RETROSCENA/ Si scrive Bocchino, si legge Pomicino

Amici per la pelle. E, soprattutto, per gli affari. E con un terzo amico “eccellente” in comune, vero dominus della prima repubblica (ma, a quanto pare, non solo). I primattori del triangolo sono Italo Bocchino, Vincenzo Maria Greco e Paolo Cirino Pomicino. Le prove tecniche della liaison si svolgono via opere pubbliche, in particolare le tante messe in cantiere nel dopo sisma della Campania, costellato di raddoppi autostradali, centri direzionali, progetti portuali e aeroportuali, fino al piatto forte dell’alta velocità. «Il secondo terremoto – per parecchi addetti ai lavori – partito da pochi spiccioli, 30 mila miliardi di vecchie lire scarsi, e lievitato a circa 200 mila».

Italo_Bocchino_AN2La magistratura? A guardare. O meglio a prescrivere o archiviare. Così è successo per il maxi processo del dopo terremoto in Campania, documentato in decine di inchieste e volumi (primo in ordine di tempo Grazie Sisma del 1990, edito dalla Voce, ultimo il fresco di stampa Terremoti spa, di Antonello Caporale) nonché dai mega faldoni della commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Oscar Luigi Scalfaro. Per la procura di Napoli niente, bazzecole, con una camorra a far da puro spettatore (lo sanno anche le pietre che malavita organizzata ha lucrato almeno il 30 per cento dei circa 65 mila miliardi di lire stanziati – tra movimento terra, calcestruzzo e subappalti – facendo il “salto” e diventando un’autentica holding), evitando così lo scomodo 416 bis che avrebbe procurato tempi più lunghi e con ogni probabilità condanne per i politici-predoni e per gli imprenditori-paravento (oltre ai tanti di marca Dc, in prima fila anche il cavalier Eugenio Buontempo, suocero di Bocchino).

Stesso copione per le inchieste sulla terza corsia Napoli-Roma, per il business da quasi mille miliardi dei Regi Lagni (scempio ambientale compreso, con le conseguenze che ancora oggi paghiamo a carissimo prezzo) e per un’altra super inchiesta avviata, stavolta, dalla procura di Roma e che partendo dai lavori per la Tav arrivava ad una sfilza di opere pubbliche stramiliardarie. Circa dieci anni fa – fine 1999 – una ventina di ordini di arresto che coinvolgono il gotha dei palazzi romani e napoletani: nel mirino degli inquirenti capitolini (pm Pietro Saviotti, gip Otello Lupacchini) i vertici di Alleanza Nazionale della Campania (il presidente della giunta regionale Antonio Rastrelli per motivi di età va ai domiciliari), alcuni mattonari eccellenti (gli amministratori della pomiciniana Icla, acchiappatutto del dopo sisma, e della parmense Pizzarotti), pezzi grossi di banche e ministeri. Tra gli omissis fa capolino anche un «parlamentare eletto nel collegio di Casal di Principe, editore di un quotidiano napoletano»: è lui – Bocchino – a tessere i rapporti d’affari con i timonieri dell’Icla (Massimo Buonanno e Agostino Di Falco, la cui consorte acquista 100 milioni in azioni del quotidiano Roma di casa Bocchino), a seguire alcuni iter parlamentari che interessano ai due, a dar corpo e sostanza, fin da allora, al rapporto trasversale – e tutto d’affari – tra la potente e superdanarosa corrente pomiciniana regnante a Napoli e un pezzo importante di An. Conseguenze penali per qualcuno dalla mega inchiesta romana? Neanche per sogno. Condannucole per mezze tacche in primo grado, il resto nel dimenticatoio. E solito cin cin per i predoni.

