PRECARI/ Scuola, Sud e giovani le fasce più a rischio. Parola d’ordine: sopravvivere

Secondo qualche “illuminato” del settore i precari sarebbero equiparabili ai rifiuti di Napoli, pestiferi sacchetti che creano solo disagio. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Scarti della società che non avrebbero più neanche il diritto di protestare. Perché è già tanto quel piatto di minestra che ti danno da mangiare e non è bello sputarci dentro. Peccato che il piatto sia vuoto da tempo. Una situazione drammatica, in cui si sopravvive.

di Carmine Gazzanni

brunetta_dormeSiete l’Italia peggiore”. Per Renato Brunetta non ci sono dubbi: i precari sono il cancro dell’Italia. L’ha detto, l’ha ribadito, non se n’è mai pentito. Eppure, questa “Italia peggiore” è proprio quella che, in molti casi e settori, tira avanti il “carro” dell’economia e della società italiana. Al contrario – se proprio vogliamo dirla tutta – di quanto facciano molti dei nostri politici, che, tuttavia, godono di imbarazzanti vitalizi e pensioni auree.

Ma ragioniamo sul precariato: chi ha determinato tale situazione di instabilità, questo stato di insicurezza lavorativa che spesso si protrae anche fino agli anni di pensionamento? Purtroppo, infatti, è questa la triste realtà del precariato italiano: spesso un tunnel senza uscita e, nonostante questo, un tunnel inevitabile per chi vuole entrare nel mondo del lavoro (specie nel mondo dell’istruzione). Senza dimenticare che il dramma consiste proprio nel fatto che non sembrerebbe affatto una situazione orientata al dissipamento, ma, al contrario, il precariato, da condizione “a-normale” e fuori dall’ordinario, sta diventando la norma, la consuetudine, la prassi.

Basta ragionare sui dati che abbiamo a disposizione. Secondo dati ISTAT, nel 2006 i precari ammontavano a circa 3 milioni 700 mila; a distanza di poco più di tre anni sono aumentati fino a toccare quasi il tetto dei 4 milioni (3.941.420). La situazione certamente è generalizzata in tutta Italia, ma è ancora il Sud ad avere questo triste primato con un valore assoluto di precari pari a 1.336.329 (seguono l’Italia Nord-occidentale, il Centro e l’Italia Nord-orientale). Se ragioniamo sulle regioni, infatti, ci accorgiamo che l’incidenza dei precari su tutto il mondo degli occupati è più elevato proprio nelle regioni meridionali e sulle isole: Puglia (23%), Sicilia (24,4%), Calabria (24,2%), Sardegna (26,2%).

Le cifre, com’è chiaro, sono molto eloquenti. Ma non è tutto. Ragioniamo ad esempio sulle classi d’età: secondo lo studio condotto dall’Ufficio CGIA, sono 1.193.721 i precari tra i 25 e i 34 anni. Numeri elevati che rimangono  tali – e qui è il dramma – anche crescendo di fascia: i precari tra i 35 e i 44 anni arrivano a  1.070.334; e quasi un milione (982.965) sono anche quelli che superano i 44 anni.

Si potrebbe pensare: portando avanti un onorevole percorso di studio, però, si potrebbe facilmente evitare o perlomeno attenuare questo strano “cursus honorum”. I dati sono sconfortanti anche da questo punto di vista: 1.817.990 i precari con un titolo di diploma superiore e 613.098 i laureati.

