SPECULAZIONI/ Emilia ed Abruzzo: il malgoverno del post sisma, tra soldi promessi e mai arrivati

È il 20 e 29 maggio 2012, la terra trema in Emilia Romagna con conseguenze devastanti: distrutte case e tante aziende. Insieme ai calcinacci, crollano anche le certezze di chi non ha più nulla. Bisogna ricostruire ma molti soldi si perdono tra iter burocratici rugginosi e promesse da marinai: 15 milioni di euro raccolti con gli sms, restano bloccati nella Banca d’Italia; l’Inps e l’Inail non agevolano le aziende e così i lavoratori si ritrovano con buste paghe azzerate. Poi ci sono i rimborsi elettorali della Lega Nord da devolvere ai terremotati, così come promesso, ed in realtà investiti nella campagna elettorale di Maroni, costata 5 milioni di euro. Ma la storia post-sisma dell’Emilia è molto simile a quella dell’Abruzzo. Era il 6 aprile del 2009 quando il terremoto dell’Aquila provocò 300 morti e danni infiniti. A quasi 4 anni da quel giorno fatale, c’è ancora distruzione e sciacallaggio. Su 67 mila sfollati, 33 mila persone aspettano una casa, nonostante i 3,5 miliardi di euro stanziati per la ricostruzione e gestiti dal malgoverno berlusconiano, secondo il sindaco Cialente.

 

di Maria Cristina Giovannitti

Emilia ed Abruzzo, la storia di due regioni lacerate in pochi minuti da terremoti devastanti. Qui ripartire non è solo importante ma vitale per restituire la dignità a chi ha perso casa e lavoro. Passano gli anni, ben 4, tra un sisma e l’altro ma la storia della ricostruzione non cambia: iner burocratici macchinosi, sciacallaggio e soldi della politica promessi ma mai arrivati, il tutto arricchito – in negativo,si capisce – da un malgoverno comune.

 

POST SISMA IN EMILIA: TRA SOLDI PROMESSI DALLA LEGA E MAI ARRIVATI, ALTRI BLOCCATI IN BANCA E POCHE AGEVOLAZIONI – La storia dell’Emilia del post terremoto comincia dopo il 20 ed il 29 maggio 2012, quando la terra trema, ed oltre ai 30 morti, vengono distrutte case e tante aziende, soprattutto quelle casearie e acetiere tipiche della zona. I danni sono consistenti per cui la ricostruzione in breve tempo è fondamentale per la regione. Purtroppo il dopo sisma è rallentato da fondi che mancano e da iter burocratici troppo lunghi.

Il primo punto a sfavore dell’Emilia è la promessa fatta dalla Lega Nord. Prima Roberto Maroni e poi Giampaolo Dozzocapogruppo della Lega alla Camera – avevano espresso la volontà di destinare i rimborsi elettorali 2008-2013 ai terremotati dell’Emilia per aiutarli nella ripresa. Una scelta lodevole che sicuramente sarebbe servita ai leghisti per avere maggiori consensi. Peccato che – secondo quanto denunciato dal Fatto Quotidianoquesti soldi non sono mai arrivati ai terremotati ma si è pensato bene di utilizzarli per la campagna elettorale. Il 3 giugno 2012, Dozzo aveva dichiarato in modo specifico: “Proporrò che l’intera tranche dei rimborsi elettorali venga devoluta alle popolazioni dell’Emilia parlando di tutto il denaro del partito e non solo di un milione di euro, come ha giustificato, invece, il tesoriere della Lega Stefano Stefani. In realtà i rimborsi elettorali sono serviti alla Lega per pagare la colossale campagna elettorale di Maroni che è costata, per ammissione dello stesso Stefani, ben 5 milioni di euro, una cifra da capogiro ma “necessaria per la doppia elezione” – nazionale e regionale. Quindi, venuti meno alla parola data, Maroni&Co. avrebbero speso per i manifesti elettorali 1 milione di euro, secondo quanto denuncia l’altro presidente in carica Gabriele Albertini, e non 350 milioni come dicevano i leghisti. Dei 5 milioni di euro della Lega, nemmeno un centesimo è finito nelle casse dell’Emilia per la ricostruzione.

terremoto_speculazioni_no_soldiMa l’Emilia del dopo terremoto deve fare i conti anche con 15 milioni di euro “bloccati” nella Banca d’Italia e raccolti attraverso gli sms di beneficenza dei cittadini. Le due compagnie Tim e Vodafone – seppur in ritardo – hanno trasferito il denaro per l’Emilia alla Protezione Civile, che a sua volta l’ha depositato nella Banca d’Italia, dov’è fermo da mesi. Questo perché il comitato di vigilanza dell’ Emilia, Lombardia e Veneto – nominato per controllare la trasparenza dei movimenti di denaro – deve ancora decidere come tripartire i soldi e intanto il tempo passa. Inoltre c’è da capire se anche per l’Emilia i fondi dei cittadini beneficiari saranno investiti nella ricostruzione oppure entreranno in circuiti bancari, com’è accaduto già per il terremoto dell’Aquila. In quel caso vennero raccolti 5 milioni di euro di cui ben 470 mila destinati alla Etimos – un consorzio finanziario internazionale che si occupa di microcredito – ma ben 470 mila euro entrarono in un circuito di prestiti bancari per ripagare gli “ oneri riferiti alla gestione operativa del progetto per tre anni, a far data dal dicembre 2009 ”. Insomma in Abruzzo quasi tutto il denaro dei cittadini è entrato in un circuito bancario senza che i benefattori lo sapessero.

