Super-manager pubblici: ecco chi sono e quanto ci costano. Tutti salvati dal fu Professore.

Alcuni dati. Complessivamente, per quanto riguarda gli stipendi, il governo costa circa 4 milioni di euro. I primi 43 manager pubblici invece costano 16 milioni di euro. Quattro volte di più, dunque. Ancora più incredibile l’ammontare degli stipendi dei manager privati. Il solo Marco Tronchetti Provera, nel 2011, ha ricevuto ben 22 milioni di euro. I primi venti top manager italiani nel 2011 hanno incassato qualcosa come 90 milioni di euro. A vedere gli stipendi dei burocrati insomma, è proprio questa la casta per eccellenza. Molto di più dei politici stessi. E sono intoccabili. Soltanto l’anno scorso il governo Monti, col sostegno di Pd e Pdl, era stato costretto a mettere un tetto agli stipendi (ma solo dei manager pubblici). Peccato però che sia stato inserito anche un codicillo da Azzeccagarbugli che assicura a molti di non dover sottostare ad alcun tetto. Succederà qualcosa nel corso di questa legislatura che senz’altro è cominciata con un piglio diverso? Vedremo. Ma sarà molto dura.

 

di Carmine Gazzanni

E se si iniziasse proprio così? Se si pensasse ad un disegno di legge che ponga un tetto agli stipendi non solo dei manager pubblici (cosa che esiste, ma come vedremo con l’inganno) ma anche di quelli privati. Si potrebbe, in alternativa, ricorrere anche ad un referendum. Proprio come accaduto in Svizzera. Sarebbe questo – più di qualsiasi altro taglio al numero dei parlamentari (non è detto sia un bene essere meno rappresentati) – il vero segno di cambiamento. Il motivo è presto detto: è proprio quella dei superburocrati – pubblici e privati – la vera casta italiana. Lo dicono gli stipendi, soprattutto se paragonati con quelli esteri.


GLI STIPENDI DEI MANAGER PUBBLICI. DA MANGANELLI A BEFERA – Chissà ad esempio cosa penserebbe il capo dell’FBI statunitense se venisse a sapere che il suo stipendio è circa un sesto di quello di Antonio Manganelli, capo della polizia italiana. 155 mila dollari (poco più di 100 mila euro) contro i 621 mila euro annui di Antonio Manganelli. Peraltro, la questione assume toni paradossali. Come ricostruisce Nunzia Penelope in Ricchi e Poveri, infatti, “il superstipendio del capo della polizia stride fastidiosamente con la miseria in cui annaspano le forze dell’ordine”. Assolutamente vero. Stipendio minimo (1200 euro che, con gli scatti di anzianità può arrivare massimo a 1600 euro) e, addirittura, impossibilità di fare il pieno alle volanti. Alcuni dati: su 90 volanti a disposizione della polizia capitolina, a Roma ne circolano solo 15: le altre sono in attese di riparazioni, pieni, cambio gomme. “Siamo in un momento storico difficile”, diceva tempo fa lo stesso Manganelli. C’è da scommettere, però, che non pensava a se stesso.

È anche vero, però, che Manganelli non è l’unico dei manager coccolati dallo Stato con superstipendi. Al secondo posto in questa speciale classifica abbiamo il ragioniere generale di Stato Mario Canzio (562.331 euro), seguito dal capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Franco Ionta (594.954 euro), dal direttore dei Monopoli di Stato, dai capi di Stato Maggiore dell’Esercito e della Marina con 480 mila euro annui. La lista, però, non termina qui. A  quota 475 mila euro si attestano i presidenti delle varie autorità, i membri invece scendono a quota 396 mila; Giuseppe Vegas, presidente della Consob, si ferma a 387 mila euro. Ancora più giù Gabriella Alemanno, direttore dell’Agenzia del Territorio (307 mila), Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle Entrate (304 mila euro) e Antonio Mastropasqua, presidente dell’Inps, che supera di poco i 217 mila euro.

