PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA/ Il caso Acea e le conseguenze da pagare…

Il caso giudiziario più eclatante che ha coinvolto la Spa capitolina scoppia tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, periodo in cui la Guardia di Finanza di Frosinone accerta che Acea – tramite l’Ato 5 Spa – tartassava gli utenti della provincia ciociara con bollette illegittime per milioni di euro e aumenti superiori al 20%, applicati anche retroattivamente.

di Andrea Succi

acea_calcio_culoDi contro, l’utenza riscontrava “un aumento vertiginoso delle rotture, una riduzione nella quantità d’acqua erogata e un peggioramento della qualità dell’acqua”, sottolinea Severo Lutrario, Presidente del Coordinamento Provinciale per l’Acqua Pubblica, “senza considerare che nel Comune di Ceccano si sono registrati almeno 3 superamenti della percentuale di arsenico nell’acqua, di cui il primo comunicato alla popolazione con un ritardo di venti giorni”.

Una gestione disastrosa, quella del servizio idrico nell’Ato 5 laziale, che Acea continua a curare dalla fine del 2003 nonostante la Segreteria Tecnica (dell’Ato) abbia certificato 26 macro-inadempienze. Che sono state sistematiche e continuate.

Lutrario denuncia una situazione che ha dell’incredibile: “Acea, che ha vinto la gara d’appalto, si è offerta di svolgere il servizio a un determinato prezzo stabilito anche per i successivi trenta anni, periodo in cui la cifra doveva essere rivista soltanto in base all’inflazione. Invece, dalla prima fatturazione, Acea ha preteso e ottenuto di poter applicare tariffe più alte, a Frosinone si è sfiorato il 60% in più. E questa in realtà è una turbativa di mercato.”

Ma la faccenda è ben più complessa.

Nel 2007 Acea rileva formalmente che le condizioni degli impianti di rete non sono quelle pattuite nel bando e chiede “maggiori oneri per circa 27 milioni di euro”: in parole povere altri aumenti. La popolazione protesta vibratamente, anche perché – fa notare Lutrario – “per legge e per contratto il gestore poteva rilevare le incongruenze tra le condizioni appaltate e i termini d’appalto entro il primo anno di gestione”.

E invece erano passati già più di tre anni.

Partono i primi reclami – spediti ad Acea, al Garante Regionale, alla Procura e al Co.Vi.Ri. – che con il tempo saranno sempre di più fino a raggiungere quota diecimila. Reclami.

Grazie alla forte dignità dei cittadini iniziano le indagini, condotte dalla GDF locale, che però quasi inspiegabilmente il 20 Gennaio 2009 convoca – insieme alla Procura – una conferenza stampa per comunicare che “è in corso un’inchiesta in cui sono indagati amministratori pubblici e vertici di Acea-Ato5 Spa”.

Perché avvisare stampa, cittadinanza e possibili sospetti, di un’inchiesta dalla quale stanno emergendo fatti molto gravi? A rigor di logica e di norma il rituale non dovrebbe essere questo.

Sui nomi – da allora – regna il massimo riserbo. O meglio, tutti sanno ma nessuno parla.

Il segreto di Pulcinella è che tra gli indagati figurino nomi importanti della politica locale, qualcuno molto ben informato fa il nome dell’ex Presidente della Provincia Scalia (ora assessore regionale), che in veste di Presidente dell’Ato non solo “non ha tutelato gli utenti della Provincia di Frosinone” – ricordano i suoi avversari politici – ma soprattutto ha concesso ad Acea 10 milioni e 700 mila euro come contentino dei 27 milioni illegittimamente richiesti per carenze negli impianti.

Nonostante due Advisor – nominati proprio da Scalia – avessero certificato nero su bianco che Acea in alcun modo poteva accampare pretese di denaro e in alcun modo portava documenti a sostegno della sua tesi, “il Presidente Scalia ha fatto approvare la delibera 4-2007 – senza portare la relazione degli advisor e quindi manipolando l’Assemblea dei Sindaci – in cui c’è una revisione della tariffa calcolata in maniera tale da riconoscere ad Acea questi 10 milioni e 700 mila euro della transazione”.

Questo è il nocciolo duro dell’inchiesta, e spetterà alla magistratura verificare la consistenza o meno del reato. Fatto sta che il 27 Gennaio 2009 Scalia viene sconfessato dalla Conferenza dei Sindaci, che all’unanimità decide di conformarsi alla diffida del Co.Vi.Ri. – datata dicembre 2008 – in cui si intimava all’Ato 5 (presieduto proprio da Scalia) di revocare le delibera del 2007 ritenute illegali e illegittime.

E qui, come in un film di Poirot, la faccenda si tinge di giallo.

Fino ad inizio 2009 le carte da vagliare erano in mano all’ormai ex Procuratore Capo Margherita Gerunda e al sostituto Tonino Di Bona. Il 13/05/09 accade il colpo di scena: la Dott.ssa Gerunda – che sta facendo colazione nel solito bar – ordina un bicchiere d’acqua e stramazza a terra, perché in effetti quella non era acqua ma soda caustica. Un normale incidente? Secondo Camillo Savone, da vent’anni giornalista del Tempo, uno degli ultimi a intervistare l’ex Procuratore Gerunda, “è difficile ipotizzare un avvelenamento ai suoi danni, però anche su questo strano episodio la magistratura ha aperto un’inchiesta, per lesioni colpose.”

La Gerunda riesce a salvarsi, ma non fa in tempo a tornare che si ritrova trasferita d’ufficio perché – in seguito ad una segnalazione anonima – viene accusata di aver assunto un collaboratore neolaureato, a cui avrebbe permesso l’accesso a documenti coperti da segreti istruttorio. E quando viene nominato il successore la Gerunda lascia, rassegnando le dimissioni e chiedendo la pensione anticipata. Tutto questo accade tra Maggio e Novembre 2009.

Nel frattempo le elezioni provinciali – segnate dalla sconfitta di Scalia – avevano impedito che l’Assemblea dei Sindaci si riunisse, fino al 21 Dicembre 2009 quando il nuovo Presidente Iannarilli approva una mozione con cui vengono revocate le delibere del 2007 e viene disposta la restituzione (agli utenti) dei soldi indebitamente percepiti da Acea.

L’aspetto più interessante è però un altro: “L’Assemblea dei Sindaci, che poi è l’atto di Governo del servizio idrico integrato, dichiara che le carenze nella gestione sono tali da rendere il servizio non rispondente a quanto previsto nel disciplinare tecnico allegato alla convenzione. Per contratto questa è condizione per l’applicazione della clausola di risoluzione dell’art. 1456 del Codice Civile.” Che tradotto significa: “te ne devi andare perché non hai rispettato il contratto”.

E Acea che fa? Per tutto Gennaio 2010 continua ad inviare fatture con tariffe illegali. Chiaro che se a fare reclamo – e a non pagare – sono soltanto diecimila persone su centomila utenti, la società capitolina si trova quasi costretta a spremere il limone finchè possibile.

Su tutt’altre posizioni il Coordinamento Provinciale per l’Acqua Pubblica di Frosinone, che si aspetta la chiusura dell’inchiesta e la restituzione dei soldi in tempi brevi: chiaramente è motivo di vanto l’aver vinto tutte le battaglie, quasi a voler ribadire che loro sono il martello e Acea l’incudine.

 

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