SPENDING REVIEW/ I tagli? A Palazzo Chigi non si vedono: assunzioni, spese assurde e zero controlli sul bilancio.

Riforma del lavoro, spending review, contenimento della spesa. Il Governo Monti continua ad andare dritto sulla sua strada: bisogna tirare la cinghia. Peccato però che questo non valga per tutti. A sottrarsi a tagli e a trasparenza, udite udite, è proprio Palazzo Chigi. Un decreto del 1999 (premier allora era Massimo D’Alema) permette proprio alla Presidenza del Consiglio di sottrarsi al controllo del bilancio da parte di Ragioneria Generale dello Stato e Corte dei Conti. Da allora le spese sono sensibilmente aumentate. E anche Mario Monti ne gode: ad aprile, nel pieno della spending review, assunti ben 26 funzionari di categoria A vincitori di un concorso che è stato bandito, inspiegabilmente, dalla Presidenza del Consiglio. E intanto, tra le altre cose, resta in piedi (ancora) l’Ufficio per i 150 anni di unità d’Italia.

di Carmine Gazzanni

spending-review-nessun-taglio-a_palazzo_chigiL’esempio prima di tutto. Un modus vivendi tanto naturale quanto ovvio. Lo sanno bene i genitori quando rimproverano i loro figli. Lo sanno bene i professori quando chiedono più impegno all’allievo. Lo sanno bene i titolari di aziende quando richiamano i loro operai. Lo sanno bene, in pratica, tutti coloro che, dall’alto della loro posizione, sono guardati (e giudicati) nei gesti oltreché nelle parole. La stima d’altronde non si guadagna a parole. Ma nei fatti.

Un’ovvietà, però, che a qualcuno sfugge. E allora, proprio nel pieno delle riforme più discusse di quest’esecutivo – riforma del lavoro con la questione esodati, la spending review e i nuovi tagli a province e pubblica amministrazione – fa strano che un’istituzione si sottragga a tagli e, soprattutto, a mancanza di trasparenza. E fa ancora più strano pensare che quest’istituzione risponda al nome di Presidenza del Consiglio. Già, quella stessa Presidenza del Consiglio dell’equità e sobrietà, della necessità di sacrifici per  uscire dalla crisi, ma anche della lotta a sprechi e sperpero di denaro pubblico.

Pochi sanno, infatti, che il 30 luglio 1999 l’allora premier Massimo D’Alema approva un decreto: i conti di Palazzo Chigi, da oggi in poi, sono sottratti al controllo di Ragioneria dello Stato e alla Corte dei Conti. Il motivo? La necessità di riconoscere piena autonomia alla Presidenza del Consiglio.

A parte l’idea distorta di autonomia (autonomia sarebbe sottrarre i propri bilanci ad un più che democratico controllo?), poniamoci un’altra domanda: cosa è accaduto da allora? Ci sarà stato qualche primo ministro che abbia avuto l’accortezza di riportare i bilanci sotto il controllo dei controllori? Macchè. Niente affatto. Anzi, tutt’altro: anno dopo anno tutti hanno cercato di spingere un pochino più oltre questa zona franca. E allora ecco i ministri senza portafoglio e la Protezione Civile (che – è bene ricordare – è un Dipartimento della Presidenza del Consiglio) con tutte le emergenze-non-emergenze che sono state finanziate (come i mondiali di nuoto o le regate della Vuitton Cup).

Nel 2002 sembrava che qualcosa potesse cambiare: una sentenza della Corte Costituzionale restituì alla Corte dei Conti l’onore e l’onere di controllare i bilanci di Palazzo Chigi. Ma – ça va sans dire – la sentenza è rimasta lettera morta. Non sia mai toccare l’autonomia del Presidente.

Ma a questo punto la domanda: di quanti soldi stiamo parlando? Scrivono Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo: “Dal 1999 al 2010 le spese del segretariato generale sono più che raddoppiate schizzando da 348 miliardi di lire a 488 milioni di euro. Con un aumento in termini reali, calcolata l’inflazione, del 116%”. Alcune spese sono da capogiro. Anno 2000, primo anno senza controllo contabile: i soldi per le trasferte del presidente del Consiglio passano da 903 milioni di lire a oltre 5 miliardi. Negli anni è stato finanziato un po’ di tutto. Scrivono ancora i giornalisti de La Casta: “Tre milioni per il campionato mondiale di pallavolo del 2010. Due per quello di ciclismo su pista del 2012. E poi otto per le «politiche antidroga» e 81 per il Fondo per la gioventù e 44 per quello della montagna e 26 per «la valorizzazione e la promozione delle aree territoriali svantaggiate» confinanti con le Regioni a statuto speciale e insomma i soldi per contenere le pretese di tanti comuni di «emigrare» dal Veneto al Trentino Alto Adige. Fino ai 374 milioni dei contributi per l’editoria”.

Finisce qui? Certamente no. Quando di mezzo ci sono evidenti sprechi ecco anche alcune voci di spesa imbarazzanti. Come le “attività di supporto alla programmazione, valutazione e monitoraggio degli investimenti pubblici” o il “fondo eventi sportivi di rilevanza internazionale”. E ancora: “fondo unico di presidenza” e “rimborso alle amministrazioni degli assegni corrisposti al personale in prestito”. Voci tanto vaghe e generali che diventa difficile non essere sospetti.

E arriviamo allora al nostro Mario Monti. Avrà pensato il premier dell’equità a rendere più trasparenti i conti di casa sua? Macchè. Anzi, proprio nel pieno della discussione sulla spending review, il 16 aprile sono stati assunti ben 26 funzionari di categoria A, vincitori di un concorso. E quale mai sarà stato l’organo che avrà indetto tale concorso? Proprio la Presidenza del Consiglio. Notizia, questa, che sarebbe rimasta nel silenzio se non fosse stato per un’interrogazione parlamentare presentata solo pochi giorni fa da Antonino Lo Presti. Che, peraltro, aggiunge un particolare non da poco: i 26 dirigenti sono stati nominati “senza provvedere all’attivazione delle procedure di mobilità obbligatorie ai sensi dell’articolo 30, comma 2-bis del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, previste proprio per ridurre la spesa nonché per evitare nuovi concorsi ed assunzioni in presenza di personale pubblico disponibile”. In altre parole, i 26 sono stati assunti senza alcuna mobilità, col risultato paradossale che i dipendenti di Palazzo Chigi, in tempo di tagli, aumenteranno. Oppure, come sembrerebbe, verranno dirottati sulle amministrazioni pubbliche (comuni e regioni).

Ma – è evidente – non c’è alcuna utilità in questo passaggio, ma solo tanta demagogia e propaganda. I dipendenti infatti rimangono pubblici, sia se lavorino a Palazzo Chigi, sia se prestino servizio in comuni o palazzi di regione. Il risultato non cambia: essendo pubblici graveranno sulle spalle del bilancio dello Stato. In altre parole, sulle tasche dei cittadini. Condannati a stringere ancora di più la cinghia.

I tagli, insomma, non valgono per tutti. Basti, d’altronde, osservare un altro piccolissimo particolare: andando a spulciare tra i tanti uffici e dipartimenti che fanno capo alla Presidenza del Consiglio (e che dunque si sottraggono ad ogni controllo contabile), ritroviamo anche un ufficio che,in tempo di crisi, fa sorridere e disperare insieme: “Unità tecnica di missione per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia”. Ogni commento, in questi casi, è superfluo.

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