SCANDALO MPS/ F2I e Alerion, spaventosa rete di interessi: l’amico di D’Alema, l’Opus Dei e lo Ior.

Che cosa c’entra il Monte dei Paschi con il Fondo Italiano per le Infrastrutture? A guardare i progetti infrastrutturali portati avanti in Toscana, tanto. E, probabilmente, troppo. La rete di interessi, conflitti d’interessi e guadagni è spaventosa: dall’Opus Dei all’alta dirigenza Pd, da Ettore Gotti Tedeschi a Caltagirone, dal Monte dei Paschi a Vito Gamberale. I nomi sono sempre gli stessi. Un intreccio incredibile. Un guadagno per tutti.

 

di Carmine Gazzanni

I “CONTI” NON TORNANO: L’AMICO DI D’ALEMA IN CONFLITTO D’INTERESSI –Il Pd non si occupa di banche”. Chiare le parole di Pier Luigi Bersani. Il Partito Democratico non ha nulla da rimproverarsi. Nessun conflitto d’interessi. Nessuna ingerenza. D’altronde il codice etico del partito parla chiaro. Terzo capitolo, punto b: si obbliga il tesserato a “rinunciare o astenersi dall’assumere incarichi esecutivi nel Partito (incarichi monocratici nelle città capoluogo di provincia, a livello provinciale, regionale e nazionale; incarichi negli organi collegiali esecutivi di Partito a livello regionale e nazionale) qualora, a causa del ruolo ricoperto in imprese, associazioni, enti o fondazioni, aventi scopo di lucro o titolarità prevalente di interessi economico­finanziari, possa configurarsi un conflitto di interessi tale da condizionare i propri comportamenti“. Più chiaro di così si muore. Peccato però che, come si suol dire, tra il dire e il fare ci sia di mezzo il mare. E allora ecco che i conflitti tra società, banche e partito (democratico) sono sorprendenti.

Riccardo Conti, grande amico di Massimo D’Alema, è stato assessore alle infrastrutture e ai trasporti della Regione Toscana dal 2000 al 2010, ma soprattutto è l’attuale coordinatore nazionale per le infrastrutture del Partito Democratico. Ruolo di prestigio, insomma. A cui, però, se ne affianca un altro: membro del consiglio direttivo del Fondo Italiano per le Infrastrutture, società di gestione del risparmio (sgr) che investe i risparmi raccolti da banche e fondazioni (le quali detengono azioni del Fondo) in società, come si legge direttamente dal sito, attive nei settori “delle infrastrutture di trasporto, persone e merci come porti, aeroporti, autostrade, interporti, ferrovie, ecc; reti di trasporto e distribuzione di elettricità, gas e acqua, ecc.; impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili e tradizionali; sanità, servizi pubblici locali e infrastrutture sociali”. In altre parole F2i (questa è la sigla del Fondo) è un flusso: la società raccoglie “risparmi” dai soci (sponsor) e da altri soggetti (Limited Partners) e lo investe in società quotate e non, ridistribuendo poi il guadagno.

Piccolo conflitto d’interessi, insomma? Sembrerebbe proprio di sì. E non parliamo affatto di bruscolini. Stando agli ultimi dati, infatti, il fondo raccolto dalla società di gestione si aggirerebbe intorno ai 2 miliardi di euro l’anno. Il dubbio nasce spontaneo: c’è il rischio che una persona che nei fatti decide come impiegare questi soldi influenzi la politica infrastrutturale del partito a cui appartiene? Prima di rispondere bisogna tenere a mente un altro “piccolo” particolare.

 

CONTI “RAPPRESENTANTE” DEL MONTE DEI PASCHI – Il Fondo, come detto, è partecipato da diverse banche, fondazioni e casse previdenziali.  Tra queste, fino ad un anno fa, spiccava anche il Monte dei Paschi di Siena (ha venduto poi le sue azioni – pari al 6,40 per cento del capitale azionario con un valore di bilancio di 857.142 euro – per far fronte al buco nei bilanci). Come accade spesso nelle società, i membri del cda sono nominati in rappresentanza proprio degli azionisti. Domanda: indovinate Conti di chi era “rappresentante” nel 2011, anno in cui è stato nominato? Proprio del Monte dei Paschi di Siena. È lo stesso Conti, d’altronde, ad ammetterlo nel tentativo (maldestro) di scrollarsi di dosso l’ombra della nomina politica: “io sono entrato su indicazione della Fondazione Monte de Paschi di Siena, non per nomina politica, anche se, certo, il Pd era d’accordo”.