Analizzando nel dettaglio questa classifica, peraltro, si scoprono bizzarrie del tutto particolari. Come ricostruisce ancora la Penelope, colpisce che il capo di gabinetto del ministero dell’Economia ha un reddito di 553.906 euro, quasi tre volte quello dello stesso ministro; il segretario generale del ministero degli Affari Esteri ne prende 412.560, il doppio rispetto al titolare Terzi di Sant’Agata. Sommando tutti gli stipendi dei 43 supermanager italiani si arriva alla sconvolgente cifra di 16 milioni e mezzo di euro annui. D’altronde non c’è da meravigliarsi. I dati dell’OCSE, infatti, rivelano che gli stipendi dei burocrati italiani sono i più alti del mondo: la media è di 308 mila euro annui, contro i 278 mila inglesi e i 180 mila statunitensi.


MASTROPASQUA, IL RE DEGLI INCARICHI – I manager italiani, insomma, non si fanno mancare nulla. E più hanno e più vogliono. Non sono pochi, infatti, i burocrati a ricoprire anche più incarichi. In modo tale da arrotondare (per usare un eufemismo) il già lauto compenso. Vincenzo Fortunato, capo di gabinetto al ministero dell’Economia, riceve 537 mila euro annui, ma il suo reddito lordo arriva a 789 mila euro: fa cumulo con altri incarichi. Lo stesso Attilio Befera, oltre ad essere direttore dell’Agenzia delle Entrate, percepisce anche un lauto compenso da presidente di Equitalia: nel 2010 ha dichiarato un reddito di 627.863 euro. Stesso dicasi anche per Antonio Mastropasqua il quale, accanto ai 217 mila euro sopra ricordati da presidente Inps, percepisce anche 465 mila euro come vicepresidente della stessa Equitalia. Non solo. Essendo anche un commercialista si dà da fare anche privatamente: tra presidenze di società, consigli e collegi sindacali ha altri venticinque incarichi che nel 2010 gli hanno garantito un reddito lordo di un milioni e 361 mila euro.


Supermanager-di-Stato-vero_potereIL CODICILLO DA AZZECCAGARBUGLI CHE SALVA TUTTI. ED EVITA IL TETTO – Occhio, però. Qualche furbone potrà dire: ma cosa stai dicendo? Un tetto per i manager pubblici esiste già. L’ha ideato Mario Monti nel corso dei suoi tredici mesi di governo. Assolutamente vero. Peccato però che il professore bocconiano abbia pensato anche al codicillo che permette di aggirare completamente la norma e, dunque, di garantire ai burocrati pubblici il malloppo completo. Non solo. L’unico partito che allora si accorse del trucco contenuto nel provvedimento – l’Idv – riuscì a far eliminare il codicillo. Peccato però poi sia rientrato nella Legge di Stabilità per opera del Pdl.

Ma andiamo a ritroso e cerchiamo di capire meglio cosa sia accaduto. Il 30 gennaio 2012 un comunicato di Palazzo Chigi annuncia entusiasta la presentazione di un decreto tramite cui si stabilisce che “il trattamento economico complessivo del primo Presidente della Corte di Cassazione (circa 304 mila euro annui, ndr) diventa il parametro di riferimento per tutti i manager delle pubbliche amministrazioni. In nessun caso l’ammontare complessivo delle somme loro erogate da pubbliche amministrazioni potrà superare questo limite”. Monti, insomma, è categorico. Niente più superstipendi. Basta. Bisogna, ribadisce ancora il premier, “eliminare – o quanto meno ridurre – gli sprechi connessi alla gestione degli apparati amministrativi”.

Tutti, o perlomeno una gran parte di media e politici, erano convinti che si fosse imboccata la strada giusta dopo tre anni di berlusconismo. Peccato però che, come detto, c’era l’inghippo. I tecnici, infatti, pensarono bene di inserire un codicillo (comma 2, articolo 1) secondo cui “i soggetti che alla data del 22 dicembre 2011 abbiano maturato i requisiti per l’accesso al pensionamento, non sono titolari di altri trattamenti pensionistici e risultino essere percettori di un trattamento economico imponibile ai predetti fini, superiore al limite stabilito dal presente comma”. In pratica, per i dirigenti che hanno già maturato i requisiti per il pensionamento e che sono ancora in attività nessun tetto previsto. Una norma iniqua, insomma. Tanto che alcuni senatori Idv (Felice Belisario, Antonio Borghesi, Elio Lannutti e Patrizia Bugnano) presentarono un emendamento con il quale si chiedeva appunto la soppressione del comma. Alla fine deo gratias l’emendamento venne approvato e il comma iniquo soppresso.

