RATZINGER/ Le dimissioni? “Colpa” dello Ior: e nei giochi di potere spunta l’ombra della Trilaterale

Paradisi fiscali, grandi colossi bancari (da Barclays a Jp Morgan, da San Paolo alla Deutsche Bank, fino al Santander), legami con la Commissione Trilaterale, conti e intestatari assolutamente segreti, affari milionari, associazioni paramassoniche, giochi di potere. Questi, nel profondo buio che lo avvolge, i tratti peculiari del braccio economico del Vaticano, lo Ior. Mentre infatti i fedeli sono in subbuglio dopo le rinuncia di Benedetto XVI, la vera prima partita si giocherà sulle nomine del nuovo presidente e della nuova commissione cardinalizia a capo della banca pontificia. La guerra – politica ed economica – è appena cominciata: sarà giocata su interessi economici e sugli appoggi dei grossi poteri finanziari che sono alle spalle dello Ior. A contendersi il primato Tarcisio Bertone e i rivali di sempre come Attilio Nicora, da sempre vicino a Ratzinger.

 

di Carmine Gazzanni

LO IOR, LA VERA CROCE DI BENEDETTO. TUTTI GLI SCANDALI DEGLI ULTIMI ANNI – Che sia stata la vera croce che è pesata (troppo, visto com’è andata a finita) sulla schiena di Benedetto XVI non v’è dubbio. Troppi gli scandali che hanno segnato lo Ior negli ultimi anni, la banca vaticana nota, se così vogliamo dire, per non essere nota: documenti segreti, bilanci segreti, conti segreti. Zero trasparenza, dunque. Tanto che l’ultimo documento sui suoi conti risale addirittura al 2002.

Il silenzio delle stanze vaticane, però, non ha tenuto ai contraccolpi dei tanti scandali degli ultimi anni. Basti pensare ai forti interessi dello Ior nella vicenda Monte dei Paschi di Siena. Lo stesso arresto di Giuseppe Orsi, presidente di Finmeccanica, non può non far tornare alla mente lo scorso 23 maggio, quando il numero uno dell’azienda aerospaziale finisce intercettato in un ristorante con l’ex numero uno della banca vaticana, Ettore Gotti Tedeschi: “il sistema è a tuo favore e ti difenderà”, dice quest’ultimo. Parole inequivocabili: l’appoggio è incondizionato e trasversale (come d’altronde Infiltrato.it ha accertato). E non finisce nemmeno qui. Secondo gli inquirenti, infatti, quello tra Orsi e Gotti Tedeschi non sarebbe stato nemmeno un pranzo di piacere, visti gli affari che ci sarebbero i due: per la magistratura Orsi avrebbe consegnato all’ex numero dello Ior documenti segreti su accordi con Panama e India. Ancora: il banchiere è sott’inchiesta anche a Roma col dg Paolo Cipriani per 23 milioni di euro dello Ior movimentati verso il Credito Artigiano e destinati a JpMorgan Frankfurt e a Banca del Fucino, segno dei forti legami (su cui torneremo più avanti) con i grossi istituti mondiali. E poi le rogatorie che dimostrerebbero gli affari dello Ior nello scandalo del G8-Grandi eventi (nella vicenda, secondo alcune indiscrezioni, emergerebbe l’interessamento del cardinale Leonardo Sandri, uno dei papabili per il dopo Benedetto).


