- la supremazia della Santa rispetto a qualsiasi altro fenomeno mafioso.

La maggior parte dei sequestrati veniva custodita in Aspromonte e tra questi anche Cesare Casella e Giuseppe Soffiantini. Della presunta trattativa ha parlato anche il sostituto procuratore nazionale antimafia Vincenzo Macrì, raccontando “di sequestri brevi i cui pagamenti avvenivano sottobanco. Le liberazioni che si realizzavano erano fasulle e la trattativa non avveniva con la famiglia ma con lo Stato.”

E così – sostiene Vincenzo Macrì – tutti sono contenti, i sequestratori ricevono soldi puliti, la famiglia non paga e lo Stato ne esce pulito”. La dichiarazione risale agli anni ‘90 e non mancò all’epoca di sollevare forti polemiche.

Non bisogna dimenticare, in proposito, il caso dell’ex generale dell’Arma ed ex agente del Sismi Francesco Delfino, prima indagato per illeciti legati al rapimento di Soffiantini e poi condannato definitivamente nel 2010 dalla Cassazione per truffa. Secondo la sentenza, “il generale avrebbe approfittato del rapimento al fine di truffare alla famiglia Soffiantini la somma di circa 800 milioni di lire, prospettando falsamente che tale somma fosse utile ad ottenere la liberazione del loro congiunto sequestrato.”

LA ‘NDRANGHETA SPARA (A DUISBURG), LO STATO PATTEGGIA

La seconda volta in cui Stato si sarebbe mosso per entrare in contatto con la ‘ndrangheta risale al post-Duisburg, dopo una strage di portata internazionale in cui il nome dell’Italia viene infangato a livello mondiale. Obiettivo: conoscere i nomi di mandanti ed esecutori della strage.

All’epoca il presidente del Consiglio era Romano Prodi, Giuliano Amato sedeva al Viminale e Arturo Parisi era ministro della Difesa. Il giorno di ferragosto del 2007 sei persone muoiono: Francesco e Marco Pergola, Sebastiano Strangio, Francesco Giorgi, Marco Marmo e Tommaso Venturi.

Il violento scontro vede coinvolte da un lato la cosche Pelle- Vottari e dall’altro i Nitta- Strangio. Per evitare altri morti il Tribunale di Reggio Calabria, attraverso l’utilizzo di alcuni pentiti, è riuscito ad ottenere la condanna di otto persone all’ergastolo, tra cui quella di Giovanni Strangio, ideatore dell’agguato.

Come ci sono arrivati? Le istituzioni sentendo pericolo di faida, si sarebbero messe in contatto con alcuni boss di San Luca ma originari del Sudamerica. Da un lavoro serrato, tra cui anche un viaggio oltreoceano,  viene fuori il nome di Giovanni Strangio.

Cosa ha chiesto il boss in cambio? Si parla di quasi un milione di euro e uno sconto importante di pena. Tutto per identificare mandanti ed esecutori.

A ottobre poi la Procura risponde confermando l’interessamento presso il Dipartimento degli Affari Penali per assecondare le richieste del boss.

Anche altri pentiti in carcere sono stati contattati e tutti hanno chiesto alleggerimenti di pena. Lo Stato in questo caso non ha favorito la ‘ndrangheta ma ne ha utilizzato alcuni esponenti per evitare lo scoppio dell’ennesima guerra Santa.

O GUERRA O ACCORDO

Eccola, quindi, la storia di una Repubblica abituata a trattare con le mafie, direttamente o indirettamente. E ci tornano alla mente le parole di Borsellino quando ricordava che “politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo.”

E visto che il “muro contro muro”, come dichiarato da Mario Mori al processo per il mancato arresto di Provenzano a Mezzojuso, non conviene a nessuno, il più delle volte – quasi sempre – ci si mette d’accordo. Tranne rare eccezioni: quelle di Moro, Falcone e Borsellino.

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