SERVIZI SEGRETI/ Ecco perché Monti vuole riformare l’intelligence. L’accordo con gli Usa da 10 mln di euro

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Sin dall’avvio del suo mandato Mario Monti si è occupato di servizi segreti. A differenza dei suoi predecessori, il premier – caso unico fino ad ora – non ha nominato nessuna “autorità delegata” per il controllo dell’intelligence. Tutto nelle sue mani. Ed ora si scopre un altro piccolo particolare: il governo quest’estate ha firmato un accordo con gli Stati Uniti che prevede la possibilità di mettere in comunicazione le due banche dati per le tracce del dna e impronte digitali (senza alcuna gara d’appalto e sebbene l’Italia già abbia un servizio europeo di condivisione delle banche dati). Costo dell’operazione per le casse pubbliche nostrane: dieci milioni di euro. Alle spalle di tutti i movimenti, la paura che le potenze orientali possano entrare nell’economia occidentale e la possibilità di un nuovo blocco Usa-Europa.

 

MONTI, L’INTELLIGENCE E LA RIFORMA DELLA LEGGE 124 – C’è chi parla di “servizi segreti tecnici”. Sembrerebbe una battuta, ma non lo è. Sin dall’inizio del suo mandato Mario Monti ha avuto le idee precise: è necessario riformare l’intelligence italiana. E vuole essere lui, in prima linea, a mettere mano sui servizi segreti nostrani. Basti pensare ad un particolare non da poco. Nonostante la guida dell’intelligence sia in mano al capo del governo, la prassi consiste nel nominare la cosiddetta Autorità delegata, ovvero un sottosegretario plenipotenziario in materia. Così  hanno fatto entrambi gli illustri predecessori del premier: così ha fatto Romano Prodi nominando Enrico Micheli; così ha fatto Silvio Berlusconi nominando Gianni Letta. Monti, invece, no. Ha fatto una scelta di segno diametralmente opposto mantenendo su di sé tutte le competenze a riguardo.

Insomma, per il Professore bisogna riformare la legge 124 del 2007 che regola, appunto, i servizi segreti italiani. Tanto che a febbraio Monti si è presentato anche al Copasir, l’organo parlamentare per la Sicurezza della Repubblica. Anche in questo caso il segno del cambio di rotta: era la prima volta che un presidente del Consiglio parlava di fronte alla commissione. In quell’occasione Monti rivelava proprio le sue intenzioni di riformare la legge sull’intelligence.

LA VISITA IN LIBIA E LA MORTE DI LAMOLINARA – Il motivo – secondo quanto ricostruito anche da Piero Messina ne Il cuore nero dei servizi – va ritrovato anche nella visita istituzionale del 21 gennaio 2012 in Libia: è lì che Monti si sarebbe reso conto dell’inefficienza dei servizi italiani. Nonostante, infatti, nel rapporto dell’Aise si parlasse di un Paese avviato alla pacificazione e si rimarcasse la “capacità italiana di controllare la situazione”, la realtà che si è trovato dinanzi il premier è stata ben diversa. Scrive Messina: “Monti è stato rinchiuso quasi tutto il giorno nell’hotel della capitale libica, praticamente blindato per ridurre al massimo i rischi della sua incolumità personale. Che non poteva essere garantita”. Insomma, il premier si è trovato di fronte un’intelligence assolutamente allo sbaraglio.

Ad acuire la situazione la morte di Franco Lamolinara in Nigeria, l’ingegnere sequestrato il 12 maggio del 2011 con Chris McManus dal gruppo filojiohadista Boko Haram, ed ucciso l’otto marzo 2012. Per tutto il periodo del sequestro le note informative della nostra intelligence descrivevano uno scenario in evoluzione positiva. Peccato non fosse vero. Peccato che fossero all’oscuro di tutto. Tanto che i servizi inglesi tentarono un blitz a sorpresa per salvare il proprio connazionale e Lamolinara senza avvertire gli italiani che continuarono a brancolare nel buio fino al giorno in cui i due vennero uccisi.

LA NOMINA DI DE GENNARO – Due episodi, come detto, che hanno portato il premier a covare l’intenzione di metter mano all’intelligence. Bisogna riformare. Quanto detto sinora ci porta a capire un altro tassello del mosaico: la nomina a sottosegretario di Gianni De Gennaro non sarebbe allora nè casuale né campata in aria. Sarebbe stata invece studiata scientemente: l’undici maggio scorso l’ex capo della polizia ai tempi della Diaz e direttore del DIS (Dipartimento Informazioni per la Sicurezza), viene nominato sottosegretario con delega proprio alla “sicurezza della Repubblica”. In altre parole, De Gennaro viene nominato proprio per aiutare Monti nel difficile compito di riformare l’intelligence.

OBIETTIVO: ACCENTRARE LE FUNZIONI DI INTELLIGENCE – Ora la domanda: ma su cosa si sta lavorando? Ad oggi l’intelligence è distinta in tre rami: il Dipartimento Informazioni per la Sicurezza (DIS) coordina e verifica tutte le attività dell’intelligence, mentre i due bracci operativi sono l’AISI (Agenzia Informazioni Sicurezza Interna) e l’AISE (Agenzia Informazioni Sicurezza Esterna). Secondo alcune indiscrezioni l’obiettivo sarebbe quello di riformare per snellire: via la divisione dell’intelligence in tre rami distinti e, al suo posto, un servizio unico o un maggiore coordinamento del Dis presso cui accentrare le funzioni di carattere generale, mentre le competenze delle agenzie andrebbero determinate per materia. Insomma, in vista di un controllo più attivo, l’idea è quella di accentrare le funzioni di intelligence. Più di quanto non lo sia oggi. Particolare non da poco visto il ruolo attivo dei servizi in gran parte della pagine più oscure degli ultimi trent’anni d’Italia.

