RIFORMA DI PAOLA/ Il ministro amico dei militari: 230 miliardi per le armi e 1 milione per le indennità dei generali

Tagli al personale che toccano di liscio i militari, mentre sono una mannaia per i civili. Nessun cenno all’indennità stellare – sconosciuta ai più – di cui godono le alte sfere delle forze militari (gli ultimi dati parlano di oltre un milione di pensione). E i soldi risparmiati? Dritti alla spesa in armamenti (per i prossimi 12 anni 230 miliardi). Ecco in sintesi quanto prevede il ddl sulla revisione dello strumento militare concepita dal ministro Di Paola. Un testo che militarizza il ministero e taglia solo sul superfluo.

di Carmine Gazzanni

Carri-armati-italiani1Nessuno ne parla, se non in pochi, fuori dal Palazzo. Nessuno tenta di far battaglia, se non alcuni, dentro il Palazzo. Il risultato non può che essere uno: nel silenzio più assordante a giorni verrà approvato a Palazzo Madama, per poi passare al vaglio della Camera, il ddl sulla revisione dello strumento militare concepito direttamente dal ministro (e militare) Giampaolo Di Paola. Un ddl che, nei fatti, militarizza il ministero (più di quanto, nei fatti, già non lo sia) e che taglia sì, ma in pratica solo sul personale civile. Poco o niente sulle alte cariche militari. Un piccolo conflitto d’interessi su cui, però, si preferisce tacere.

Basta, d’altronde, andarsi a leggere i resoconti delle varie sedute in Commissione per capire come i partiti di maggioranza siano accondiscendenti nei confronti di un ddl che, all’insaputa di molti, potrebbe modificare – e non di poco – l’assetto anche istituzionale del nostro ministero della Difesa. Facile, peraltro, rendersi conto anche che gli unici emendamenti, nella stragrande maggioranza presentati da Idv, che in qualche modo sono stati concepiti per ridimensionare la portata del testo, non vedranno mai la luce.

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Insomma, il testo, nella sua linea generale, verrà approvato così come concepito dal generale Di Paola. Ed è proprio questo il problema. Il testo, nonostante tocchi punti molto delicati – si dovrebbe passare da un 70 per cento attualmente destinato al personale a un più ragionevole 50 per cento, ma, come vedremo, il condizionale è d’obbligo – appare abbastanza vago nel concreto. Basti pensare al numero di articoli. Solo cinque. Scrive su Il Fatto Toni De Marchi: “qualsiasi altro governo avrebbe presentato chilometri di documenti per spiegare come e dove taglierà, cosa cambierà e, soprattutto, per che cosa dovremmo armarci e, se servisse, partire. Non il governo Monti-Di Paola”.

Qualcosa però, leggendo i cinque articoli, è più che chiaro: il ddl presenta considerevoli tagli (ma, come vedremo, sono solo teorici) al personale. È prevista, ad esempio, la riduzione del personale militare dell’Esercito italiano, della Marina militare e dell’Aeronautica militare da 180 mila a 150 mila unità, da conseguire entro l’anno 2024 (art. 3 comma 1), a cui si affianca un’altra riduzione, questa volta delle “dotazioni organiche complessive del personale civile del Ministero della difesa”, da 30 mila a 20 mila unità.

Domanda: il taglio sarà realmente effettivo? Non è dato sapere. Basta infatti andare al comma 2 dell’articolo 5 per rendersene conto: tale riduzione, si legge, “può essere prorogata, con decreto annuale del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro della difesa (e dunque Di Paola stesso, ndr), di concerto con i Ministri per la pubblica amministrazione e la semplificazione e dell’economia e delle finanze, previa deliberazione del Consiglio dei ministri”. Come dire: al momento noi lo scriviamo, poi si vedrà.