La situazione emiliana non favorisce neanche la ripresa economica. I danni del terremoto in Emilia hanno coinvolto soprattutto le aziende casearie e acetarie per cui sarebbe stato opportuno investire nella ripresa della produzione, favorendo gli imprenditori ed i lavoratori. Questo non è successo. Con il terremoto abruzzese l’Inps e l’Inail hanno cercato di agevolare i lavoratori che non hanno potuto versare i contributi per via del sisma e così sono state introdotte delle riduzioni del 40%, divise in 120 rate uguali mensili e quelle quote scadute sono state pagate senza tener conto degli interessi. Questi aiuti di Stato sono stati riconosciuti e concessi anche dall’Unione Europea e sarebbero dovuti andare in soccorso, non solo dell’Abruzzo, ma anche del Molise, dell’Umbria, delle Marche ed ora anche dell’Emilia. Caso strano, però, che sia l’Inail che l’Inps nei loro comunicati parlano di riduzioni e favoritismi solo per il terremoto dell’Aquila e così la situazione economica dell’Emilia tracolla: gli imprenditori per paura di incorrere in sanzioni per i ritardi nei pagamenti dei contributi, hanno provveduto a pagare in un’unica trattenuta, svantaggiando i lavoratori che hanno visto le loro buste paghe ridotte al 70% e nei peggiori dei casi – per circa il 10% – addirittura azzerate. Insomma oltre al trauma del terremoto, la lentezza della burocrazia e il malgoverno che non investe nella ripresa va a sfavorire i lavoratori.

 

LA STORIA DELL’ABRUZZO È LA VICENDA DEL (MAL)GOVERNO BERLUSCONI – Tutto comincia il 6 aprile 2009 quando la città dell’Aquila, e il suo hinterland, implode sotto le macerie. Oltre ai 300 morti e ben 67.459 le persone che perdono la casa. C’è l’urgenza di ricostruire, di permettere alle persone di tornare nelle loro case, di alleviare i traumi e il dolore. Ed invece la lentezza della ricostruzione è clamorosa. Oggi l’Abruzzo è ancora agonizzante tra case fantasma, rovine e desolazione, ancora 33 mila persone non hanno una casa. Dopo quasi 4 anni dal sisma e 3,5 miliardi di euro stanziati per il recupero urbanistico. In realtà lo sciacallaggio è tanto: la denuncia parte dall’associazione Bianchi-Bandinelli e da Umberto D’Angelo, esperto di beni culturali abruzzesi. Secondo l’associazione i primi a lucrare sui fondi sono state le Chiese che, nascostesi dietro al progetto ‘100 chiese per Natale’, hanno richiesto i finanziamenti per il terremoto quando ben 47 delle strutture beneficiarie, invece, si trovavano fuori dal cratere. A questo poi si aggiunge la lentezza burocratica per le richieste di riparazione delle abitazioni: a 4 anni ne sono state approvate solo 18 mila – la metà del totale – così come tardano i piani di ricostruzione del centro dell’Aquila con 15 mila abitazioni da rifare e case rimaste delle strutture fatiscenti.

Nella triste storia aquilana le colpe di un drammatico post sisma sono del malgoverno. La critica arriva dalla politica stessa: il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente (Pd), denuncia: “Siamo difronte ad un autentico disastro ” e punta il dito contro il governo Berlusconi e la giunta regionale Chiodi (Pdl). Quest’ultimo è stato nominato dal Cavaliere, commissario per la Ricostruzione e da lì in poi le cose sono andare male, secondo il sindaco. Tra i vari episodi di malgoverno riportati, ci sarebbe il caso delle ordinanze per far partire i lavori delle case nelle zone periferiche, pronte nel febbraio 2010 ma firmate da Berlusconi solamente 4 mesi dopo. Dato l’ok all’ordinanza, però, la ricostruzione non è partita perché la Regione doveva varare il prezziario delle opere ma il presidente Chiodi non l’ha fatto.

Inoltre nei punti della ricostruzione al primo posto c’era il recupero della zona franca. Riqualificare la zona sarebbe costato 90 milioni di euro che, con incentivi e facilitazioni fiscali, avrebbe invogliato gli imprenditori abruzzesi a partecipare ai lavori e migliorare l’economia regionale. Berlusconi inoltrò il progetto all’Unione Europea ma, per tre anni, è rimasto tutto fermo. Con il governo Monti, addirittura, il progetto è stato ritirato.

Il sindaco Cialente commenta così: “Davvero una presa in giro che ha fatto perdere anni preziosi”. Ed infatti la storia del post sisma in Abruzzo, in effetti, sembra una presa in giro del malgoverno, così come quella dell’Emilia Romagna.

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