SCENARIO NDRANGHETA/ Dopo il bazooka e gli arresti, parlano i pentiti.

La ndrangheta ha alzato la tensione con l’affaire bazooka. Conseguenze? Nuovi arresti e pentiti eccellenti, come Lo Giudice. Ma circolano strane voci su una nuova guerra fra clan.

bazookaIeri mattina è stato arrestato, al confine tra Italia e Slovenia (dunque in procinto di fuggire dal nostro Paese), Antonio Cortese – affiliato alla famiglia calabrese Lo Giudice – quale esecutore materiale degli attentati ai magistrati di Reggio.

Cortese nello specifico è stato, secondo la procura, il responsabile materiale degli attentati a danno del Procuratore generale Salvatore Di Landro (attentati dinamitardi del 3 gennaio e del 26 agosto) e dell’atto intimidatorio del 5 ottobre a danno del Procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone.

Questo, infatti, certamente non è un periodo facile per la magistratura calabrese che continua ad occuparsi di ‘ndrangheta. Diversi sono stati gli atti intimidatori nel corso dell’ultimo anno. A cominciare proprio dal tre gennaio, quando venne ritrovata una bomba di fronte al portone della Procura Generale; nei mesi successivi una serie impressionante di lettere intimidatorie a vari pm che lavorano in terra calabrese: Giuseppe Lombardo, Antonio Di Bernardo, Mario Spagnuolo (procuratore di Vibo Valentia che si sta occupando di importanti indagini nella zona del vibonese, con sequestri e arresti nei confronti di esponenti della ‘ndrangheta).

E infine, come detto, anche Giuseppe Pignatone. Il 5 ottobre, infatti, venne rinvenuto dalla Polizia un bazooka davanti al tribunale, dopo una telefonata anonima: “Andate a vedere davanti alla Procura. C’è una sorpresa per il procuratore Pignatone”.

Senza contare, poi, i reiterati attentati di cui è stato vittima il Procuratore Generale Salvatore Di Landro, il quale, infatti, per ben due volte è stato oggetto di atti intimidatori. Inizialmente, come detto, con la bomba posizionata davanti al portone della Procura Generale e successivamente, il 26 agosto, con un attentato ancora più diretto: una bomba esplose proprio davanti al portone del palazzo in cui vive il magistrato reggino. Un palazzo in pieno centro, a Parco Caserta, una delle zone più trafficate della città reggina. Per fortuna ci furono solo danni materiali (divelto il portone d’ingresso, devastato l’atrio e procurato danni ad alcune abitazioni vicine), un forte boato e tanta paura.

E ancora, vari sabotaggi ad auto di giudici: tra giugno e luglio sono state manomesse le auto di diversi magistrati, tra cui quella dello stesso Di Landro, cui furono svitati i bulloni delle ruote. Per fortuna, la ruota si staccò nel momento in cui Di Landro non era a bordo e il suo autista andava a velocità estremamente ridotta.

Ora, grazie alle indagini in corso ed alle rivelazioni dei pentiti, pare che qualcosa stia cambiando. Come detto responsabile materiale di gran parte di tali attentati è Antonio Cortese. Si è arrivati al suo nome proprio grazie alle rivelazioni del boss Antonino Lo Giudice (per il quale, in pratica, “lavorava” Cortese) che ha deciso di cominciare a collaborare con la giustizia. Lo stesso Lo Giudice, infatti, il 15 ottobre ha ammesso: “sono io il mandante degli attentati”. E questo è un duro colpo per una delle famiglie più potenti tra i clan della ‘ndrangheta, divenuta grande con il padre di Antonino, boss del Quartiere di Santa Caterina di Reggio Calabria. Siamo negli anni ’80 – ’90, anni di fuoco per via della guerra di mafia tra i clan.

E in quegli anni proprio i Lo Giudice portano avanti una vera e propria faida con la famiglia Rosmini, al tempo molto potente poiché schierata dalla parte dello storico boss calabrese, Pasquale Condello. Fu una lotta sanguinosa quella tra le due famiglie, con decine di omicidi, finchè, ad un certo momento della vicenda, Rosmini e Lo Giudice si alleano (e tali rimarranno ancora oggi) perché interviene un’altra famiglia, i De Stefano, pronti a mettersi contro tutti dopo l’assassinio del boss Paolo (voluto dallo stesso Condello). Nel 1986, però, cade per un’imboscata “Peppe” Lo Giudice, capofamiglia del clan: si trovava ad Aprilia, in quanto aveva desiderio di “immettersi” nel commercio ortofrutticolo di Fondi, cittadina di cui oggi ancora sentiamo tanto parlare.

Dopo la pace stipulata tra le varie ‘ndrine a metà anni ’90 e, soprattutto, dopo le pesanti indagini che si sono susseguite, ora pare che le famiglie tutte stiano nuovamente alzando il tiro. Ed ancora una volta il merito è dei magistrati che stanno mettendo alle strette i boss, come d’altronde è capitato allo stesso Antonino Lo Giudice. Lo Giudice, infatti, era stato fermato dalla Squadra mobile di Reggio Calabria il 7 ottobre, sulla base delle accuse di quattro pentiti. Tra questi Paolo Iannò e il fratello di Antonino, Maurizio Lo Giudice.

Il primo collabora oramai da anni con la giustizia (dal 2003), ma ancora è vittima di pesanti intimidazioni e attentati, che colpiscono anche i suoi familiari (il 20 settembre di quest’anno è stato ucciso, con decine di colpi sparsi per tutto il corpo, anche in volto, Domenico Chirico, cognato di Iannò). Il secondo, invece, era a capo del clan Lo Giudice prima che venisse arrestato (il suo posto venne preso proprio dal fratello Antonino) per via di una pesante condanna per l’omicidio di un noto ristoratore reggino, Giuseppe Giardino, al quale Maurizio aveva tentato di sottrarre l’incasso della giornata: Giardino aveva resistito e così Maurizio Lo Giudice lo aveva sparato condannandolo ad una morte lenta per dissanguamento, dentro il portone dell’abitazione del ristoratore, senza che nessuno gli prestasse soccorso. Ed anche lui collaborava da tempo (1999).

Sono gli altri due pentiti che, a quanto pare, stanno dando una vera e propria svolta alle indagini, dando informazioni importanti per la cattura di Antonino Lo Giudice. Stiamo parlando di Consolato Villani e Roberto Moio. Villani è un affiliato alla stessa cosca Lo Giudice; Moio, invece, è uno dei massimi esponenti della cosca Tegano ed è nipote di Giovanni Tegano, il boss del clan, arrestato ad aprile dopo un lungo periodo di latitanza. Ed ora, come detto, anche Antonino Lo Giudice sembra voglia collaborare. Resta, tuttavia, da capire il motivo degli attentati orditi dallo stesso boss ed eseguiti da Cortese e, soprattutto, perché ora Lo Giudice ha deciso di parlare. Solo perché messo alle strette? O c’è altro? Sono molte, infatti, le voci che parlano di una nuova guerra tra clan.

 

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