LO STRAPOTERE DI TARCISIO BERTONE – Insomma, anni bui per lo Ior. Troppo pericolosi soprattutto per chi, negli ultimi anni, era riuscito ad accrescere e concentrare il potere politico ed economico nelle sue mani. Stiamo parlando del plenipotenziario segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone. Tanto che, di lì a poco, sarebbe arrivata la rottura definitiva con Gotti Tedeschi. Secondo le versioni ufficiali, il motivo della rottura sarebbe da ritrovare nell’opposizione del banchiere al desiderio di Bertone di creare una spa che inglobasse la gestione non solo del Gemelli ma anche del San Raffaele che, dunque, sarebbe stato prelevato e ricapitalizzato per salvarlo dalla sua condizione pesantemente debitoria. Gotti Tedeschi si oppose. Non sapeva, forse, che non accontentare i desiderata di Bertone avrebbe significato il suo siluramento. Cosa che, appunto, avvenne. Ma ecco il tratto inquietante della vicenda. Ancora oggi sono fortemente insistenti le voci secondo cui il vero motivo della rottura tra i due (oltre al disegno quasi imprenditoriale di Bertone appena ricordato) andrebbe ritrovato nella scelta di Gotti Tedeschi di farsi volontariamente interrogare (poteva decidere di non andare, la legge glielo consentiva) dai magistrati di Roma, in seguito a un’inchiesta su presunte violazioni delle norme anti-riciclaggio che ha coinvolto lui e il direttore generale dello IOR Paolo Cipriani. La Santa Sede non avrebbe apprezzato le chiacchierate con i pm, né le allusioni ad alcuni conti cifrati segreti. Quello che accade in Vaticano, deve restare in Vaticano. Questa la politica di Bertone.


QUEI CONTI “NON INTESTATI AI PRELATI” E LA NECESSITÀ DI TENERLI OCCULTATI – I particolari inquietanti nella vicenda Bertone-Gotti Tedeschi, però, non finiscono qui. A giugno 2012, nelle indagini su Finmeccanica, gli inquirenti decidono di far perquisire casa e uffici del banchiere: tra le carte sequestrate spunta un memoriale sullo Ior preparato, addirittura, nel timore “di essere ammazzato” per quanto scoperto durante il suo mandato. “Tutto è cominciato quando ho chiesto di avere notizie sui conti che non erano intestati ai prelati”, si legge nel report. Pochi giorni dopo e, come detto, Gotti Tedeschi viene silurato definitivamente da Bertone il quale non aveva digerito l’intenzione del banchiere di promulgare la legge 127 che avrebbe fissato norme antiriclaggio. Il segretario di Stato non era d’accordo. Tanto che, motu proprio, aveva depotenziato i poteri ispettivi previsti dalla legge 127, nonostante pochi giorni prima il Vaticano fosse per la prima volta finito nella black list dei Paesi a rischio riciclaggio. Il dubbio che ci fosse (e ci sia) qualcosa da nascondere è più che legittimo.


LO IOR, LA PIÙ POTENTE BANCA DEL MONDO – Ma perché si vuole tenere tutto segreto? Difficile dirlo. Fatto sta che i documenti contabili dello Ior, soprattutto dopo lo scandalo del Banco Ambrosiano e le pesanti ombre sulla morte di Roberto Calvi, sono assolutamente occultati. Nulla riesce a superare le mura vaticane e a diventare pubblico. L’ultima volta che è accaduto risale addirittura al 2002. Ma è da qui che si può partire per comprendere il giro di affari che ruota attorno allo Ior, anche perché i nomi di allora sono gli stessi nomi di oggi. Iniziamo però col dire che è praticamente impossibile comprendere la consistenza patrimoniale della banca e, dunque, della stessa Santa Sede. La matassa è inestricabile. Fonti attendibili parlano di 5,7 miliardi di euro tra contanti, oro, valute, azioni e titoli (escludendo quindi gli immobili e gli inestimabili tesori d’arte), ma potrebbero essere il doppio o dieci volte tanto, perché nessuno può dirlo con certezza visto il riserbo che copre le finanze della Santa Sede.

