PROTEZIONE CIVILE/ 900 mila euro da anni destinati a L’Aquila e mai arrivati. I sonni della Protezione anche dopo Bertolaso

L’Aquila è ancora sommersa dalle macerie. Gli ultimi censimenti parlano di circa 33 mila persone ancora fuori dalle loro case. Ma, nonostante questo, la Protezione Civile continua a dormire sonni tranquilli: sarebbero anni che la Protezione Civile tiene ferme sei macchine per il movimento terra (dal valore di 900 mila euro) destinate a L’Aquila per le operazioni di ricostruzione.

di Carmine Gazzanni

ricostruzione_laquila_lentaNovecentomila mila euro parcheggiati. Sarebbe proprio il caso di dirlo, dato che stiamo parlando di sei mezzi – macchine per il movimento terra – che sarebbero serviti per le operazioni di ricostruzione post sisma. E il condizionale è d’obbligo, dato che non sono mai arrivati a destinazione.

La faccenda ha dell’incredibile. Ma andiamo con ordine. Ad oggi sono stati già spesi circa 250 milioni di euro di puntellamenti. Nonostante questo, ancora 33 mila persone, secondo gli ultimi dati, non fanno rientro nelle loro case. Sia chiaro: nessuno qui sta dicendo che le operazioni di ricostruzione possano avvenire dall’oggi al domani. Richiedono tempo, interventi mirati.

Ma richiederebbero anche e soprattutto impegno e puntualità. Cosa che, a quanto pare, manca. In un comunicato del 30 aprile scorso il CoNaPo (sindacato autonomo dei Vigili del Fuoco) ha denunciato una situazione a dir poco incredibile, che si stenta a credere. Nel maggio 2009 (ad un solo mese dal terremoto, dunque) la Case Construction Equipment, società del gruppo Fiat, dona sei macchine movimento terraper supportare – come si legge nel comunicato – le operazioni di sgombero delle macerie e di ricostruzione”. In pratica un aiuto per sveltire le operazioni post-terremoto.

Novecentomila euro il valore delle sei macchine: un escavatore cingolato, un escavatore gommato, un miniescavatore, una ala gommata, una minipala compatta e un sollevatore telescopico. Eppure questi mezzi non sono mai arrivati a L’Aquila. Sono passati ben quattro anni, ma niente. Nonostante il capoluogo abruzzese ne avesse più che bisogno.

L’Assessore all’Ambiente aquilano Alfredo Moroni è intervenuto sulla questione: “Della questione se n’è occupato non solo il Conapo, sindacato autonomo dei Vigili del Fuoco, ma anche il Direttore Centrale per l’emergenza del dipartimento dei vigili del Fuoco, dott. Mistretta, nonché il sottosegretario al Ministero dell’interno dottor Ferrara”. E cosa hanno risposto dal Viminale? Si rasenta l’incredibile: “La donazione non aveva vincolo di destinazione”. In pratica, cioè, nonostante i mezzi siano stati destinati a L’Aquila, alla fine non sono arrivati perché non c’è alcun “vincolo”. E, in effetti, di questi sei mezzi tre sono in funzione, ma in altre zone: nei comandi provinciali di Roma, Piacenza e Genova. Come se si facesse un dono a Tizio, ma poi si desse a Caio.

Non solo. Se tre mezzi hanno comunque trovato una loro destinazione (per quanto anomala), per gli altri tre nemmeno quella. Sono parcheggiati. Fermi al Dipartimento della Protezione Civile. Un’assurdità. Soprattutto se si considera che comunque i Vigili del Fuoco impegnati nella ricostruzione hanno dovuto provvedere in altro modo, acquistando mezzi per rimuovere le macerie. Insomma, sei mezzi donati per la ricostruzione, nessuno arrivato a destinazione. Sebbene ce ne fosse bisogno. Sebbene ce ne sia bisogno. Tre impiegati impropriamente altrove. Tre, addirittura, fermi. Parcheggiati. Inutilizzati.

La questione, ora, è arrivata anche in Parlamento grazie ad un’interrogazione (di ieri) del deputato Idv Augusto Di Stanislao, il quale sottolinea che “il dipartimento dei vigili del fuoco, il quale continua a spendere risorse per le macchine, quando ci sono 900 mila euro di mezzi fermi, debba fare chiarezza e dare spiegazioni tanto quanto il Dipartimento della protezione Civile”. E chiede, infine, se il Governo “non ritenga di dover intervenire affinché la donazione della società del gruppo Fiat giunga finalmente a destinazione, a sostegno di un territorio ancora fortemente in difficoltà e che necessita di questi mezzi”.

Speriamo che dal dipartimento della Protezione si diano risposte concrete. E nessuno dica che non ne sapeva niente. Che le macchine erano inutilizzate “a loro insaputa”. È una scusa, oramai, inflazionata. Non regge più.

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