PROCESSO MILLS/ Intimidazioni, spionaggio, servizi segreti e leggi ad personam. Così il Berlusconi premier ha salvato il Berlusconi imputato

di Carmine Gazzanni

La sentenza parla chiaro: Berlusconi non è stato assolto. Il reato è caduto in prescrizione. Grazie alla Cirielli, una delle tante leggi ad personam concepite dal Cavaliere e dai suoi sodali. Ma la vicenda Mills si tinge di colori anche più inquietanti: accanto alla via istituzionale, infatti, per bloccare il processo si è ricorsi a intimidazioni, minacce, spionaggio. Una sottotraccia, questa, più taciuta, meno conosciuta (e certamente più sconcertante) che rivela come il Berlusconi politico sia ricorso a tutti i mezzi possibili, leciti e soprattutto illeciti, per salvare il Berlusconi imputato.

berlusconi_silvio_processo_millsGRAZIE CIRIELLI. Questo avrà pensato Silvio Berlusconi appena ascoltata la sentenza. In effetti quasi certamente il Cavaliere sarebbe stato condannato sabato, se non fosse scattata la prescrizione. Con la Cirielli, infatti, i termini di prescrizione sono scesi da quindici anni a poco più di sette. Il calcolo comincia dal febbraio 2000, mese nel quale il pm De Pasquale mette in piedi il capo d’imputazione per Silvio Berlusconi. Ben presto, però, il conteggio diventa fumoso: prima il Lodo Alfano, poi il legittimo impedimento, infatti, interrompono il processo per il Cavaliere, che riprende, in entrambi i casi, appena la Corte boccia i due provvedimenti in quanto incostituzionali. Secondo l’accusa la prescrizione scatterebbe tra maggio e luglio di quest’anno; secondo la difesa, invece, sarebbe già scattata a gennaio. Nella sentenza i giudici hanno dichiarato che “il non luogo a procedere” è derivante dalla scadenza dei termini avvenuta tra il 15 e il 18 febbraio. Una settimana prima della sentenza. Se oggi, dunque, Berlusconi può festeggiare lo deve a quella legge. Una delle tante partorite dal Cavaliere.

BERLUSCONI AL POTERE: “QUESTO PROCESSO NON S’HA DA FARE” – Dal 2001 è impressionante la mole di leggi concepite dal Governo Berlusconi (prima con Castelli e poi con Alfano) per ritardare, congelare o cancellare in toto i processi che pendono sulla testa di B. Si comincia con l’emergenza rogatorie (determinanti nel processo Mills): tutti gli atti trasmessi dalle autorità giudiziarie straniere che non siano “in originale” sono inutilizzabili. Peccato che, come affermò Bernard Bertossa , procuratore generale di Ginevra, “è impossibile trasmettere l’originale […] ciò di cui disponiamo è sempre un tabulato stampato, cioè una copia”. Chiaramente la legge è retroattiva, ovvero valida da subito anche per i processi già in corso. Per la prima volta, dunque, in decenni di storia del diritto viene violato il principio del “tempus regit actum”: non si possono cambiare le regole a partita iniziata. Centinaia di processi basati sulle rogatorie saltarono e tra questi, chiaramente, anche quelli sui fondi neri Fininvest.

Sempre nel 2001 si dice addio anche al falso in bilancio: depenalizzato. Da reato “di pericolo” (per i soci, ma anche per il mercato in genere) divenne reato “di danno”: se non danneggia i soci, non è reato. Peccato che il falso in bilancio di un’azienda non può mai danneggiare i soci (semmai può avvantaggiarli) come sottolineò giustamente Piercamillo Davigo: “non esistono processi per falso in bilancio scaturiti dalla denuncia del socio di maggioranza, che di solito è il mandante e il beneficiario del reato”. Risultato: ipso facto molti processi a carico dello stesso autore di questa legge andarono in fumo. Tra questi proprio quelli sulle decine di miliardi mossi da All Iberian (tra cui i 23 girati ad Hammamet all’amico Craxi) e sui 1500 miliardi di lire di fondi neri accantonati all’estero sconosciuti ai bilanci del gruppo (All Iberian 2).

E poi, ancora, la Legge Cirami che introduce il “legittimo sospetto” sull’imparzialità del giudice, quale causa di ricusazione e trasferimento del processo. Un modo per prendere tempo, insomma. E infatti la Cirami non basta. Lodo Schifani: divieto di sottomissione a processi delle cinque più altre cariche dello Stato. Per fortuna la legge viene dichiarata incostituzionale dalla Corte l’anno dopo (2004). Passa un solo anno ed ecco un altro intervento a gambe unite sui processi.  La già citata “Ex-Cirielli” (“ex” perchè lo stesso Edmondo Cirielli ritirò la sua firma dal ddl appena si accorse dell’intento “ad personam”), che dimezza, come abbiamo detto, i termini di prescrizione per gli incensurati.

