TERREMOTO EMILIA/ Mafie, un brindisi alla ricostruzione

Nella tragedia che sta colpendo una delle regioni più ricche d’Italia, c’è chi sta alzando la coppa di champagne per quello che verrà: ricostruzione, movimento terra, appalti, subappalti, cemento. Una montagna di soldi pubblici – la storia recente di Molise, Abruzzo e Umbria insegna – pioverà in Emilia Romagna e le cosche già presenti sul territorio, da tempo meta di infiltrazioni mafiose, si fregano le mani. Vasco Errani ha lanciato l’allarme: “Via le mafie dalla ricostruzione”. Ecco i rischi da evitare e gli insegnamenti della storia recente.

di Carmine Gazzanni

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La Direzione Nazionale Antimafia ha sempre parlato chiaramente di “una consolidata presenza delle imprese mafiose negli appalti, nelle speculazioni immobiliari, nel traffico illegale di rifiuti” in Emilia Romagna. Nella Relazione del 2011 i magistrati dell’Antimafia hanno puntato l’attenzione soprattutto sulle attività dei clan nel settore immobiliare e del riciclaggio del denaro sporco. Questa scelta strategica “si è imposta in quanto le organizzazioni di appartenenza, in particolare quella dei casalesi e quelle della ‘ndrangheta, restano radicate nei territori di origine, ma i loro affiliati si sono, nel tempo, spostati verso regioni non soltanto comode logisticamente, ma dove – per lo sviluppo economico che le contraddistingue – possono essere investiti i proventi illeciti accumulati con le attività delittuose svolte”. Dati preoccupanti, dunque. Ma andiamo a vedere, provincia per provincia, chi sono i clan attivi e, soprattutto, come operano.

MODENA

Il modenese è senza ombra di dubbio la provincia in cui si registra la più alta percentuale di presenza malavitosa. Scrivono Nicola Gratteri e Antonio Nicaso: la città è “un passaggio obbligato per i grandi traffici di stupefacenti che corrono sull’Autobrennero e sull’autostrada del Sole”.

Abbondano, infatti, le infiltrazione nel tessuto economico e sociale di appartenenti a pericolose organizzazioni criminali. È stata infatti appurata la presenza di alcune famiglie di Cosa nostra (la cosiddetta mafia del Brenta) interessate alle gare per importanti appalti pubblici. A dominare, però, sono i Casalesi (Alfonso Perrone e Sigismondo Di Puorto legati a Michele Zagaria) che sono riusciti ad impiantarsi anche perché diversi sono stati tanti i latitanti di camorra che si sono rifuggiati qui (tra gli altri Francesco Schiavone detto Sandokan, i fratelli De Falco e Francesco Bidognetti).

A Modena, per giunta, non sono mancate anche vicende sanguinose derivanti da faide tra bande: il 5 maggio 1991 due clan rivali arrivarono alle armi per il controllo delle bische clandestine.

Diversi anche i fenomeni di estorsione: a Sassuolo il 26 luglio 2006 venne fatta esplodere una bomba davanti alla porta della Agenzia delle entrate. Pochi giorni prima l’Agenzia aveva permesso di scoprire una frode sull’Iva da 700mila euro su un credito spuntato dal nulla da parte di una ditta che commercializzava materiale tecnologico che in breve aveva raggiunto cifre impressionanti. Dopo quattro anni di indagini ecco il nome dell’artefice: Paolo Pelaggi, legato agli Arena, clan attivo nella zona di Isola Capo Rizzuto.

La presenza ‘ndranghetista è resa palese anche da alcuni arresti di peso effettuati negli ultimi anni, come quelli dei latitanti Giuseppe Barbaro di Platì (Reggio Calabria), Franco Muto di Cetraro (Cosenza) e Carmelo Tancrè di Papanice (Crotone).

FERRARA

È presente il clan calabrese dei Farao-Marincola di Cirò, insieme ad altre organizzazioni criminali che operano in attività di riciclaggio.

FORLì – CESENA

Il Cesenatico è terra di eccellenza per la ‘ndrangheta. Basti pensare che nel 2008, quando venne arrestato il boss di Reggio Calabria Giuseppe Condello, u supremu, capobastone della ‘ndrangheta, si scoprì che, sebbene Condello si fosse rifuggiato nel piccolo paesino calabrese di Occhio di Pellaro, i suoi affari avevano trovato terreno fertile proprio a Cesena: tramite prestanomi aveva accumulato un patrimonio di circa 15 milioni di euro.

REGGIO EMILIA

Anche qui domina la ’ndrangheta, con i “cutresi”, che riescono ad accaparrarsi importanti lavori edili. Sono presenti pure affiliati dei clan Grande Aracri, Nicosia, Dragone e Arena. L’insediamento di queste cosche calabresi risale agli inizi degli anni ’80 ed hanno interessi economici nella gestione di locali notturni, nel traffico di droga e nelle estorsioni. Ma soprattutto nell’edilizia: basti pensare che già a novembre del 2010 la Prefettura di Reggio Emilia ha negato il certificato antimafia a una decina di aziende operanti nel reggiano. Indiscusso, poi, il potere di Antonio Dragone che può contare, come è stato rilevato anche dai rapporti della DIA, su un’assoluta vicinanza di imprenditori, impresari e colletti bianchi. Il pentito Cortese conferma: “Sì, (aveva) molta disponibilità economica perché ad Antonio Dragone, quando uscì dal carcere parecchie persone, anche di Reggio Emilia, impresari, imprenditori, fecero la fila per portargli i soldi […] Dragone so che raccolse quasi un milione di euro in quel periodo”.