Ma, anche prescindendo dall’ammontare del capitale, è indubbio che il giro di affari sia praticamente immenso per uno Stato che si estende per soli 44 ettari di superficie, che conta meno di mille residenti e che non ha sportelli se non uno in territorio vaticano (peraltro non funzionante per il blocco imposto da Bankitalia proprio per le norme antiriciclaggio). Nonostante questo, infatti, lo Ior si ritrova ad essere una vera e propria multinazionale dato che, formalmente, finanzia tutte le diocesi (oltre 5 mila) e, di contro,  apre conti a tutti i porporati (quasi cinque milioni tra vescovi, sacerdoti, diaconi e professi). Non produce beni e i suoi servizi sono gratuiti, o quasi. A ben diritto, dunque, lo Ior è tra le banche più potenti del mondo, visto il giro d’affari che regola. Per analizzarne i ricavi, come detto, non è possibile fare riferimento all’incalcolabile patrimonio. Possiamo, però, fare riferimento ai suoi investimenti, mobili e immobili, e ai versamenti delle diocesi per il sostentamento dell’organizzazione centrale della Chiesa: secondo una passata inchiesta di Panorama, parliamo di qualcosa come 216 milioni di euro all’anno. Ma sono solo i dati ufficiali, quelli conosciuti, iscritti ufficialmente nel bilancio dell’Amministrazione patrimonio Sede Apostolica (Apsa). Dietro, come vedremo, pare proprio si nasconda dell’altro.


IL DOCUMENTO DEL 2002: GLI AFFARI IN USA E I PARADISI FISCALI “MISSO SUI IURIS”- Accanto al quadro ufficiale, però, spuntano importanti legami con altre banche, europee e americane. Gli affari, infatti, sono garantiti: ai suoi clienti lo Ior garantisce interessi medi annui superiori al 12%. Un esempio? Scriveva Marina Marinetti nell’inchiesta citata di Panorama: “la Jcma, un’associazione di medici cattolici giapponesi, nel 1998 ha depositato 35 mila dollari presso la banca vaticana. A quattro anni di distanza si è ritrovata sul conto quasi 55 mila dollari: il 56% in più. E se i clienti guadagnano il 12% medio annuo, vuol dire che i fondi dell’Istituto rendono ancora di più. Quanto, però, non è dato saperlo”.

Lo Ior, dunque, investe (e fa investire) più che bene. Secondo un altro rapporto del giugno 2002 del Dipartimento del Tesoro americano, basato su stime della Fed, solo in titoli Usa il Vaticano ha ben 298 milioni di dollari: 195 in azioni, 102 in obbligazioni a lungo termine (49 milioni in bond societari, 36 milioni in emissioni delle agenzie governative e 17 milioni in titoli governativi) più un milione di euro in obbligazioni a breve del Tesoro. Senza dimenticare la joint venture da 273,6 milioni di euro tra Ior e partner Usa. Quali siano tali partner, ovviamente, non è dato sapere. È molto probabile, però, che stiamo parlando dei grandi colossi bancari. Basti pensare alla JpMorgan e ai 23 milioni di euro che sarebbero stati destinati dallo Ior se tutto non fosse stato frenato da Bankitalia.

Tali affari, dunque, spiegherebbero la politica di Tarcisio Bertone che vuole mantenere a tutti i costi altissimo il segreto sugli interessi dello Ior. Ergo: si addensano le ombre sul memorandum dello stesso ex numero uno della banca vaticana in cui scrive di aver paura di essere ucciso dopo aver visto di chi erano i “conti non intestati a prelati”. Senza dimenticare un altro particolare. Anni fa il Vaticano decise di sottrarre le Cayman al controllo della diocesi giamaicana di Kingston per essere proclamate Missio sui iuris, ovvero alle dipendenze dirette del Vaticano. Sarà una coincidenza ma stiamo parlando di uno dei più ambiti paradisi fiscali.


ratzinger_ior_trilateralTUTTI LEGATI ALLO IOR: SAN PAOLO, JP MORGAN, SANTANDER, BRACLAYS, DEUTSCHE. E LA COMMISSIONE TRILATERALE – L’abbiamo detto: lo Ior non ha accesso diretto ai circuiti finanziari internazionali. Indirettamente, però, opera eccome. Per muoversi in Europa si avvale di due grandi banche, una tedesca e una italiana. Non è dato ufficialmente sapere quali siano, ma pare certo stiamo parlando di Banca Intesa, della quale lo Ior possedeva il 3,37%, e di Deutsche Bank (presso cui lo Ior ha un conto intestato). Nessuno, ovviamente, conferma con certezza. È indubbio, però, che dal canto loro le banche hanno tutto l’interesse di commerciare con il Vaticano.