L’amicizia Bocchino-Greco-Pomicino dura negli anni e si consolida. Vediamola attraverso alcune sigle e corposi affari. Partiamo da Retail Group, che gestisce alcuni grossi marchi (ad esempio Vyta) nel settore commerciale, soprattutto in strategici snodi ferroviari. Fondatore e azionista di riferimento è Giancarlo Buontempo, architetto, figlio di Eugenio (che venne arrestato dopo una latitanza di quasi un anno a Praga, metà anni ‘90). Attraverso un complesso reticolo di altre sigle (Gestioni Retail, Gestioni Immobiliari), si arriva ad ulteriori partner. Due in particolare, Ludovico e Maria Grazia Greco, figli di Vincenzo Maria, l’uomo ombra di Pomicino in tutte le “imprese”, dal dopo terremoto al variegato fronte degli appalti pubblici. Ludovico, dal canto suo, ha fatto capolino in un’altra società, Piaggio Aero Industries, in compagnia di Filippo Capece Minutolo, braccio destro di Vincenzo Scotti (pluriministro della prima repubblica, oggi viceministro agli Esteri) nel ricco dopo terremoto. Giornalista, Maria Grazia ha lavorato all’Indipendente edito da Bocchino e diretto da Antonio Galdo (negli anni ‘80 al vertice del mensile pomiciniano Itinerario); quindi al quotidiano free press E Polis, ma solo dopo il passaggio della testata dall’imprenditore sardo Nichi Grauso a Marcello Dell’Utri e infine alle accoglienti braccia di Bocchino.

Ma torniamo per un momento a Retail Group. Nel cui azionariato spunta una piccola sigla pescarese, Olli. E sempre a Pescara è acquartierata un’impresa di più spaziosi orizzonti, Proger. Sul ponte di comando ritroviamo Ludovico Greco, stavolta in compagnia di Massimo Caputi (prima di lui nella società era presente il padre, Onofrio Caputi). Sono non pochi a domandarsi: «Come mai si trovano gemellati nella stessa società il giovane figlio dell’eterno uomo-ombra di Pomicino e un brasseur d’affari del calibro di Massimo Caputi?». Odore di grossi business, secondo i più. I quali non dimenticano gli intensi rapporti tra ‘O ministro e lo stesso Caputi quando quest’ultimo era al vertice di Sviluppo Italia, la mega finanziaria pubblica in grado di elargire miliardi prima e milioni poi alle imprese, soprattutto al Sud. Potentissimo manager del parastato (una dozzina di poltrone nei cda che contano, nel 2007 settimo nella hit dei superpagati), Caputi ha avuto la magica capacità di tuffarsi nel “privato” con eguale abilità, in barba al più palese dei conflitti d’interesse. E così, a bordo della corazzata Fimit – specializzata in fondi immobiliari – ha macinato affari su affari in mezza Italia, epicentro Roma; tra i suoi amici più fidati, l’ex re di Federcalcio e Mediocredito (nonché ex sindaco di Roma e craxiano di ferro) Franco Carraro.

Un fondo tira l’altro ed eccoci al fondo Delta che investe in modo massiccio nell’operazione Forte Village (ricordate?, ilverdini mega complesso in Sardegna dove si tenne il convegno della Cricca P3 con la presenza di ben 400 magistrati). Un’operazione da raccontare, perché è la traccia dei rapporti (ben corposi) d’affari tra Caputi e il gruppo di Emma Marcegaglia. L’amicizia (ennesima nella story) sboccia cinque anni fa quando Caputi, ancora al vertice di Sviluppo Italia, vende ai Marcegaglia il 49 per cento di Italia Turismo, scrigno nel quale sono contenute non poche perle turistiche di livello nazionale. Colpo d’acceleratore nel 2007, quando una sigla della famiglia Marcegaglia, Mita Resorts, prende in gestione il Forte Village che fa già capo alla Fimit di Caputi. Scambio di cortesie e dopo qualche mese è lo stesso Caputi a far il suo ingresso, fifty fifty, in Mita Resorts. Gli affari? Una meraviglia. Progetti in cantiere in Toscana, un occhio attento a Roma (alcune palazzine liberty nel centro) e sempre la Sardegna nel cuore: a Stintino col resort Le Tonnare, e poi… nientemeno che La Maddalena e il suo G8 nel mirino!

Insomma, col vento in poppa. E un Pomicino ottimo skipper. Peccato, solo, qualche nuvola di passaggio. Come l’inchiesta della procura di Milano sul fondo Delta e l’eccesso di liquidità immesso nell’operazione Forte Village. Ma sapete come sono scattate le indagini? La polizia ha trovato in un albergo di Milano un valigetta con 45 mila euro in contanti. Ohibò. A chi apparteneva? Caputi. Quindi indagato: ipotesi, riciclaggio. Quando i soldi escono anche dalle orecchie..


Tratto da La Voce delle Voci 

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