Ma andiamo avanti. Ammettiamo che il taglio ci sia. Basta fare un rapido calcolo per rendersi conto di un particolare non da poco. In proporzione, il taglio al personale civile è ben più corposo (33%) rispetto a quello pensato per i militari (16%). La conseguenza è ovvia: il ministero avrà – più di quanto non ne conti già ora – un personale nella stragrande misura formato da militari e non da civili. Si dirà: cosa ovvia per un ministero della difesa. Affatto.  Oltre all’ambito strettamente militare, infatti, ci sono gli apparati amministrativi, di manutenzione e così via.

Per capire meglio, facciamo un confronto con gli altri Paesi. È ancora De Marchi ad essere illuminante sulla questione: “In Francia, a fronte di 235.230 militari ci sono 69.990 civili con un rapporto di 1 civile ogni 3,36 militari. In Gran Bretagna, a fianco di 175.940 soldati lavorano 70.940 impiegati, cioé 1 ogni 2,48”. E in Italia? Per 182.336 militari ci sono 29.646 civili. Un rapporto di 6,15 per ogni civile. Una media altissima che – ecco il punto – crescerà ulteriormente con quanto previsto da Di Paola.

Nei fatti, dunque, ci troviamo dinanzi ad una militarizzazione del ministero, in perfetta linea con quanto si è cercato di fare d’altronde già negli anni passati. Basti pensare allo stesso Giampaolo Di Paola, un ministro ex capo di stato maggiore. Senza dimenticare, peraltro, il segretario generale della difesa: in tutti i Paesi la carica è ricoperta da un civile, ma non in Italia, dove abbiamo il generale Claudio Debertolis.

La questione, al contrario delle apparenze,è ben più problematica di quanto si possa pensare. Capiamo perché. Avere un ministero in cui abbondano i militari a scapito dei civili vuol dire meno grane con i sindacati, meno occhi indiscreti, dunque meno trasparenza. Ma, soprattutto, stipendi molto più alti. Un militare, infatti, riceve uno stipendio molto più alto rispetto ad un civile, come emerge anche dai dati illustrati al Senato dalla Ragioneria generale dello Stato.

Non solo. Sebbene molti non sappiano nemmeno che esista, le alte sfere militari godono anche di un’indennità stellare, la cosiddetta S.I.P. Questa speciale indennità, istituita per la prima volta nel 1987 e ampliata con successivi decreti emanati sempre e puntualmente dalla Presidenza del Consiglio, tocca praticamente tutti. I Capi di stato maggiore (solo loro sono quattro: Difesa, Esercito, Aeronautica e Marina), il Capo della polizia, il Comandante generale dei Carabinieri e quello della Finanza, il Comandante della Guardia forestale e addirittura il Direttore generale delle carceri. Senza dimenticare il già citato Segretario generale. Tutti godono di questa S.I.P che, secondo gli ultimi dati, tocca cifre stratosferiche: 409 mila euro lordi per i vertici delle forze armate (compresi Carabinieri e Finanza) e addirittura un milione e quindicimila euro di pensione per i quattro capi di stato maggiore. E, chiaramente, della S.I.P. nel testo non si fa menzione.

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Ora la domanda finale: come verranno impiegati i soldi risparmiati dal taglio al personale? Ce lo dice l’articolo 4 del testo: “le risorse recuperate a seguito dell’attuazione del processo di revisione dello strumento militare sono destinate al riequilibrio dei principali settori di spesa del Ministero della difesa, con la finalità di assicurare il mantenimento in efficienza dello strumento militare e di sostenere le capacità operative”. Cosa vuol dire questo? Come denunciato da diverse organizzazioni di pace (a cominciare dal Tavolo della Pace di Perugia), il ddl prevede sì tagli, ma semplicemente “per comprare nuovi armamenti”, non sottraendosi in questo modo agli impegni finanziari già assunti dal ministero, i quali prevedono – denunciano le associazioni – “non meno di 230 miliardi per i prossimi 12 anni a sostegno delle FFAA”.

Insomma, una militarizzazione di lusso. Studiata da Di Paola e permessa dal Senato che chiude entrambi gli occhi. È meglio non vedere.

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