Non solo. Il mese scorso il quotidiano britannico Guardian si è messo sulle tracce del tesoretto vaticano inglese. Quanto scoperto è inquietante. I tanti immobili londinesi del Vaticano sono intestati alla società British Grolux Ltd, che il Vaticano fondò prima della seconda guerra mondiale. Nel tempo però il legame è divenuto opaco e mantenuto nell’ombra. E nemmeno il registro ufficiale del catasto di Londra chiarisce il nome del proprietario. Secondo il giornale britannico, però, oggi le azioni della British Grolux ricondurrebbero a due banchieri cattolici: John Varley, chief executive di Barclays, e Robin Herbert, della Butterfield Bank. Piccolo particolare: quest’ultima banca è quotata alla Borsa delle Isole Cayman e alle Bermuda. Ancora una volta, insomma, spunta il paradiso fiscale sotto diretto controllo del Vaticano. Ma non è finita qui: quote della Grolux, infatti, portano dritte dritte oltre oceano, in America. E dove precisamente? Alla Jp Morgan. Ancora.

Tra le banche legate a doppio filo allo Ior, però, spuntano anche altri due colossi, la già ricordata Deutsche Bank e il Banco Santander di Emilio Botin (molto vicino all’Opus Dei). Basti pensare che nel consiglio di sovrintendenza della banca vaticana spiccano i nomi di Ronaldo Hermann Shmitz (attuale presidente, in sostituzione di Gotti Tedeschi) e di Manuel Soto Serrano. Il primo ex amministratore delegato della banca tedesca e, peraltro, attuale esponente di spicco della Commissione Trilaterale; il secondo vicepresidente della banca spagnola.


IL POTERE (E I SOLDI) DEI CAVALIERI DI COLOMBO. I 4 MILIARDI DI DOLLARI “SPARITI” – Accanto al potere del segretario di Stato Tarcisio Bertone (che peraltro è anche a capo della commissione cardinalizia che presiede la banca), determinante è anche quello in mano a importanti esponenti dell’associazione dei Cavalieri di Colombo. Basti pensare che il cavaliere supremo (questa la carica più alta) è il laico Carl Anderson, membro del consiglio di sovrintendenza. Non solo. Anche il cardinale Juan Sandoval Íñiguez, ex membro della commissione cardinalizia, è uno dei più autorevoli “cavalieri”. Il motivo per cui si tenga così in considerazione l’organizzazione dai tratti paramassonici è più che ovvia. Direttamente dal sito si legge che i “quasi 1.700.000 Cavalieri” (tra Stati Uniti, Canada, Messico, Porto Rico, Repubblica Dominicana, Filippine, Bahamas, Guatemala, Guam, Saipan e Isole Vergini) contribuiscono con “130 milioni di dollari” al suo sostentamento. E come viene impiegato questo capitale? Formalmente in “opere di carità”.

Viene da chiedersi, però, se il versamento da 2,5 milioni di dollari versato lo scorso 2003 a Giovanni Paolo II per il suo 25esimo anniversario di pontificato sia “un’opera di carità. Senza dimenticare, peraltro, che quell’assegno è nient’altro che la rendita di un fondo d’investimento americano da 20 milioni di dollari, il Vicarius Christi Fund, gestito direttamente dai Cavalieri di Colombo. Ma non è tutto. Gli affari dei Cavalieri sono ben altri. L’ordine, infatti, investe (almeno fino al 2002) nei corporate bond emessi da più di 740 società statunitensi e canadesi: solo nel 2002, piazzando polizze sulla vita e servizi di assistenza domiciliare ai suoi iscritti attraverso 1.400 agenti, ha incassato 4,5 miliardi di dollari (il 3,4% in più rispetto al 2001). Peccato, però, che di questo ingente capitale solo una parte – 128,5 milioni di dollari – sia stata girata a diocesi, ordini religiosi, seminari, scuole cattoliche e, ovviamente, al Vaticano. Viene allora da chiedersi che fine abbiano fatto (in cosa siano stati investiti) gli altri 4,3 miliardi di dollari…