Ma cosa vuol dire per questa enorme fascia di lavoratori rimanere nel precariato? Cosa vuol dire, in concreto, essere precari? Non significa, infatti, soltanto rimanere sull’orlo del baratro costantemente, sotto la minaccia della spada di Damocle di un licenziamento in tronco. Significa anche condurre una vita certamente non serena nemmeno da un punto di vista economico. L’Ufficio studi CGIA, infatti, ha paragonato le retribuzioni medie percepite dai lavoratori precari a quelle dei non precari in Italia nel terzo trimestre 2010. Anche in questo caso i dati sono sconvolgenti: infatti, mentre un giovane (fascia tra i 15 e i 34 anni) non precario riceve mediamente 1.115 euro mensili, un giovane precario raggiunge soltanto 830 euro. La situazione si fa drammatica crescendo di età: tra gli adulti, infatti, la forbice tra precari e non si apre ulteriormente. Se tra i giovani, infatti, il differenziale di guadagno si aggira intorno ai 280 euro, tra gli adulti raggiunge i 520 euro: uno stipendio medio mensile di 1.362 euro contro uno di 845.


LA DRAMMATICA SITUAZIONE DEI PRECARI DELLE SCUOLE

Dati alla mano le percentuali più alte di precariato le ritroviamo proprio all’interno del mondo scolastico: quasi il 20% degli occupati, circa 700 mila precari. E negli ultimi giorni questo problema è tornato alla luce in tutta la sua criticità. I precari della scuola, in particolar modo gli insegnanti, vivono ore di attesa aspettando normative che li riguardano molto da vicino: immissioni in ruolo, ricorsi, aggiornamento delle graduatorie dalle quali da anni centinaia di migliaia “sperano” di essere immessi in ruolo. Ma la questione rimane  assolutamente (e volutamente?) poco chiara: come denunciano numerosi precari, in un primo momento sembrava che le immissioni in ruolo dovessero aggirarsi intorno alle 67.000 tra docenti e ATA; ora pare che questa cifra sia riferita al prossimo triennio. Insomma, le voci che si rincorrono non aiutano affatto ad avere un quadro chiaro sulla situazione futura.

Checché ne dica il Governo, tuttavia, la realtà dei fatti è assolutamente problematica. Tuttoscuola ha realizzato alcuni giorni fa uno studio che rivela la difficoltà di riassorbire i precari. In attesa, come abbiamo detto, di conoscere l’assestamento delle graduatorie è stata analizzata la situazione esistente alla fine del 2010. Facciamo alcuni tra gli esempi più eloquenti.

Partiamo dalla scuola primaria: risultavano iscritti nelle graduatorie provinciali per la scuola primaria circa 67.000 docenti. Quanto tempo ci vorrà per far entrare in ruolo tutte queste persone? Bisogna innanzitutto stimare quanti posti si libereranno nei prossimi anni per pensionamenti, e per far questo è utile analizzare il trend storico. Ebbene, negli ultimi cinque anni i pensionamenti nella sola scuola primaria statale sono stati complessivamente circa 40 mila (39.958), mediamente 8 mila posti lasciati liberi ogni anno. Se il trend dovesse mantenersi, per assorbire 67 mila docenti di scuola primaria iscritti nelle graduatorie ad esaurimento ci vorranno, quindi, tra gli otto e i dieci anni. Ma attenzione: gli anni di assorbimento potrebbero anche crescere qualora vengano banditi concorsi che, per legge, hanno diritto di utilizzare il 50% dei posti vacanti. In questo caso, secondo Tuttoscuola, per immettere in ruolo tutti gli iscritti nelle graduatorie ci vorranno tra i 16 e i 20 anni.

Se questa è la situazione della scuola primaria, ancora più critica è quella della scuola dell’infanzia, per la quale nel 2010 abbiamo un numero addirittura maggiore (oltre 72.000 unità) di iscritti nelle graduatorie provinciali ad esaurimento. Il meccanismo di calcolo è lo stesso del precedente: il trend storico di pensionamento è molto più basso rispetto al precedente, in media 2.600 insegnanti all’anno. Questo vuol dire che per riassorbire 72.000 precari ci vorranno tra i 28 e i 30 anni. E nel caso vengano indetti concorsi pubblici? Dai 56 ai 60 anni. Sempre che si sopravviva.

 

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