TRAGEDIA IN LIGURIA/ Le responsabilità di una strage preannunciata in una terra di forte abusivismo edilizio. E quella longa manus della ‘ndrangheta …

Scritto da Carmine Gazzanni |
Pubblicato Lunedì, 07 Novembre 2011 12:17

di Carmine Gazzanni

Non bisogna più inchinarsi al dio della speculazione”. A dichiararlo in un’intervista a Repubblica è il Procuratore capo di Genova Vincenzo Scolastico che ha aperto anche un fascicolo per disastro e omicidio colposo plurimo. Le domande che circolano sulla tragedia dell’alluvione ligure sono tante, su tutte una: è stata una strage che si poteva, in qualche modo, prevedere? Non vogliamo attaccare nessuno in un momento come questo. Fatto sta, però, che da anni la Liguria è terra di abusivismo edilizio

Le coste italiane continuano ad essere sfregiate dal cemento selvaggio”. A dirlo, senza mezzi termini, è il rapporto d53b43bb21d_5504085_smli Legambiente Mare Monstrum 2011 (redatto per altro, ironia della sorte, a Genova). Si va dall’abusivismo di decine di migliaia di villette per le vacanze, ai tanti attracchi privati e grandi alberghi a picco sul mare che tolgono alla fruizione pubblica spiagge, rocce e specchi di mare, “mettendo a repentaglio la stessa stabilità della costa”. Il dossier va ad analizzare, scrupolosamente, i diversi reati accertati a danno del mare e, più in generale, dei corsi d’acqua che attraversano il territorio italiano. Ebbene, sul podio troviamo proprio l’abusivismo edilizio: 3.495 infrazioni accertate.

Ma se ci soffermiamo sulle singole regioni, le sorprese non mancano: in un’ipotetica classifica sull’abusivismo edilizio sul demanio la Liguria è al settimo posto, subito dopo le regioni a tradizionale presenza mafiosa (in ordine Sicilia, Calabria, Campania e Puglia), la Sardegna e il Lazio (dove sappiamo bene come siano forti gli interessi malavitosi). Questo dato, tuttavia, dev’essere analizzato più approfonditamente: la classifica, infatti, va in base ai reati accertati, ma questi, poi, devono essere messi in proporzione all’estensione delle singole regioni. E allora, se in assoluto le 163 infrazioni registrate in Liguria sembrerebbero “poche” in confronto alle 682 siciliane, rapportate poi all’estensione del territorio ci accorgiamo della drammaticità del dato raccolto da Legambiente: in Liguria solo il 16% dei 135 chilometri di costa si salva dalla colonizzazione selvaggia. Un dato impressionante. Emblematico, ad esempio, il caso di Varazze in provincia di Savona, la “spiaggia più piccola del mondo”, com’è stata ribattezzata dagli abitanti: qui si possono contare circa 40 stabilimenti per un tratto di costa lungo una manciata di chilometri.

Ma questo è solo il primo di una lunga serie di esempi che potremmo fare. Aberrante quanto accaduto a Vado Ligure con la piattaforma Maersk: sebbene il progetto sia stato bocciato dai cittadini con un referendum nel 2008, una superficie di 250mila metri quadrati, superiore a quella dell’intero centro storico di Vado e pari a 35 campi di calcio, riempirà per ben due terzi la rada di Vado. Già oggi il prezzo pagato dal paesaggio è enorme: la rada infatti ospita la centrale a carbone Tirreno Power, la ExxonMobil, il porto petroli, il pontile carboni e tre discariche. Come dichiara Legambiente: “La piattaforma Maersk sarà, con ogni probabilità, la pietra tombale su qualunque possibilità di recupero ambientale e di sviluppo sostenibile”. E nonostante la lotta del consiglio comunale (alle ultime elezioni al comune di Vado a vincere, sconfiggendo tanto le forze di centrosinistra quanto quelle di centrodestra, è stato il sindaco sostenuto dal comitato contro la piattaforma), i poteri forti sono più che insistenti: la Maersk – l’unica che beneficerà di questo scempio – può contare sull’appoggio della Regione Liguria e dell’autorità portuale di Savona che “continuano a insistere per l’investimento di 300 milioni di soldi pubblici in un’opera che è già obsoleta prima ancora che ne inizino i lavori”.

Altro scempio si registra, ancora, nella Val di Magra, ai confini con la Toscana. Qui, la Marinella Spa nell’aprile del 2004 ha presentato un progetto di “valorizzazione”. In realtà si tratta di nuove cubature edilizie su circa il 30% dell’area interessata, per una superficie di circa 87 mila metri quadrati, a cavallo tra i comuni di Sarzana e Ameglia, in provincia di La Spezia. Questi comparti, fanno sapere da Legambiente, si legano alla realizzazione di un polo nautico in località Fiumaretta, sulla sponda sinistra del fiume Magra, il cosiddetto progetto “Marina di Fiumaretta”. Ma l’attività nautica è già oggi satura in quella zona, tant’è che “se ampliata ulteriormente secondo i desideri della Marinella SPA, metterebbe a sicuro rischio gli equilibri ecologici ed idrogeologici della piana e dell’asta del fiume”.

