SENTENZA DELL’UTRI/ Le carte parlano chiaro: ecco svelati i contatti tra Cosa Nostra e B. E negli anni ’90?

Marcello Dell’Utri è stato condannato nuovamente in appello dopo che la Cassazione aveva rinviato il processo alla stessa Corte di appello. Sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Una sentenza da cui, peraltro, traspare l’immagine chiaroscurale di Silvio Berlusconi: quello che emerge, infatti, è il ruolo da cerniera svolto dall’ex senatore tra Cosa Nostra e il Cavaliere, un accordo “di reciproco interesse tra i boss mafiosi e l’imprenditore amico (Berlusconi)”. Il tutto avvalorato anche dalle tante deposizioni dei pentiti. Questo almeno fino al 1982. E dopo? Cosa sarebbe successo? Non è detto che negli anni ’90 i rapporti non siano ripresi, forse con più attriti tra “i due poli”. Prova ne sia l’attentato alla Standa di Catania, un episodio verso cui si fa sempre troppo poca attenzione…

 

di Carmine Gazzanni

dellutri_condannato_appello_7_anniOtto mesi di udienze, due processi di appello, vent’anni di inchiesta e appena sei ore di camera di consiglio per decretare che Marcello Dell’Utri è stato effettivamente l’uomo cerniera tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi.

La terza sezione della Corte di appello di Palermo ha infatti condannato l’ex senatore Pdl e braccio destro storico del Cav a sette anni di reclusione, dando ragione al sostituto procuratore Luigi Patronaggio (il quale, peraltro, ha chiesto anche l’arresto di Dell’Utri per pericolo di fuga, respinta però questa mattina).

La storia del processo per concorso esterno in associazione mafiosa è decisamente lunga e, a questo punto della vicenda, conviene ricostruire quanto finora accaduto.

Le indagini sull’ex senatore del Pdl erano cominciate nel 1994. Dopo una condanna a nove anni in primo grado, nel 2010 Dell’Utri era stato condannato a sette anni di carcere nel primo processo di appello. Nel marzo scorso però la Cassazione aveva rinviato il processo in appello.

Tutti ricorderanno quel periodo: urla di giubilo da parte del Pdl perché Dell’Utri aveva finalmente dimostrato la sua innocenza.

Comiche le dichiarazioni di quei giorni. Maurizio Gasparri: “le parole del Pg e la decisione della Cassazione sembrano demolire l’azione di militanza politica portata avanti nel caso Dell’Utri da alcuni settori della minoranza politicizzata della magistratura”.

Sandro Bondi: “non possiamo non ammettere amaramente che nessuno potrà mai sanare la gravità delle accuse e il peso delle sofferenze patite ingiustamente dal sen. Dell’Utri nel corso di questi anni”.

Il più grande, ovviamente, era stato Silvio Berlusconi: “Sono contento, mai avuto dubbi su di lui”. E ancora: “Diciannove anni di sofferenza e di gogna, una cosa incredibile”.

In realtà sarebbe bastato leggere le motivazioni della sentenza di Cassazione per capire che, in realtà, non c’era proprio nulla da festeggiare e che la nuova condanna in appello sarebbe stato solo questione di tempo. Il motivo è presto detto.

La sentenza della Suprema Corte aveva sancito che non erano stati sufficientemente provati i rapporti tra Dell’Utri e Cosa Nostra  tra il 1977 e il 1982: è il periodo in cui l’ex senatore si allontana da Berlusconi per andare a lavorare dal finanziere palermitano Filippo Alberto Rapisarda.

È proprio per colmare quel buco investigativo che gli ermellini avevano ordinato un secondo processo d’appello. Assolutamente provati, invece, i rapporti precedenti, quelli dal 1974.


L’ACCORDO TRA COSA  NOSTRA E BERLUSCONI – Si leggeva infatti nella sentenza di allora: è indubbio, e costituisce espressione del concorso esterno da parte dell’imputato nell’associazione criminale denominata Cosa Nostra […], il comportamento consistito nell’aver favorito e determinato – avvalendosi dei rapporti personali di cui già a Palermo godeva con i boss – la realizzazione di un incontro materiale e del correlato accordo di reciproco interesse tra i boss mafiosi e l’imprenditore amico (Berlusconi)”.

dellutri_berlusconi_espresso_anni_70Insomma, è assolutamente comprovato il fatto che Marcello Dell’Utri abbia fatto da mediazione tra i boss mafiosi, Bontade e Teresi, e “l’imprenditore amico” Silvio Berlusconi.

Il punto è proprio questo. La sentenza, ovviamente, tocca Marcello Dell’Utri. Ma non può non riguardare anche l’ex premier Silvio Berlusconi che, sfruttando il ponte Dell’Utri, ha avuto in quel periodo costanti rapporti con Cosa Nostra.

Almeno fino a prima dell’avvento di Totò Riina.

Già la Cassazione, infatti, premeva e riconosceva l’attività di mediazione che Dell’Utri aveva svolto nel creare il canale di collegamento tra Cosa Nostra e il Cavaliere, “fonte di reciproci vantaggi per i due poli”: da una parte Silvio Berlusconi ha trovato vantaggio nella “ricezione di una schermatura rispetto ad iniziative criminali che si paventavano ad opera di entità delinquenziali non necessariamente riportabili a Cosa Nostra”; di contro la mafia ha goduto di lauti finanziamenti da parte di Fininvest (come accertato in primo e secondo grado).

