Trapani-Mogadiscio, un nuovo asse di intrecci tra politica e mafie

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A Trapani e a Palermo si indaga. Bocche cucite e massimo riserbo: ufficialmente, scrive Riccardo Castagneri su Articolotre, vale ancora l’archiviazione decisa nel 2000 dal Gip del Tribunale Alberto Gamberini su richiesta dall’allora capo della procura Gianfranco Garofalo.

 

Tante, troppe coincidenze, particolari che si intrecciano e si incrociano, contorni che si definiscono. L’asse tra Italia e Somalia,Trapani e Mogadiscio: un intreccio di servizi deviati. Gladio, mafia, traffico d’armi e scorie radioattive. Strane commistioni tra apparati dello Stato e soggetti criminali, segreti all’apparenza impenetrabili e una città, Trapani, dove questi misteri confluiscono e svaniscono nelle stanze di una massoneria che si confonde e si mischia con il potere costituito, con l’imprenditoria, con le banche e con la mafia.

Delitti che si collegano. Il giornalista  Mauro Rostagno, 26 settembre 1988, Vincenzo Li Causi, agente Sism e capocentro della Gladio Trapanese, 13 novembre 1993; Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, inviata e operatore Rai, 20 marzo 1994. Tutti omicidi che le ultime indagini sembrano indirizzare verso una matrice mafiosa destinata ad intersecarsi con i servizi deviati, la potente loggia Iside 2 e la base Gladio Trapanese, il centro Scorpione.

Tanto Rostagno, quanto Li Causi, Alpi e Hrovatin erano arrivati probabilmente alla verità, alle prove del traffico d’armi e di scorie radioattive tra Italia e Somalia.Immagini immortalavano aerei che scaricavano riso e farmaci per imbarcare kalashnikov e mine.E Li Causi aveva deciso di parlare.

La posta in gioco erano le armi da regalare ai signori della guerra Somala, in cambia di terra, tanta terra, per sotterrare rifiuti tossici e scorie.

Tutto ha inizio con la Gladio siciliana. Era l’estate del 1988, Mauro Rostagno, direttore dell’emittente Rtc, preparava uno scoop di cui pochi erano a conoscenza, la cassetta con le riprese la teneva chiusa in un armadietto del suo ufficio.

Uno dei pochi cui aveva accennato alla vicenda era l’amico Sergio Di Cori, che ricorda oggi “Mauro mi parlò di un traffico d’armi che avveniva in un aereoporto in disuso, nei pressi di Trapani. Aveva fatto delle riprese con la telecamera”. Di Cori fece il nome di alcuni generali alla procura di Trapani, che ben si guardò dall’accertare quale fosse il loro vero ruolo. Ma il procuratore Garofalo notiziò i colleghi palermitani che “I nomi fatti da Di Cori li ritroviamo in un processo celebratosi a Venezia pe esportazione illegale di armi verso l’Iran”.

Garofalo puntava ad una pista interna, ma la sua inchiesta naufragò tra mille polemiche, testi palesemente inattendibili, e altri del tutto cedibili, ma non ritenuti tali. La stessa Carla Rostagno, sorella di Mauro, oggi riconosce “Garofalo ha indagato a fondo sul delitto di mio fratello, ma poteri forti non gli hanno permesso di chiudere l’inchiesta”.

Troppe cose non quadrano dell’omicidio Rostagno: troppe persone presenti a sparare, un metodo che stride con le regole di Cosa Nostra. E troppa approssimazione: un fucile che esplode in mano ad uno dei sicari, senza contare che per la fuga venne scelta una strada trafficata rispetto ad altre più veloci e defilate, ma quella strada portava al centro Scorpione.

Anche il caso Vincenzo Li Causi sembra essere scomparso dalle cronache, il maresciallo del Sismi vittima di uno strano “incidente sul lavoro”,ucciso in un misterioso conflitto a fuoco. Un anello importantissimo, quello venuto a mancare, Li Causi era in procinto di tornare in Italia per essere sentito dalle varie procure che faticosamente tentavano di far luce su Gladio.

Li Causi in Italia ci arrivò, però chiuso in una bara, insignito con una medaglia d’oro, naturalmente non uno straccio di autopsia. Si diceva che il maresciallo volesse far chiarezza sulle immagini che Mauro Rostagno aveva ripreso, ma qualcuno glielo impedì. Quelle immagini immortalavano uomini in mimetica all’aereoporto dismesso di Kinisia, scaricavano casse di medicinali da un velivolo militare, per far posto a casse contenenti armi, collaudate sul posto prima di essere imbarcate.

Ma Li Causi era a conoscenza anche del fatto che insieme alle armi, su quegli aerei viaggiava anche qualcos’altro: scorie radioattive e rifiuti tossici. Questo probabilmente lo confidò ad Ilaria Alpi e a Miram Hrovatic.

Giancarlo Marocchino è un sedicente imprenditore trapiantato in Somalia, comparso sullo scenario dell’omicidio Alpi-Hrovatic, è stato intercettato mentre parlava della morte di Rostagno.Una fonte Digos friulanalo indicava come mandante degli omicidi dei due giornalisti Rai. Le dichiarazioni vennero raccolte dal vicequestore Antonietta Motta Donadio.

Questa fonte, considerata assolutamente attendibile, rivelò che ad organizzare il gruppo di fuoco e a condurlo sul posto dove Ilaria e Miran furono trucidati èsarebbe stato proprio Marocchino. Per ragioni di sicurezza La Donadio rifiutò di fare il nome della fonte, al fine di tutelarne l’incolumità.

 L’allora presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta, Carlo Taormina, definì il vicequestore e la sua squadra come “veri depistatori, incapaci di gestire gli informatori”, di cui si premurò di rendere pubblica l’identità: Mohamed Moaud, detto Er Gallo.

Questi omicidi, apparentemente senza nesso, trovano oggi un altro comune denominatore, oltre alle frettolose archiviazioni. Una delle tante oscure figure che ruotano intorno a queste vicende è quella diFrancesco Cardella, amico di Bettino Craxie guru arancione. Certamente molto vicino a Mauro Rostagno, il quale addirittura gli avrebbe affidato una copia delle registrazioni video girate all’aereoporto di Kinisia.

Da un’inchiesta della procura di Torre Annunziata, durante tangentopoli, emersero l’esistenza di rapporti dei servizi sulla morte di Rostagno. Copia di questi rapporti vennero rinvenuti durante una perquisizione della Guardia di Finanza nella sede romana del Psi.

Ma Cardella lo ritroviamo anche se non fisicamente, in Somalia, pochi giorni prima della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatic: Aveva inviato nel Corno d’Africa un suo stretto collaboratore, Giuseppe Cammisa, ufficialmente per occuparsi di aiuti umanitari. Ilaria sapeva di essere controllata. Diversi testimoni udirono perfettamente la frase che rivolse a Miran appena sbarcata dall’aereo “Vedi? Quello è uno del Sisde e sta cercando di abbordarmi”.

A questo punto davvero troppi i comuni denominatori che legano gli omicidi Rostagno, Li Causi, Alpi e Horvatin, anche per gli inquirenti.

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