SPRECHI/ Regioni cialtrone e conti in rosso. Ma il fondo c’è e vale 60 miliardi: inutilizzati…

Il paradosso dei paradossi. Secondo gli ultimi dati della Corte dei Conti, la spesa annuale complessiva dei consigli regionali è da far rizzare i capelli: 1.059.321.745 euro. E, nonostante questo, la realtà che ci troviamo di fronte ci racconta di bilanci in rosso, di sanità con l’acqua alla gola, di trasporti precari per mancanza di finanziamenti. Ed ecco l’assurdo: da una parte ci sono miliardi di euro spesi male (e che spesso foraggiano, come abbiamo visto, questa o quella tangente), dall’altra però ci sono miliardi e miliardi di euro destinati solo ed esclusivamente alle regioni. Ma nessuno li utilizza. Stiamo parlando dei fondi europei Fes e Fesr. Un totale di 59,4 miliardi di euro messi a disposizione fino al 2013. Ma, per ora, ne sono stati spesi soltanto 13. Infiltrato.it è andato a fondo nei numeri per capire perché non si utilizzano questi soldi, quali sono le regioni più “sbadate” e quelle più “cialtrone”.

 

di Carmine Gazzanni

tesoro_regioni_europaL’analisi di venti anni di gestione del Fondo nel Mezzogiorno ci consegna una storia di occasioni perdute; di impegni non mantenuti; di programmazioni velleitarie; di corriva ripartizione delle risorse finanziarie tra un numero eccessivo di interventi, troppo spesso rispondenti a domande localistiche; di ritardi ricorrenti; di sistematica concessione di proroghe, talvolta disattese; di dissipazione e di risorse finanziarie italiane ed europee; di perdurante incapacità di imparare dagli errori”. A scrivere queste parole è stata la Corte dei Conti nel rapporto L’impatto del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale nel Mezzogiorno (2010). L’obiettivo era semplice: verificare quali effetti avesse provocato il Fesr (appunto il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) sul tessuto economico delle regioni a cui è rivolto (Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Sardegna, Basilicata, Abruzzo e Molise). Il quadro prospettato è inequivocabile. Un’accusa senza via d’appello per le regioni, ree – stando a quanto scritto dalla Corte – di aver sprecato occasioni, dissipato, non aver imparato dagli errori.

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Sembra impossibile, ma il grande paradosso delle amministrazioni regionali sta proprio qui: milioni e milioni di euro gestiti male, sprecati, dirottati sui conti personali (Fiorito docet) e bilanci pubblici poi in rosso (soprattutto se guardiamo al dissesto sanitario di tante regioni). Molto spesso sentiamo dire da questo e da quel Governatore che i soldi non ci sono (e sicuramente in parte è vero, vista l’austerity a cui ha obbligato l’esecutivo di Mario Monti). Eppure le regioni hanno a disposizione dal 2007 due fondi – il Fesr e il Fes (Fondo Sociale Europeo) – il primo destinato specificatamente alle regioni “in ritardo di sviluppo”, il secondo invece destinato all’inclusione sociale e alla formazione professionale. Per un totale, tra i due, di 59,4 miliardi di euro messi a disposizione dal 2007, fino al 2013. Parecchi soldi, dunque, con i quali si potrebbe far fronte a tante e tante emergenze: dai buchi della sanità ai problemi sociali e occupazionali. Si potrebbe, ancora, finanziare progetti culturali, rivolti alle politiche giovanili, alle famiglie, e via dicendo.

Sembrerebbe una bella favola. Se purtroppo non fossimo in Italia. Come nota la Corte dei Conti nel passo già menzionato infatti, “l’analisi di gestione del Fondo ci consegna una storia di occasioni perdute”. Niente di più vero. Mentre infatti in tante e tante regioni i consigli si preoccupavano di sollazzarsi, di garantirsi stipendi su stipendi più prebende e benefits di ogni genere, nessuno (se non pochi) ha mai pensato semplicemente di chiedere finanziamento. Finanziamento, peraltro, che, dinanzi ad un progetto valido, sarebbe stato sicuramente approvato dato che questi soldi sono stati messi a disposizione. Ergo: devono essere spesi. Altrimenti torneranno a casa Ue.

Il problema, però, è che in tanti casi il problema è proprio a monte: nessuno chiede accesso a tali fondi. Nemmeno lo sforzo. Col risultato imbarazzante che buona parte dei 60 miliardi rimane fermo, inutilizzato. Come se non esistessero. Sa di presa in giro bella e buona, soprattutto in un periodo di crisi economica e di poderosi tagli.

Ma passiamo ai numeri per capirci meglio. Partiamo dall’ultimo bollettino statistico della Ragioneria di Stato sul Monitoraggio interventi comunitari programmazione 2007/2013 al 30 aprile 2012. Secondo i dati, la noncuranza delle regioni è decisamente preoccupante. Per quanto riguarda il fondo Fes, “il livello di attuazione è pari al 27,42% degli stanziamenti totali”. Poco più di un quarto di quello a disposizione. Ancora peggio per il fondo Fesr dato che qui ci si ferma al 19,9% degli stanziamenti complessivi.