Nel 2006, dopo la parentesi Prodi, l’esecutivo targato Berlusconi riparte da lì dove si era fermato. Dopo due mesi di governo, nel decreto sulla sicurezza viene inserita la norma blocca-processi, la quale stabilisce che siano “immediatamente sospesi per un anno i processi relativi a fatti commessi fino al 30 giugno 2002 e che si trovino in uno stato compreso tra la fissazione dell’udienza preliminare e la chiusura del dibattimento di primo grado”. Alla fine la norma non passa per l’opposizione dell’Anm e, soprattutto, di Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia. E allora ecco una nuova legge, il lodo Alfano, un remake del precedente lodo del 2003. Napolitano firma il 23 luglio 2008, ma, anche grazie ad un appello di cento costituzionalisti e al milione di firme per il referendum raccolte da Di Pietro, la Consulta boccia il lodo il 7 ottobre 2009. Neanche un anno e viene presentato un nuovo testo. Il cosiddetto processo breve: tutti i  processi, anche quelli già in corso, non possono durare più di sei anni e mezzo. In questo modo il processo Mills sarebbe stato falcidiato di netto. Tuttavia, il Colle, anche per il coro di proteste che si alza, fa sapere che il testo così concepito non sarà firmato. E allora ecco il legittimo impedimento: la norma, presentata dall’Udc, prevede che i processi del premier (e dei ministri) siano congelati per 18 mesi. Neanche un anno e interviene nuovamente la Consulta: la legge è incostituzionale. Serve necessariamente, allora, un nuovo scudo per il premier. Lo confezionano ad hoc il 17 marzo Maurizio Paniz ed Enrico Costa: la prescrizione breve. In pratica, la norma prevede un ulteriore taglio per gli incensurati, ancora più generoso della Cirielli (prescrizione pari a un sesto della pena). Ma siamo nel pieno della crisi politica dell’esecutivo: di lì a poco il governo comincia a perdere pezzi anche a causa di una crisi economica che ne mostra le crepe. Arriva novembre: il governo cade. Ma Berlusconi ha raggiunto i suoi obiettivi: tra congelamenti, ritardi e leggi ad personam è salvo. Sebbene non sia stato assolto.

A GAMBE UNITE SUL PROCESSO: SERVIZI SEGRETI E SPIONAGGIO – Accanto alla linea “istituzionale”, però, nel processo Mills ritroviamo anche un’altra strada ancora più inquietante. Siamo nel 2001, quello che emerge lascia sgomenti: Berlusconi incarica i servizi segreti di tenere d’occhio persone a lui scomode. Comincia, in pratica, a servirsi del Sismi a proprio vantaggio, affiancando al nuovo direttore Niccolò Pollari, un funzionario che veniva direttamente dall’intelligence militare. Stiamo parlando di Pio Pompa, che, come molti sapranno, aveva lavorato anche per l’amico del premier, don Verzè. Durante un sequestro negli uffici dove Pompa lavorava, vennero ritrovati dossier sui presunti “nemici” del premier: giornalisti, politici, intellettuali, tutti schedati con l’1, il 2 e il 3, tutti sotto il titolo “Aree di sensibilità”. Tra costoro compare anche il nome del pm Fabio de Pasquale e, poco più avanti, una nota sugli obiettivi da raggiungere: “neutralizzazione di iniziative politico-giudiziarie, riferite direttamente agli esponenti dell’attuale maggioranza (legislatura 2001-2006, ndr) e/o di loro familiari, anche attraverso l’adozione di provvedimenti traumatici su singoli soggetti. Sedi: Milano (sede del processo Mills, ndr), Torino, Roma, Palermo”. Pompa, interrogato dal CoPaCo (Comitato Parlamentare di Controllo sui servizi segreti), dirà: “sono arrivate in busta anonima dall’Aquila. Le ho conservate solo perché mi ero dimenticato della loro esistenza”.

Ma è difficile credergli. Anche perché in quel periodo anche lo stesso Ministero di Giustizia è avvezzo a visionare documenti, che sarebbero segreti, se riguardano il Presidente del Consiglio. A deciderlo è l’allora Guardasigilli Roberto Castelli: d’ora in avanti tutta la documentazione che proverebbe la corruzione di Mills dev’essere spedita in buste non sigillate. Non solo: la magistratura inglese non deve più comunicare direttamente con quella italiana, ma sempre  con il tramite del Ministero. Il tutto in barba a importanti trattati e convenzioni europee, come l’accordo di Schengen che prevede, appunto, la trasmissione diretta di documenti tra le autorità giudiziarie. Eppure, per volere di Castelli, è proprio questo quello che accade. Arrivano, questa volta dagli Usa, in Via Arenula, sede del Ministero, le rogatorie chieste dalla Procura di Milano riguardo alcune società off shore rimandabili alla Fininvest.

A ritirarle va Franco Santoro, capo della cancelleria, ma quando arriva trova gli scatoloni contenenti le carte aperti e due funzionari intenti a rimettere tutto a posto. Nel rapporto Santoro e i due marescialli della Guardia di Finanza che lo avevano accompagnato scrivono: “Alle ore 09,40 recatisi presso l’ufficio della Dott.ssa Emma D’Ortona […] constatavano che la stessa ed un’altra persona di sesso femminile erano intente alla chiusura con scotch di alcune scatoloni aperti facenti parte della documentazione rogatoriale che dovevamo ritirare. La Dott.ssa D’Ortona invitava i rapportanti ad andare a prendere ‘un caffè’, in quanto la stessa necessitava di qualche ora di tempo per completare l’opera di chiusura delle scatole”. Alle 12, 30 – si legge ancora – Santoro e i due marescialli tornano, ma la Dottoressa D’Ortona “riferiva di necessitare di ulteriore tempo al fine di sottoporre la documentazione confezionata al suo Direttore Generale”. Ovvero, ad Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa e da sempre legata  a doppio filo a Silvio Berlusconi.

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