SENTENZA DELL’UTRI/ “L’imprenditore amico” (Berlusconi), i rapporti con la mafia e quell’attentato di Catania…

La Cassazione, pur avendo annullato, con rinvio, la condanna a sette anni per concorso esterno, conferma i “convergenti interessi” tra Berlusconi e Cosa Nostra, per mezzo del tramite Dell’Utri. A salvare il senatore Pdl il “buco” tra il 1977 e il 1982, quando lasciò il Cavaliere per andare a lavorare da Rapisarda. Ma, secondo la Cassazione, è possibile una ripresa dei rapporti anche negli anni ’90, fino allo scontro col sodalizio allora in mano a Riina. Rimane “la colpevolezza politica” come dice Antonio Di Pietro, che rileva lo sforzo del Potere per coprire, mediaticamente, la condanna di Dell’Utri.

di Carmine Gazzanni

attentatoIl fine settimana scorso è stata depositata in cancelleria la sentenza della Cassazione sul processo Dell’Utri, passata, però, nel silenzio generale, nonostante il peso – penale e politico – che questa abbia. Bisognerebbe, infatti, leggere per intero le 146 pagine della sentenza per comprendere adeguatamente il motivo per cui si è deciso di annullare la sentenza d’appello su Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, e di rinviare a nuovo processo. Checchè, infatti, ne dicano tutti i berluscones – assolutamente lesti a santificare Dell’Utri, la sua bontà, la sua estraneità da Cosa Nostra e, di contro, il giacobinismo della magistratura rossa – nelle carte della pronuncia della Cassazione, il quadro offerto è assolutamente di condanna. E non solo nei confronti del senatore pidiellino Marcello Dell’Utri. Ma anche del suo sodale, l’amico Silvio Berlusconi.

COSA NOSTRA, DELL’UTRI E “L’IMPRENDITORE AMICO” – Basti andare a pagina 113 della sentenza. I magistrati, nero su bianco, scrivono: “è indubbio, e costituisce espressione del concorso esterno da parte dell’imputato nell’associazione criminale denominata Cosa Nostra […], il comportamento consistito nell’aver favorito e determinato – avvalendosi dei rapporti personali di cui già a Palermo godeva con i boss – la realizzazione di un incontro materiale e del correlato accordo di reciproco interesse tra i boss mafiosi e l’imprenditore amico (Berlusconi)”. Insomma, è assolutamente comprovato il fatto che Marcello Dell’Utri abbia fatto da mediazione tra i boss mafiosi, Bontade e Teresi, e “l’imprenditore amico” Silvio Berlusconi.

Non solo. La Cassazione “valorizza e impernia” la propria decisione sul rilievo dell’attività di mediazione che Dell’Utri risulta aver svolto nel creare il canale di collegamento tra Cosa Nostra e il Cavaliere, “fonte di reciproci vantaggi per i due poli”. Quanto dichiarato nei due precedenti gradi di giudizio, in pratica, trova conferma in Cassazione: da una parte Silvio Berlusconi ha trovato vantaggio nella “ricezione di una schermatura rispetto ad iniziative criminali che si paventavano ad opera di entità delinquenziali non necessariamente riportabili a Cosa Nostra”; di contro la mafia ha goduto di lauti finanziamenti da parte di Fininvest (come accertato in primo e secondo grado). Il patto, aggiunge infatti la Cassazione, era essenzialmente “finalizzato alla realizzazione di evidenti risultati di arricchimento”.

Un do ut des, insomma. Scrive, infatti, ancora la Cassazione che “i pagamenti effettuati da Berlusconi” trovano una giusta e fondata spiegazione ai tempi dei “rapporti di Dell’Utri con Bontade e Teresi”: soggetti che erano stati evocati per una trattativa che appariva concepita “per il conseguimento di un risultato che, così come avrebbe potuto e dovuto essere perseguito presso le istituzioni, era stato invece cercato presso chi era parso capace di garantire un servizio di sicurezza di tipo privato e particolarmente efficace ed affidabile”.

LA SALVEZZA PER DELL’UTRI: IL BUCO NEL QUADRIENNIO 1978/1982 – Il reato, però, è comprovato soltanto dal 1974 – anno della stipula del patto – fino al 1978. Per il quadriennio successivo (fino al 1982), invece, mancano “prove compiute”. Ecco, allora, il motivo per il quale la Cassazione ha deciso di annullare la sentenza d’appello. In questa, infatti, Dell’Utri era stato condannato a sette anni di reclusione proprio per la mediazione svolta fino al 1982.

Precisa però la Cassazione che non c’è alcun dubbio sul ruolo svolto dal senatore Pdl tra il sodalizio mafioso e Berlusconi per gli anni fino al ’78. Insomma, quello della Cassazione è un invito alla Corte di Appello a trovare prove oggettive, nel caso ci siano, anche nel periodo che va dal ’78 all’82, periodo nel quale Dell’Utri si allontana da Berlusconi e va a lavorare sotto le dipendenze di un altro imprenditore (anche questo, però, in odor di mafia), Filippo Rapisarda.