ACCORDO ITALIA-USA: UN’OPERAZIONE DA 10 MLN DI EURO – Sempre in quest’ottica andrebbe letto anche quanto fatto dall’esecutivo il 25 maggio scorso, nel silenzio generale di stampa e politica, rivelato pochi giorni fa da un’interrogazione parlamentare presentata da Elio Lannutti (Idv).

Secondo la ricostruzione dell’onorevole, il governo italiano avrebbe firmato un accordo con il Governo degli Stati Uniti d’Americain materia di cooperazione di polizia nella prevenzione e lotta alle forme gravi di criminalità”. Ma cosa prevede quest’accordo? In pratica, la possibilità di interrogare automaticamente gli apparati elettronici dei due rispettivi Paesi per quanto riguarda sia le tracce del dna sia le impronte digitali, mettendo in comunicazione le due banche dati e rendendo più rapidi i tempi delle indagini. Fin qui – sembrerebbe – tutto condivisibile.

Peccato però che, secondo quanto rivelato anche da AgenParl, l’accordo avrebbe un costo per le casse pubbliche di oltre 10 milioni di euro. A tanto ammonterebbe l’adeguamento delle infrastrutture hardware e l’aggiornamento del sistema automatizzato per identificare le impronte, nome in codice Afis, fornito dall’americana Hewlett Packard.

NESSUNA GARA D’APPALTO E SISTEMA “DOPPIONE” AD UNO GIÀ ESISTENTE – Ci si potrebbe chiedere: ma perché non si è cercato un altro sistema rispetto a quello della Packard, magari meno costoso? Non è dato saperlo. Anche perché – come solleva Lannutti – “l’affidamento ad Hewlett Packard del sistema automatizzato per identificare le impronte non risulta essere stato deciso tramite gara d’appalto, cosa che avrebbe potuto far risparmiare ingenti somme di denaro”. Nessuna gara, insomma, ma scelta arbitraria. Non solo. Non è chiaro nemmeno il motivo di un nuovo sistema di banche dati condivise dato che l’Italia già dispone di uno europeo – Testa – già funzionante per un sistema di condivisione europeo, l’Eurodac. Perché, allora, un accordo così ingente per un sistema nei fatti fotocopia di uno già esistente? Nei fatti, non è dato sapere. Sono accordi governativi. E, per quanto precisato, non è detto non tocchi anche la sfera dell’intelligence.

L’IPOTESI DI UNA RISPOSTA ALLE POTENZE ASIATICHE – Secondo alcune indiscrezioni che circolano negli ambienti di intelligence, una possibile ipotesi sarebbe quella di riformare, per così dire, un nuovo blocco economico occidentale. Il rischio avvertito innanzitutto dagli Usa, infatti, sarebbe quello di essere sopraffatti dalle potenze orientali (Cina in testa) a causa ovviamente della crisi che ha devastato l’economia occidentale. Soltanto parole? Eppure leggendo l’ultima relazione dei servizi sulla “politica dell’informazione per la sicurezza” qualche dubbio viene eccome. Già in apertura del dossier si dice espressamente che “particolare attenzione è riservata al binomio crisi economica e vulnerabilità del sistema Paese, ove a criticità della congiuntura, coniugate con quelle strutturali, hanno accentuato la pervasività di fenomeni da tempo all’attenzione informativa per le ricadute, attuali o potenziali, sull’economia nazionale e sulle prospettive di crescita e sviluppo”. Andando più a fondo, questa situazione potrebbe portare ad un monopolio economico delle potenze asiatiche ed est-europee. “In prospettiva – si legge infatti nel rapporto – grandi investitori dell’Est Europa e asiatici potrebbero ulteriormente accrescere il proprio ruolo sul mercato italiano”.

I primi rivolgendosi soprattutto alle realtà medio-grandi del settore metallurgico “con investimenti mirati su acciaierie e industrie meccaniche a elevato tasso di tecnologia”. Gli operatori asiatici, invece, “attratti dal brand manufatturiero italiano, potrebbero sfruttare le opportunità offerte dai nuovi accordi logistici con interporti nazionali per incrementare i piani di investimento”. Non solo. I competitors orientali potrebbero anche “tentare di accedere a progetti di ricerca nazionali e di acquisire nuovi moduli di tecnologia innovativa, per ottenere la disponibilità di importanti ‘brevetti’ da sfruttare nei mercati”.

Insomma, nero su bianco nel rapporto si palesa la preoccupazione numero uno per la nostra intelligence: evitare che le potenze asiatiche possano “entrare” di peso nell’economia occidentale. E quale miglior modo per evitare questo se non accentrando le funzioni dei servizi e ripresentando un blocco occidentale a partire proprio da un accordo Usa-Italia, anche se il tutto graverebbe sulle casse per 10 milioni di euro?  Per i servizi segreti italiani non c’è spending review che tenga. La partita da giocare, a quanto pare, è troppo importante per il team di Mario Monti. 

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