CHI PREVARRÀ? – In questo clima il pensiero dei tanti porporati (e non) chiamati in causa non è (solo) l’elezione del nuovo pontefice, quanto quello della nomina del nuovo presidente dello Ior e del nuovo consiglio di sovrintendenza. Cerchiamo, a questo punto, di offrire un quadro ancora più chiaro. Lo Ior è composto da una commissione cardinalizia di sorveglianza al cui capo siede proprio Tarcisio Bertone. Ma tra i membri spicca anche il suo acerrimo rivale, il cardinale Attilio Nicora (uno di quelli che si oppose al licenziamento di Ettore Gotti Tedeschi, voluto e deciso proprio dal segretario di Stato Vaticano). Il consiglio di sovrintendenza è formato dai già ricordati Carl Anderson, Ronaldo Hermann Shmitz e Manuel Soto Serrano, oltrechè dal direttore (e bertoniano) Paolo Cipriani e dall’avvocato Antonio Maria Marocco. La guerra è aperta. Certamente, per quanto detto, è difficile pensare che i Cavalieri di Colombo, nella persona di Ronaldo Hermann Shmitz, rinuncino alla propria ingerenza, potendo contare soprattutto sull’appoggio delle grandi banche americane con cui, come abbiamo visto, lo Ior è pesantemente in affari. Stesso discorso anche per il rappresentante del Banco Santander (soprattutto per la vicinanza di Botin all’Opus Dei) e per la Deutsche Bank (nella quale, come già detto, è aperto il conto tramite cui il Vaticano fa affari in Europa). La guerra, allora, si giocherà soprattutto tra Bertone e Nicora il quale, peraltro, presiede anche l’AIF, l’Autorità di Informazione Finanziaria, organo che si occupa, da statuto, “di prevenire e contrastare il riciclaggio dei proventi di attività criminose e del finanziamento del terrorismo”.

Questo particolare non è affatto casuale: come già detto, il siluramento di Gotti Tedeschi è stato determinato proprio dalla diatriba nata tra i due riguardo l’accettazione (o meno) delle norme antiriclaggio. La posizione di Bertone è chiara: nessuno deve vigilare sui conti Ior. Nessuno deve conoscerli. Il che lascia, ovviamente, più di un dubbio sulla bontà della posizione del porporato. Diametralmente opposta la posizione di Nicora il quale, invece, vorrebbe che gli enti di controllo, a cominciare da Bankitalia, inserissero lo Ior nella white list delle banche. Ma, affinchè questo accada, è necessario obbedire alle leggi antiriclaggio e, dunque, piegarsi ai controlli. In altre parole, eliminare il segreto che copre praticamente qualsiasi operazione che riguardi la finanza vaticana.

A questo punto il quadro è più che chiaro: il subbuglio che si vive in questo periodo in Vaticano potrebbe portare a profondi cambiamenti nella gestione politica ed economica degli affari d’Oltretevere. Probabilmente anche la decisione presa da Benedetto XVI, da sempre ostile alla linea impiantata da Bertone, di lasciare il soglio pontificio, potrebbe essere letta in questo senso.

Se così fosse, capiremmo anche perché il segretario di Stato Vaticano abbia accelerato sulla nomina del nuovo presidente e del nuovo consiglio cardinalizio, appena dopo le dimissioni di Ratzinger.

La guerra tra i porporati è appena cominciata. Sarà una guerra giocata su interessi economici e, per quanto abbiamo visto, sugli appoggi dei grossi poteri finanziari che sono alle spalle dello Ior e che, negli anni, hanno permesso alla stessa economia pontificia di prosperare.

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