Non solo. C’è da sottolineare anche un altro aspetto non poco rilevante. Spesso capita che le nostre regioni presentano un progetto, chiedono il finanziamento, lo ottengono. Ma poi non si passa al concreto. Quel progetto rimane sulla carta. Mai attuato. Mai realizzato. Nonostante non costi nulla (se non poco) all’amministrazione dato che si fa fronte alla spesa con i fondi europei. Ancora una volta sono i numeri che ci vengono in soccorso. Se, come detto, i pagamenti si attestano per il fondo Fes al 27,42% e per quello Fesr al 19,91%, gli impegni presi dalle regioni bloccano molti più finanziamenti (che, con grande probabilità, resteranno bloccati finchè non sarà l’Ue a riprenderseli) senza che, nei fatti, vengano realmente usati. Stiamo parlando di cifre spaventose: per quanto riguarda il Fes è stato impegnato il 50,89% (oltre 30 miliardi congelati. Praticamente, il doppio di quello realmente utilizzato); per il Fesr il 53,55% (addirittura quasi il triplo di quello realmente utilizzato). Insomma, le nostre sono regioni non sono superficiali, ma anche cialtrone nel presentare progetti, far “impegnare” i soldi europei senza poi concretamente utilizzarli per la realizzazione del progetto stesso.

A questo punto, però, entriamo più nello specifico. Come attesta la Uil nel suo ultimo monitoraggio su Le risorse dei fondi strutturali europei (Fes – Fesr), la “performance” assolutamente più negativa è quella della Campania dove la spesa al 2011 è ferma al 12,7% (1 miliardo di euro su un totale di 7,9 miliardi di euro tra FSE e FESR per il periodo 2007-2013); non va meglio in Sicilia con uno stato di pagamenti al 13,2% (1,1 miliardi di euro su un totale di 8,6 miliardi di euro); in Calabria dove il livello di spesa è al 18,3% (705 milioni di euro su un totale di 3,8 miliardi di euro); in Puglia con una spesa certificata al 22,4% (1,5 miliardi di euro su un totale di 6,5 miliardi di euro), al di sopra della media del Sud, ma sotto quella nazionale.

Migliore la situazione in Basilicata dove la spesa certificata al 2011 è al 33,8% (363 milioni di euro di euro su un totale di 1,1 miliardi di euro); in Abruzzo con una spesa al 33,4% (221 milioni di euro su un totale di 662 milioni di euro); in Sardegna dove il livello di spesa è al 32% (778 milioni di euro su un totale di 2,4 miliardi di euro); in Molise dove è stato speso il 26% (77 milioni di euro su un totale di 295 milioni di euro).

Al Centro Nord i dati raccolti sono certamente migliori, anche se comunque non rassicuranti. In Emilia Romagna la spesa certificata è al 45,2% (522 milioni di euro su un totale di 1,1 miliardi di euro); il Piemonte ha certificato spese per il 35,3% (736 milioni di euro su un totale di 2,1 miliardi di euro); la Lombardia ha speso il 34,4% (457 milioni di euro su un totale di 1,3 miliardi di euro). Si torna nuovamente sotto la media in Lazio, con un livello di spesa del 26,7% (395 milioni di euro su un totale di 1,5 miliardi di euro); in Liguria (27,9%, 258 milioni di euro su un totale di 925 milioni di euro); in Umbria ( 28,3%, 163 milioni di euro su un totale di 578 milioni di euro); e in Toscana (29,1%, 522 milioni di euro su un totale di 1,8 miliardi di euro).

Se passiamo al Fondo Sociale Europeo, le cose non migliorano. Rimangono infatti da allarme rosso Sicilia e Campania, dove il fondo è fermo ad una spesa rispettivamente al 13,7% e al 16,9% del totale del contributo; mentre in Puglia è al 21,2%; in Calabria è al 25,5%. E anche risalendo lo stivale il discorso non cambia. Nel Centro Nord 9 Regioni sono al di sotto della media della macro area con la Val d’Aosta al 27%; il Lazio al 27,4%; la Liguria al 29,7%. Ragionando per macro-aree, il Mezzogiorno è fermo ad una spesa certificata al 25,9% (2,3 miliardi di euro su un totale di 8,8 miliardi di euro per l’intero periodo), con impegni al 47,8% (4,2 miliardi di euro); il Centro Nord presenta una spesa certificata al 36,5% (2,4 miliardi di euro su un totale di 6,5 miliardi di euro), con impegni al 59,1% (3,8 miliardi di euro).

I dati parlano chiaro. E ci prospettano una situazione per la quale gran parte delle nostre amministrazioni sono bravissime a spendere, a godere di benefici, a dirottare su conti personali soldi pubblici. Non sono altrettanto capaci semplicemente di pensare ad un progetto, presentarlo e, dopodiché, prelevare soldi messi già a disposizione. Troppo complicato, forse. Il risultato è un paradosso dal retrogusto tristemente amaro. Una sola cortesia: la prossima volta non dite che “non ci sono soldi”. I soldi ci sono, eccome. Non ci sono – ahinoi – amministratori in grado di rendersene conto e farli fruttare.

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