Il patto, aggiunge infatti la Cassazione, era essenzialmente “finalizzato alla realizzazione di evidenti risultati di arricchimento”.


IL DO UT DES TRA MAFIA E BERLUSCONI – Un do ut des, insomma. Scrive, infatti, ancora la Cassazione che “i pagamenti effettuati da Berlusconi” trovano una giusta e fondata spiegazione ai tempi dei “rapporti di Dell’Utri con Bontade e Teresi”: soggetti che erano stati evocati per una trattativa che appariva concepita “per il conseguimento di un risultato che, così come avrebbe potuto e dovuto essere perseguito presso le istituzioni, era stato invece cercato presso chi era parso capace di garantire un servizio di sicurezza di tipo privato e particolarmente efficace ed affidabile”.

Dell’Utri, dunque, è stato mediatore tra Silvio Berlusconi e Cosa Nostra.

Sembrerebbe pienamente confermato l’incontro del 1974 tra Berlusconi, Dell’Utri e i capimafia Francesco Di Carlo, Stefano Bontade e Mimmo Teresi, raccontato per altro dallo stesso Di Carlo, collaboratore di giustizia. In uno degli uffici del Cavaliere, in foro Bonaparte a Milano, fu presa – scriveva ancora già la Cassazione – la “contestuale decisione di far seguire l’arrivo di Vittorio Mangano presso l’abitazione di Berlusconi in esecuzione dell’accordo” sulla protezione ad Arcore.

I giudici, per altro, hanno trovato un “preciso riscontro nelle dichiarazioni di altro collaboratore, il Galliano, il quale aveva riferito di avere appreso i dettagli di quello stesso incontro e del suo scopo, forniti da Cinà nel corso di un pranzo con altri esponenti mafiosi nel 1986”.

Pienamente riscontrato anche “il tema dell’assunzione – per il tramite di Dell’Utri – di Mangano ad Arcore come la risultante di convergenti interessi di Berlusconi e di Cosa nostra” e “il tema della non gratuità dell’accordo protettivo, in cambio del quale sono state versate cospicue somme da parte di Berlusconi in favore del sodalizio mafioso che aveva curato l’esecuzione di quell’accordo, essendosi posto anche come garante del risultato”.


berlusconi_bacio_giuda_dellutriGLI ANNI ’90: BISOGNA FAR LUCE – Insomma, i rapporti tra Marcello Dell’Utri e Cosa Nostra (e Silvio Berlusconi) sono provati. Almeno fino al 1982. E dopo? Cosa sarebbe successo? Non si può far altro che aspettare le motivazioni di questa sentenza per stabilire cosa sia accaduto negli anni seguenti.

Un’idea – ancora una volta – ce la possiamo fare rispolverando il parere espresso dai giudici nelle precedenti sentenze.

La stessa Cassazione, rinviando le carte alla Corte d’appello, aveva palesato la possibilità di “una forma di ripresa dello stesso reato all’atto del ritorno dell’imputato nell’area dell’imprenditoriale facente capo a Berlusconi” negli anni ’90.

Insomma, stando a quanto si legge nella sentenza di Cassazione, non dovrebbe essere sottovalutata l’ipotesi secondo cui i rapporti tra Berlusconi e Cosa Nostra, per mezzo del tramite Dell’Utri, siano durati anche negli anni ’90, periodo nel quale l’ex senatore torna alla corte di Berlusconi, come dirigente di Publitalia (ipotesi contemplata nella sentenza di primo grado, ma bocciata in appello).


L’ATTENTATO ALLA STANDA DI CATANIA – Non a caso la Cassazione si sofferma a lungo su alcuni attentati sottovalutati nella prima seduta d’appello (vedremo nella seconda quando avremo le motivazioni).

Basti pensare agli attentati di matrice mafiosa ai magazzini Standa di Catania appartenenti a Fininvest avvenuti nel 1990: attentati che la Corte d’Appello in prima seduta ha “svalutato quanto alla idoneità a comprovare ulteriori interessamenti di Dell’Utri presso i capi di Cosa Nostra”.

Ma che invece, secondo i giudici di Cassazione, “vanno sottoposti a nuova valutazione nell’ottica della tesi difensiva del potere essi rappresentare l’espressione di un rapporto tra Berlusconi e mafie non più regolato da un patto di reciproco interesse e, di riflesso, quale causa o quale effetto di un rapporto con Dell’Utri con Cosa Nostra non più convergente”.

Secondo la Corte di Cassazione, infatti, dopo la morte nell’81 dei boss Bontade e Teresi e l’avvento di Riina ci sarebbe stato uno strappo nei rapporti tra la malavita e Berlusconi.

Ora, come detto, bisognerà aspettare di leggere le motivazioni di quest’ultima sentenza. Ma quello che emerge è (anche) il ruolo chiaroscurale giocato da Silvio Berlusconi. L’ex premier. In affari con Cosa Nostra.

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