A questo punto, però, due domande chiave: di chi sono le colpe? E, soprattutto, chi ci guadagna? Come accade di solito in questi casi, le responsabilità cadono a pioggia sulle istituzioni, dai consigli comunali fino al Governo nazionale. È evidente, ad esempio, che mancano controlli. In più le istituzioni locali sono ree, in molti casi, di accordare finanziamenti a progetti che invece non avrebbero luogo di esistere. Ancora. Sebbene la Liguria con la legge regionale 13/2008 ha determinato la porzione di litorale da lasciare libera all’accesso pubblico (il 40% per ogni comune), molte giunte ancora non si regolamentarizzano: secondo Legambiente, infatti, le spiagge direttamente fruibili nelle quattro province liguri sono ridotte al 34% per la provincia di Genova, al 37% sia per la provincia di La Spezia che per quella di Imperia e al 19% per la provincia di Savona. Per quanto riguarda i comuni, il dato è ancora più imbarazzante: Diano Marina, ad esempio, ha solo il 10% di spiagge libere.

Ma attenzione. Dichiara Legambiente: “Ci fosse un Oscar per la spudoratezza da assegnare ai nemici del mare probabilmente andrebbe al Governo italiano e in particolare ai Ministri Tremonti e Brambilla”. Il motivo è da rintracciare in un articolo presentato alcuni mesi fa, poi per nostra fortuna ritirato, nel Decreto Sviluppo. La norma in questione prevedeva il “diritto di superficie” sulle aree demaniali, che altro non è che “la svendita dei litorali ai privati, in barba al rispetto di in edificabilità dei 300 metri dalla battigia”. Il Governo, in questo modo, avrebbe permesso, di costruire di tutto, anche residence e centri commerciali. Non solo: avrebbe permesso anche di costruire sugli arenili e anche sulle “aree già occupate da edificazioni esistenti aventi qualunque destinazione d’uso in atto alla data di entrata in vigore del presente articolo, ancorché realizzate su spiaggia, arenile o scogliera” e se non sono su terreni di proprietà privata “possono essere mantenute esclusivamente in regime di diritto di superficie”. In pratica, non solo permesso di costruire sul demanio, ma anche di lasciare i manufatti già esistenti. Un vero e proprio condono edilizio, dunque. Come detto, la norma è stata ritirata. Ma l’attenzione, fanno sapere da Legambiente, deve restare alta.

Ed ora veniamo agli interessi, certamente forti se si pensa che in Italia le concessioni demaniali sono circa 25 mila. Scrive Legambiente: “La criticità maggiore è data dalla forte sproporzione tra l’ammontare degli introiti che lo Stato percepisce da queste attività e i guadagni dei privati. Si stima infatti che le concessioni demaniali in questo settore fruttino all’erario circa 100 milioni di euro, a fronte di un incasso da parte dei privati pari a circa 2 miliardi di euro, secondo le stime più basse, addirittura oltre 16 miliardi di euro all’anno secondo altri studi”.

E non è tutto. “L’ombra della ‘ndrangheta si è allungata su tutta la Liguria, soprattutto sulla costa, la parte più ambita per occultare e “lavare” denaro sporco”. Non più una ipotesi investigativa, ma una realtà fin troppo eclatante. Basti pensare a quanto accaduto a Bordighera: il dieci marzo 2011, dopo un dettagliato rapporto investigativo, il Ministro degli interni Roberto Maroni decide l’immediato scioglimento del consiglio comunale, retto da una giunta di centrodestra. Bordighera diventa così il secondo comune del Nord Italia sciolto per mafia. Secondo gli investigatori, ricorda Legambiente, ci sarebbero assessori eletti con il voto dei boss, appalti più che sospetti, cementificazione “forzata” del ponente ligure con ditte in odor di mafia, ricatti, minacce, colpi di pistola. E non è tutto: alcuni mesi fa la commissione prefettizia era giunta alle stesse conclusioni, concentrando la propria attenzione su alcuni appalti, in particolare quelli “legati al ripascimento delle spiagge e agli interventi successivi all'alluvione che aveva devastato le coste liguri nel 2006”. Tutti questi lavori, secondo le indagini, sono stati portati avanti da ditte facente capo alla famiglia calabrese dei Pellegrino, un clan al quale lo scorso 27 maggio la Dia ha sequestrato beni per 9 milioni di euro. Non solo: la Dia ha chiesto l’obbligo di dimora nei confronti dei quattro Pellegrino indagati nel comune di Ventimiglia, dove hanno la residenza. Il clan, infatti, non solo si sarebbe distinto per abusivismo edilizio, ma anche per aver “truccato” l’elezione di alcuni stretti collaboratori del sindaco. Ma questo è uno dei tanti esempi di infiltrazione mafiosa in terra ligure: Vallecrosia, Castellaro, Ventimiglia. Anche qui, dai rapporti e dalle informative dei carabinieri e degli investigatori, sembrerebbe che sia alta la presenza malavitosa.

Ma non è solo la ‘ndrangheta che tenta l’assalto alla costa ligure. Molto spesso troviamo dirigenti d’azienda che corrompono amministratori locali. A Marzo a Ceriale (Sv), ad esempio, i carabinieri hanno sequestrato un’area di 15 mila metri quadrati sul litorale. Gli indagati, per lottizzazione abusiva e falso, sono, tra gli altri, un tecnico del Comune per la concessione delle autorizzazioni per l’apertura del cantiere. Passa un mese e a Noli e Spotorno viene sequestrata un’altra area: 4 mila metri quadrati per irregolarità edilizie commesse da una società che gestiva il rimessaggio di imbarcazioni al confine tra i due comuni del savonese.

Insomma, la Liguria non è nuova alla speculazione e all’abusivismo. Bisogna che qualcuno se lo ricordi prima che ci sia un’altra esondazione.

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