Non a caso la Cassazione parla di “un vuoto che necessita di essere colmato”. Tre le conclusioni possibili secondo la Corte: o si trovano prove che ci dicano del ruolo di Dell’Utri anche in questo periodo (e dunque si tornerebbe a confermare la sentenza d’appello, tramite però prove più schiaccianti); o si deve arrivare ad affermare che il ruolo di mediazione sia stato svolto da dell’Utri soltanto fino al 1978.

POSSIBILI RAPPORTI NEGLI ANNI ’90 – Ma è l’ultima delle tre conclusioni possibili quella che sembra essere più caldeggiata dalla Cassazione: la cessazione del reato nel periodo che va dal ’78 all’82, a cui avrebbe fatto seguito “una forma di ripresa dello stesso reato all’atto del ritorno dell’imputato nell’area dell’imprenditoriale facente capo a Berlusconi”. Insomma, stando a quanto si legge nella sentenza di Cassazione, non dovrebbe essere sottovalutata l’ipotesi secondo cui i rapporti tra Berlusconi e Cosa Nostra, per mezzo del tramite Dell’Utri, siano durati anche negli anni ’90, periodo nel quale Marcello Dell’Utri torna alla corte di Berlusconi, come dirigente di Publitalia (ipotesi contemplata nella sentenza di primo grado, ma bocciata in appello).

GLI ATTENTATI ALLA STANDA DI CATANIA E L’AVVENTO DI TOTO’ RIINA – Non a caso la Cassazione si sofferma a lungo su alcuni attentati sottovalutati in seduta d’appello. Basti pensare agli attentati di matrice mafiosa ai magazzini Standa di Catania appartenenti a Fininvest avvenuti nel 1990: attentati che la Corte d’Appello ha “svalutato quanto alla idoneità a comprovare ulteriori interessamenti di Dell’Utri presso i capi di Cosa Nostra”. Ma che invece, secondo i giudici di Cassazione, “vanno sottoposti a nuova valutazione nell’ottica della tesi difensiva del potere essi rappresentare l’espressione di un rapporto tra Berlusconi e mafie non più regolato da un patto di reciproco interesse e, di riflesso, quale causa o quale effetto di un rapporto con Dell’Utri con Cosa Nostra non più convergente”. Secondo la Corte di Cassazione, infatti, dopo la morte nell’81 dei boss Bontade e Teresi e l’avvento di Riina ci sarebbe stato uno strappo nei rapporti tra la malavita e Berlusconi.

DOPO PRIMO E SECONDO GRADO, LA CASSAZIONE CONFERMA: IL PATTO TRA MAFIA E BERLUSCONI – In pratica, dunque, la Cassazione ha rigettato la sentenza d’appello soltanto per mancanze di prove oggettive per il periodo che va dal ’78 all’82. Non c’è alcun dubbio, però, per il periodo precedente: Dell’Utri è stato mediatore tra Silvio Berlusconi e Cosa Nostra. Non a caso sono ben tredici le doglianze (i motivi di impugnazione della difesa) presentate in Cassazione dai giudici di Marcello Dell’Utri e sistematicamente rigettate. A parte, infatti, quanto detto per il quadriennio ’78 – ’82, tutte le altre sono definite “palesemente infondate” o “inammissibili”.

La Cassazione, infatti, ha pienamente confermato l’incontro del 1974 tra Berlusconi, Dell’Utri e i capimafia Francesco Di Carlo, Stefano Bontade e Mimmo Teresi, raccontato per altro dallo stesso Di Carlo, collaboratore di giustizia. In uno degli uffici del Cavaliere, in foro Bonaparte a Milano, fu presa la “contestuale decisione di far seguire l’arrivo di Vittorio Mangano presso l’abitazione di Berlusconi in esecuzione dell’accordo” sulla protezione ad Arcore. I giudici, per altro, hanno trovato un “preciso riscontro nelle dichiarazioni di altro collaboratore, il Galliano, il quale aveva riferito di avere appreso i dettagli di quello stesso incontro e del suo scopo, forniti da Cinà nel corso di un pranzo con altri esponenti mafiosi nel 1986”.

Pienamente riscontrato anche “il tema dell’assunzione – per il tramite di Dell’Utri – di Mangano ad Arcore come la risultante di convergenti interessi di Berlusconi e di Cosa nostra” e “il tema della non gratuità dell’accordo protettivo, in cambio del quale sono state versate cospicue somme da parte di Berlusconi in favore del sodalizio mafioso che aveva curato l’esecuzione di quell’accordo, essendosi posto anche come garante del risultato”.

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