Il primo cerchio, dunque, si chiude: c’è un Fondo che si occupa di Infrastrutture, partecipato da Mps, il quale, a sua volta, deve nominare una persona nel cda in sua rappresentanza. Quale migliore scelta se non quella del coordinatore nazionale delle Infrastrutture del Pd? Ma, ovvio, il Partito Democratico non c’entra nulla. Ci mancherebbe.

 

PD, MPS, FONDO, CALTAGIRONE: CI GUADAGNANO TUTTI – Sarà un caso, ma da quando Riccardo Conti, ex assessore toscano alle infrastrutture e uomo designato da Mps, è entrato nel Fondo, la Toscana è diventata terra di conquista. È stato proprio il Fondo, d’altronde, a cercare di acquistare una quota del capitale sociale dell’aeroporto fiorentino di Peretola. Il Monte dei Paschi, dal canto suo, detiene invece il 21 per cento della società che gestisce l’aeroporto senese di Ampugnano ed è anche tra gli azionisti della Società Autostrada Tirrenica con il 15 per cento, insieme, peraltro, alla Vianco spa (che detiene quasi il 25 per cento delle azioni), controllata della Vianini spa, società del gruppo Caltagirone spa, il cui presidente, Francesco Gaetano, è stato fino all’anno scorso vicepresidente e azionista della banca senese. A riprova del fatto, insomma, che gli affari tra Caltagirone e Mps, come Infiltrato.it ha già documentato, non sono mai scemati.

monte_paschi_spaventosa_reteMa, d’altronde, da buon palazzinaro, Caltagirone non poteva non interessarsi al Fondo per le Infrastrutture. E allora, pur essendo uscito da Mps, ha mantenuto voce in capitolo in qualità di vicepresidente di Generali: la società di assicurazioni, infatti, già nel 2007 – anno di nascita di F2i – aveva sottoscritto una quota di quasi 100 milioni di euro.

Insomma, uno spettacolare intreccio di interessi e di guadagni per il quale né il Pd, né Caltagirone, né tantomeno il Monte dei Paschi possono lavarsi le mani. Anche perché, come detto, stiamo parlando di un fondo esorbitante che nel 2009 ha assicurato ai suoi investitori ben il 15 per cento di rendimento.

 

ETTORE GOTTI TEDESCHI E LA SCIA DELL’OPUS DEI – Gli interessi che ruotano attorno al Fondo Italiano per le Infrastrutture, però, sono ben più ampi di quanto si possano pensare. Toccano praticamente tutti: non solo Monte dei Paschi di Siena e Caltagirone. Ma anche nomi importanti della finanza vaticana. A cominciare da quello di Ettore Gotti Tedeschi. Proprio lui, l’ex numero uno del Banco di Santander in Italia, oggi al centro (anche lui) delle indagini per l’acquisizione di Antonveneta da parte di Mps, dei cui legami con Mussari già ci siamo occupati. Ebbene, Gotti Tedeschi è presidente del Fondo italiano per le Infrastrutture. Incarico di rilievo, dunque. Così come lo è quello di membro del cda della Cassa Depositi e Prestiti, altra azionista del Fondo. Insomma, Gotti Tedeschi conta eccome.

La cosa, però, non sorprende affatto. Non sono pochi, infatti, i membri del consiglio direttivo del Fondo che sembrerebbero legati a doppio filo ora all’Opus Dei ora alla Compagnia delle Opere. Basti pensare, oltre a Ettore il Cattolicissimo (come viene chiamato), anche all’ideatore, deus ex machina e amministratore delegato della società, il molisano Vito Gamberale. L’ex numero uno di Atlantia spa (holding attiva nella gestione delle tratte autostradali) è infatti molto vicino e a Comunione e Liberazione (si ricorda una sua partecipazione al meeting di Rimini anni fa. Titolo dell’incontro, ovviamente: “infrastrutture e reti: le vie dello sviluppo per l’Italia”), e all’Opus Dei. In occasione della canonizzazione del fondatore dell’Opera, Escrivá de Balaguer, fu lo stesso Gamberale a dichiarare che “frequentando le persone di questo ambiente (dell’Opus, ndr), e studiando la vita di questo grande personaggio che è sant’Escrivá, ho decodificato il progetto che egli con impegno, serenità, sicurezza ha voluto perseguire. Un progetto che oggi è stato realizzato, e che, nella sua globalità, indica un metodo di vita: lavorare pensando a concreti valori cristiani da diffondere nella società”. Precisando, peraltro, che la collaborazione con l’opera sarebbe stata ampia: “lo scambio consiste in un contributo di docenza, un contributo economico”. Economico, appunto.