PARMA

Anche qui i “cutresi” regnano incontrastati. I campi di attività spaziano dal traffico di stupefacenti, all’usura, al racket delle estorsioni, alla gestione del gioco d’azzardo e dei locali notturni. Un giro d’affari che produce ingenti capitali illegali che poi debbono essere “lavati” attraverso investimenti redditizi, edilizia, attività di movimento terra e appalti. Massiccia presenza anche di Cosa Nostra con gli uomini di Matteo Messina Denaro. E infine la camorra, che ha fatto sentire la sua presenza anche ricorendo alla via armata: Raffaele Gaurino, boss di Somma Vesuviana e residente a Medesano, venne ucciso con colpi d’arma da fuoco in pieno volto. Questo, d’altronde, è stato il secondo omicidio per mano della camorra in pochi anni: nel 2003 a morire era stato Salvatore Illuminato, marito della vicina di casa di Guarino.

RIMINI

Sono soprattutto tre famiglie calabresi a fare affari lungo il litorale: i Vrenna, i Pompeo e i Lentini (che, non a caso, vanno a formare, il cosiddetto ‘gruppo dei Calabresi di Riccione’). ‘Ndrine, queste, che si sono rese protagoniste anche dell’omicidio di un boss calabrese, Gabriele Guerra, che a Cervia (provincia di Ravenna) rischiava di compromettere gli affari nelle bische clandestine: il 14 luglio 2003 venne ucciso con sedici colpi di mitraglietta alla nuca e al busto. Ci sono, però, anche affiliati delle ‘ndrine di Cutro e Isola Capo Rizzuto (Kr), in particolare riconducibili agli Arena e ai Nicosia. Non solo. Secondo gli ultimi dati della Confesercenti sarebbero in forte crescita i commercianti costretti a pagare il pizzo. Imposto, soprattutto, dai clan camorristici. Ma anche qui è l’edilizia ad essere al centro dei pensieri malavitosi. Nel 2009 la Dda di Bologna ha sequestrato ad un imprenditore legato ai clan dei Casalesi ben 26 immobili, per un valore di sette milioni di euro, nell’ambito di una indagine della polizia tributaria della Finanza di Rimini. Secondo gli inquirenti, l’imprenditore ha ammesso di aver partecipato, attraverso imprese di Padova da lui usurate, alla costruzione dell’edificio che ospiterà la Questura di Rimini, oltre ad aver contribuito alla costruzione del villaggio Olimpico delle Olimpiadi invernali di Torino.

PIACENZA

Qui, il 17 febbraio 2010, nell’indifferenza generale di gran parte dei media, è accaduto un evento tra l’assurdo e lo sconfortante. Al mattino la città si sveglia con più di cento manifesti pubblicitari e poster che inneggiano alla mafia (“Cosa nostra: Prima azienda del Paese, Mafia Spa…”): si prometteva più sicurezza, meno estorsione, più libertà e maggiore ricchezza. E poi annunci radiofonici: “uno Stato che ti rapina con le tasse, a fronte di un pizzo che ti costa solo il 20%”. Gigantografie anche davanti le scuole: una busta di marijuana con a fianco il simbolo “Mafia spa, più libertà”.

Anche la ‘ndrangheta ha messo casa nel piacentino, soprattutto con Antonio Dragone che, pian piano, sta espandendo i suoi guadagni in Emilia Romagna, soprattutto tramite il giro d’affari delle bische clandestine e delle scommesse.

BOLOGNA

Non poteva mancare all’appello il capoluogo di regione. Anche qui si registra una forte presenza dei Casalesi. Una presenza che assicura lavoro per molti cittadini della provincia. Quanto accaduto alcuni anni fa né è la riprova: una trentina di persone assalirono la caserma dei carabinieri a Sant’Agata Bolognese perché rilasciassero Giorgio Simonetti, parente di un affiliato al clan dei Casalesi. Fa niente se Simonetti era stato arrestato per lesioni personali aggravate, minacce, violenza e resistenza per aver colpito più volte, con estrema violenza, un uomo senegalese senza alcun motivo, all’interno di un bar.

Ma nel bolognese non operano solo i Casalesi. Il traffico di stupefacenti è per la maggior parte in mano ai Licciardi, uno dei clan che rientra nel cosiddetto cartello della Nuova Alleanza di Secondigliano: non a caso Ciro Russo, uno dei nomi importanti del traffico internazionale, latitante da 15 anni, venne arrestato proprio nella provincia di Bologna.

Non manca, poi, la presenza ‘ndranghetista. Ed è una presenza di peso, come quella dei Bellocco di Rosarno: basti pensare che il capo Carmelo Bellocco fino al 2010 ha lavorato nel mercato ortofrutticolo di Bologna. Non solo. Nel gennaio dello scorso anno un’operazione internazionale – l’accusa era di associazione mafiosa finalizzata al traffico internazionale di droga, alle estorsioni, all’intestazione fittizia di beni e al reimpiego di capitali illeciti – portò all’arresto, tra gli altri, di tre uomini vicino alla cosca Mancuso di Vibo Valentia.

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