SUICIDI ECONOMICI/ In un anno 68 le vittime di banche e disoccupazione

Il dato è riferito ai primi dodici mesi del 2012, anno in cui le numerose tasse imposte dal Governo Monti hanno fatto schizzare la disoccupazione al 10,8%. Ma la colpa della crisi è dovuta anche alle banche, sempre meno disposte a concedere prestiti agli imprenditori, strozzati successivamente dall’Agenzia delle entrate e dagli usurai che non lasciano scampo a nessuno. Di conseguenza le vittime piombano nella disperazione e il rischio di togliersi la vita si fa sempre più alto.

 

di Viviana Pizzi

Suicidi_economiciI cosiddetti “suicidi economici “ alla fine del decimo mese del 2012 hanno raggiunto una cifra da spavento. Su tutto lo stivale si sommano ormai 68 casi accertati e, per la statistica, si tratta di persone che hanno lasciato un biglietto alla famiglia oppure di casi in cui erano risaputi i problemi economici.

Eppure da qualche mese, stranamente, su questo dramma sembra essere caduto il silenzio, con molta probabilità a nessuno (o quasi…) “conviene” parlare di qualcosa che delegittima l’azione del governo basata su tagli e imposizioni di tasse che per i più poveri sono diventate impossibili da sostenere.

C’è chi si impicca, chi usa la pistola per spararsi un colpo alla testa e c’è chi decide di tagliarsi le vene. Non è la dinamica delle morti, sebbene crudele, che andremo ad analizzare ma certamente le cause che possono portare a questa scelta dolorosa, coinvolgendo non solo le persone che perdono il posto di lavoro ma anche chi quel lavoro lo vorrebbe dare agli altri, vale a dire i piccoli e medi imprenditori costretti ogni mese a licenziare personale.

 

PER I LAVORATORI LA CAUSA È LA DISOCCUPAZIONE

Chi non ha un’impresa e sceglie di non proseguire la propria avventura della vita lo fa sicuramente perché non ha trovato un lavoro. Farlo oggi, all’inizio di novembre 2012, non è facile. Proprio nelle ultime ore sono stati resi noti i dati Istat relativi alla disoccupazione e riferiti al mese di settembre, numeri affatto confortanti.

Il tasso di persone senza lavoro è al 10,8%, in rialzo di 0,2 punti percentuali su agosto e di 2 punti su base annua ed è il più alto da gennaio 2004. In termini numerici gli uomini e le donne senza un impiego sono 2 milioni e 774mila. Come se in una grande città come Napoli nessuno avesse un lavoro.

È questo il livello più alto dal quarto trimestre del 1992, un record negativo assoluto. La cosa più grave, e che può contribuire ad attivare il meccanismo suicidale, è la disoccupazione giovanile, che vola al 35,1% in aumento di 1,3% su agosto e di 4,7% su base annua.

Questo significa che un giovane su tre, appartenente alla fascia d’età 15-24 anni non lavora e di conseguenza non percepisce alcun tipo di reddito. Le persone in cerca di lavoro sono circa 608 mila, numero preoccupante. Tradotto in termini poveri, è come se Molise e Valle D’Aosta insieme non avessero nessuno che lavora. La speranza di una vita dignitosa si allontana moltissimo e le persone più deboli, non intravedendo un futuro possibile, decidono di farla finita.

 

I PICCOLI IMPRENDITORI E I CALCOLI DELL’AGENZIA PER LE ENTRATE

Il boom dei suicidi economici arriva sicuramente dai piccoli imprenditori, le persone su cui negli anni scorsi si è basata l’offerta di lavoro per molte persone. Quegli stessi che, strozzati dai debiti imposti dall’agenzia delle Entrate, si sono rivolti alle banche e non hanno ottenuto uno straccio di prestito.

Chi calcola le tasse da pagare, secondo i tributaristi, lo fa tenendo conto di freddi numeri e non delle reali esigenze dei piccoli imprenditori. Si arriva anche a chiedere 400 mila euro di tasse all’anno applicando uno dei sistemi più iniqui esistenti nel sistema fiscale italiano detto “studio di settore”.

Come funziona ve lo spieghiamo subito: se sei un’impresa edile, all’Agenzia delle entrate non interessa se operi con pochi dipendenti oppure come una multinazionale a nove zeri. A tutti viene applicata un’aliquota fissa sul fatturato. Non riesci a pagarla? Rischi di dover chiudere l’azienda senza poter dare nemmeno tempo ai tuoi lavoratori di cercare un altro impiego.

 

LE BANCHE NEGANO I PRESTITI E ARRIVA LA DISPERAZIONE

Prima di arrivare al suicidio e al licenziamento dei propri dipendenti ci sono anche piccoli imprenditori che provano a giocarsi l’ultima carta, il prestito bancario. Aggravati dai debiti si recano all’interno degli istituti di credito per tentare di salvare il salvabile. Ma spesso viene loro risposto picche, perché proprio l’alto debito che dovrebbero coprire col prestito li porta a non essere considerati affidabili.

Un dato confermato anche dall’Istat, visto che le imprese con accesso al credito nel 2011 sono state il 78,6% di quelle che ne hanno fatto richiesta, un 10% in meno rispetto ai dati del 2007.

Proprio per questo è aumentata anche la percentuale di coloro che hanno provato a rivolgersi ad altri soggetti per ottenere credito, cifra più che raddoppiata: dal 17% del 2007 al 35% del 2011. Ed è proprio questo l’ultimo passo verso la disperazione, anche se agli imprenditori può sembrare l’ultima speranza per sentirsi meno in colpa verso gli operai da licenziare.

È l’Associazione Contribuenti a riferire i dati di questo preoccupante fenomeno: tra il 2010 e il 2011 sono aumentate del 217% le famiglie in situazione di alto debito. I casi di usura sono invece cresciuti del 148% e oltre tre milioni di nuclei sono considerati a rischio. I tassi che vengono applicati a questi prestiti sono anche del 22% contro il valore medio dei tassi di interesse del 14%.

Le conseguenze dell’usura le conosciamo tutti: l’imprenditore, per restituire il denaro agli strozzini, è costretto a rivolgersi a un altro usuraio, che magari gli applica tassi anche più alti del precedente. Dal primo al secondo, dal secondo al terzo e così via. L’angoscia aumenta e la spirale drammatica rischia di divenire travolgente e spingere a gesti inconsulti.

Sessantotto persone che si uccidono perché non riescono ad arrivare alla fine del mese rappresentano un dato allarmante, soprattutto se si considera poi che i casi reali sono sicuramente di più di quelli presi in considerazione dalla statistica. Ci sarà sicuramente qualche altra persona che, stretta dai debiti e dalla disperazione, si è uccisa senza lasciare nulla di scritto e senza che la sua famiglia o gli amici sapessero dei suoi problemi economici.

Si tratta di una guerra, con vittime di qualsiasi età e sesso. Una piaga sociale che questo e il prossimo governo dovranno tenere in conto nei programmi elettorali.

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