Come se non bastasse, tra le assicurazione azioniste del Fondo, oltre a Generali, spunta anche la Cattolica, società da sempre sponsorizzata dalla finanza vaticana: una quota che si aggira sui 40 milioni di euro, impegnata sin dal 2007, anno della fondazione della società di gestione.

 

L’INCREDIBILE INTRECCIO MPS, FONDO, OPUS DEI: IL CASO ALERION – Ricapitolando: finanza vaticana, Fondo per le Infrastrutture, palazzinari, Monte dei Paschi. Un intreccio di legami (e di interessi) che fa impallidire. A dimostrazione di quanto detto prendiamo la maggiore partecipata del Fondo Italiano per le Infrastrutture, la Alerion Clean Power spa, impegnata soprattutto nella produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Ebbene, i due maggiori azionisti della società sono, appunto, F2i (15 per cento delle azioni) e proprio il Monte dei Paschi di Siena (6 per cento). Chissà cosa ne pensa Riccardo Conti in qualità di membro del cda di uno dei soci azionisti (F2i) messo lì da un altro dei soci azionisti (Mps).

Finita qui? Certo che no. Dei possibili conflitti d’interessi, già abbondanti sin qui, si perde il conto andando avanti. Passiamo al consiglio di amministrazione. Vicepresidente è lo stesso presidente del Fondo, Ettore Gotti Tedeschi. Ingerenza dell’Opus Dei anche qui? Sembrerebbe proprio di sì, dato che nel cda spicca anche il nome di Giuseppe Garofano, legatissimo all’Opera e a uno dei suoi personaggi più noti, Gianmario Roveraro (morto in circostanze misteriose: nel 2006 viene sequestrato, ucciso e tagliato a pezzi).

Non solo. Tra i membri del cda compare anche un altro nome di rilievo, Franco Bonferroni. La questione, qui, si complica: Bonferroni è anche consigliere Finmeccanica, quella stessa Finmeccanica al centro di numerose indagini. Una che vede protagonisti (ma non indagato) Gotti Tedeschi e l’ex ad del colosso pubblico Giuseppe Orsi per presunti casi di corruzione internazionale, ovvero il pagamento di tangenti per vendite da parte aziende del gruppo Finmeccanica. L’altra inchiesta, parallela alla precedente, vede protagonista lo stesso Bonferroni il quale, secondo il superconsulente Lorenzo Cola, sarebbe stato “espressione dell’Udc” (il partito di Casini, genero di Caltagirone) per il pagamento di una tangente da 300 mila euro.

 

IL PRESIDENTE DEL COLLEGIO IERI IN CONFLITTO, OGGI INDAGATO – Avrebbero esposto “fatti materiali non rispondenti al vero”, rispondendo alla Banca d’Italia che chiedeva delucidazioni sulla compatibilità della complessiva operazione di rafforzamento patrimoniale da 1 miliardo di euro nel core capital. Obiettivo: “ostacolare l’esercizio delle funzioni di vigilanza”. Questa è l’accusa formulata, tra gli altri, per l’ex presidente del collegio sindacale del Monte dei Paschi, Tommaso Di Tanno. Doveva vigilare, ma, secondo gli inquirenti, non l’avrebbe fatto. Distratto o connivente non importa. Eppure Di Tanno dovrebbe essere abituato, non è la prima volta che ricopre quest’incarico. E – ancora una volta – i nomi sono sempre gli stessi.

Prendiamo l’anno 2007, lo stesso anno in cui avviene l’operazione Antonveneta: Di Tanno compariva nel collegio di Mps (che a quel tempo vedeva seduto sulla poltrona di vicepresidente Caltagirone), compariva in quello proprio di Caltagirone spa e, come se non bastasse, anche in quello di Atlantia spa, all’epoca in mano a Vito Gamberale.

Troppi incarichi, forse. Troppi conti da controllare. Al povero di Tanno sarà sfuggito qualcosa. Poca roba: solo qualche miliardo.

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