SPRECHI/ In Puglia spunta la diga da 370 milioni. Risultato: un invaso privo d’acqua e pieno di rifiuti

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Ventinove anni di progetti a vuoto, 370 milioni di euro spesi, tubi inquinanti e mai usati. Sono questi i numeri principali della grande incompiuta chiamata “Diga di Monteparano” che doveva essere costruita nel tarantino. Oggi, dopo 29 anni, l’invaso è coperto di rifiuti inquinanti e lastre di amianto.

 

Il progetto è stato avviato nel 1984 quando il presidente della Regione Puglia era il democristiano Gennaro Tesorio Liuzzi in carica nel biennio che va dal 1983 al 1985. Ad oggi nel 2013 e sotto il governo di Nichi Vendola è ridotto a una discarica di rifiuti tossici e non. Si tratta dell’invaso del Pappadai, una diga che doveva essere costruita nel secolo scorso e che oggi non solo è diventata una delle più grandi incompiute della Regione Puglia e dell’Italia ma è anche fonte di uno spreco milionario: si stimano 370 milioni di euro per un qualcosa di inutile e dannoso. Che spesi diversamente avrebbero potuto portare a una delle regioni più povere d’Italia più ricchezza e più sviluppo.

LA STORIA DELLA DIGA SENZA ACQUA

L’invaso è in costruzione dal 1984 a Monteparano in provincia di Taranto. In quella parte della Puglia che dovrebbe essere la California d’Italia. Il costo complessivo per la costruzione era pari a 250 milioni di euro. L’opera fu commissionata al consorzio di bonifica dell’ Arneo di Nardò senza sapere da dove sarebbe arrivata l’acqua.

A cosa sarebbe servito qualora fosse stato ultimato? A contenere fino a 20 milioni di metri cubi di acqua. Quella preziosa risorsa idrica di cui ora però non c’è quasi traccia. Che doveva arrivare, stando ai primi progetti, da un altro invaso quello di Monte Cotugno situato nella vicina Basilicata che riceveva le acque dal fiume Sinni fino alla località di Ginosa.

Cosa ha bloccato il progetto? L’inesistenza dell’operazione all’interno degli accordi di programma tra le Regioni Puglia e Basilicata che regolano le concessioni d’acqua. In pratica la Regione Lucana non aveva programmato nulla in merito. Non aveva progettato di concedere la risorse idrica per la realizzazione della diga del Pappadai. Accordi sottoscritti nel 1999 e che saranno validi fino al 2015.

Cosa succederà quindi? Che per altri due anni non ci sarà nessun invio di acqua dal fiume Sinni fino a Ginosa con la conseguenza che l’invaso resterà a secco come lo è stato per altri 29 anni.

LE SPESE PER TUBATURE MAI FUNZIONANTI

Oltre ai 250 milioni di euro spesi per l’impianto c’è altro denaro impegnato per le tubature mai utilizzate.

In lire le spese sono state calcolate in 235 miliardi che in euro sono circa 120 milioni. Per costruire alcune delle più ingombranti tubature nelle campagne salentine mai entrate in funzione.

Si tratta di 2553 tra impianti fantasma e idranti e pozzi. Centoventisette di essi sono stati abbandonati.  L’Ente per la distribuzione dell’acqua nel Salento conta 270 mila consorziati, Nessuno di loro riceve l’acqua.

L’impianto avrebbe dovuto invece irrigare circa 7.200 ettari di campagne nelle zone di San Pancrazio, Salice, Guagnano, San Donaci, Nardò e Veglie. Un terzo di esse è costruito con amianto e cemento nelle zone di Cellino, Erchie, San Pietro, Torre, Villa Castelli, Squinzano, Torricella e Maruggio. Queste rappresentano un terzo di 73 chilometri di condotte. Col tempo e non venendo mai alimentate rischiano di avvelenare la falda e il suolo procurando un danno inestimabile al terreno. Il consorzio parla ancora di un’opera che deve essere conclusa per farne un impianto sperimentale. Finora purtroppo, nonostante i vari avvicendamenti politici, di tutto questo nulla si è ancora visto.

Di contro si ha un elenco di come sono stati spesi i fondi per le tubature: ammodernare quelle di cinquanta comuni pugliesi per un importo di 40 milioni che servivano al primo e al secondo lotto dell’invaso. Altri 6,5 milioni di euro sono invece stati impegnati per le opere di derivazione del sistema Chidro Sinni e la vasca di regolazione di Monteparano. Nel 2002, durante il governo di Raffaele Fitto sono arrivati altri 26 milioni di euro dal Ministero delle politiche agricole.

A cosa serviva il denaro? A costruire opere integrative per rendere più agibile il Pappadai, le opere di scarico dei nodi idraulici di Monteparno e Sava.  Un elenco di sprechi che vedremo subito a cosa sono realmente serviti. 

IL RAPPORTO ECOMAFIE E L’UTILIZZAZIONE ATTUALE DELL’INVASO

E’ tutto scritto nel rapporto ecomafie del 2011. L’attuale utilizzo dell’invaso nulla ha a che fare con l’acqua e le necessità idriche dei paesi pugliesi. Neanche Nichi Vendola, l’attuale presidente della Regione, sta facendo nulla per evitare tutto questo.

Ad oggi infatti la diga risulta imbottita di rifiuti. Si tratta di fusti petroliferi, lastre friabili di amianto cancerogeno e bidoni abbandonati. Nell’invaso del Pappadai, nato originariamente per dissetare il Salento si trovano seppelliti invece anche fanghi industriali tossici.

Come è stato possibile appurare questo ultimo dato? Semplice, grazie al dilavamento meteorico che ha permesso alle sostanze tossiche di venire parzialmente in superficie.

Purtroppo non è tutto. Lo scempio ambientale è possibile anche perché nei pressi della Diga è stata situata una grande discarica di rifiuti gestita dalla società Ecolevante. Una ditta toscana che tra l’altro non paga nemmeno le royalities al Comune in termini di compensazione al danno ambientale e sanitario. Un fatto segnalato con copie di assegni bancari e lettere di accompagnamento alla Procura di Taranto dalla pacifista Etta Ragusa.

La domanda che ci poniamo è questa. Qualora la Basilicata decida nel 2015 di dare acqua alla Puglia per la realizzazione di questo impianto cosa dovrebbero bere i cittadini pugliesi? Di certo un’acqua inquinata dalle sostanze di cui abbiamo appena parlato. Quindi per costruire una diga che dia alla Regione un’acqua pura e cristallina bisognerebbe quantomeno depurare l’invaso.

Un’operazione che farebbe perdere altro tempo e porterebbe a spendere altro denaro. E che finora non è stata mai programmata.  Tutto questo accadrebbe perché, sempre stando ai dati di Ecomafie e Legambiente dal Gargano a Santa Maria di Leuca non ci sono impianti di depurazione adeguati.

Sono pochi e quelli che ci sono non basterebbero a depurare l’acqua dalle sostanze inquinanti di cui si potrebbe impregnare passando attraverso tubi di amianto e cemento. E si tratta comunque di impianti che in qualche caso, come in quello del depuratore consortile Manduria Sava, che scaricano direttamente in mare i propri rifiuti con il silenzio assenso delle istituzioni politiche di ogni livello.

Come finirà? Secondo noi con una grossa incompiuta che è costata però agli italiani 370milioni di euro. Con buona pace del debito pubblico e della crisi.

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