Ecco allora che interviene l’ex senatrice Pdl Cinzia Bonfrisco. Ai supermanager di Stato ha pensato lei, la quale, appunto, ha presentato un emendamento alla legge di stabilità (uno degli ultimi atti del governo Monti) tramite cui si prevede che “ai fini previdenziali” i paletti fissati dal governo Monti con il decreto salva-Italia operino solo con “riferimento alle anzianità contributive maturate” solo successivamente al provvedimento. Niente retroattività, dunque. Come detto, proprio quanto aveva già stabilito il governo Monti. Si legge infatti nell’emendamento che “i soggetti interessati” – quelli in pratica salvati e graziati dal taglio alle pensioni d’oro – saranno tutti coloro che “alla data del 22 dicembre 2011” già “abbiano maturato i requisiti per l’accesso al pensionamento” purchè non siano “titolari di altri trattamenti pensionistici”. In altre parole: salvi i funzionari ancora in carica che hanno già maturato i contributi necessari per la pensione. Domanda: di chi stiamo parlando? Proprio di quei funzionari già citati. Tutti, da Mastropasqua a Befera fino a Manganelli, hanno già maturato i contributi necessari. Per loro, dunque, superstipendi. Nonostante il tetto previsto dalla norma.


LO SCANDALO DEGLI STIPENDI DEI MANAGER PRIVATI – E i manager privati? Ovviamente, nessuno ha pensato a loro. O, probabilmente, ci pensano tutti e proprio per questo nessuno muove un dito. Fatto sta che gli stipendi di cui godono i superburocrati privati sono stellari. Ancora più stellari di quanto non lo siano quelli dei manager pubblici. Prendiamo il caso più emblematico. Nel 2011, tra stipendi e bonus vari, il numero uno della Pirelli Marco Tronchetti Provera si è portato a casa qualcosa come 22 milioni di euro. Una cifra semplicemente assurda che, eloquentemente, Nunzia Penelope analizza paragonandola a quella dei suoi stessi operai: i 22 milioni di Provera, infatti, sono l’equivalente della paga annua di 950 operai; sono ben 61 mila euro al giorno, la stessa cifra che un lavoratore dipendente mette insieme in tre anni; in un solo mese, dunque, il numero uno della Pirelli guadagna quanto un operaio in 80 anni di lavoro. Semplicemente assurdo.

I numeri, d’altronde, parlano chiaro. I soli primi venti top manager italiani nel 2011 hanno incassato qualcosa come 90 milioni di euro. I primi 43 superburocrati pubblici si fermano a 16 milioni. Per toccare con mano come questa sia la vera casta del nostro Paese, un piccolo confronto. L’ammontare degli stipendi del governo (compresi dunque tutti i ministri) è “solo” 4 milioni. Con questi numeri ci si può giocare come si vuole. Facile, ad esempio, osservare come il solo Tronchetti Provera nel 2011 abbia guadagnato l’equivalente di tutti i primi 43 supermanager pubblici, più tutti i ministri, premier compreso.

Ma di chi stiamo parlando? Oltre Tronchetti Provera, i nomi – ovviamente – sono quelli di peso dell’economia italiana. John Elkann (9 milioni di euro, senza nemmeno contare i bonus), Luca di Montezemolo (8), il presidente di Telecom Franco Bernabè (7). Il calcolo definitivo lo fa ancora Nunzia Penelope. Il totale è incredibile. “Complessivamente – scrive la giornalista – amministratori delegati, presidenti e dirigenti di primo livello delle prime 38 aziende italiane nell’anno di crisi 2011 si sono portati a casa ben 364 milioni di euro. E non sono quelli che hanno lavorato duro: 80 milioni sono andati, infatti, ad amministratori non esecutivi, cioè con incarichi poco più che di rappresentanza”. Se non è casta questa.

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