POTERI FORTI e FINANZA/ Politica, Vaticano e Massoneria: tutti intorno a Parmalat

A quasi otto anni dal più grande crac della storia finanziaria italiana ed europea, la questione – come abbiamo visto – rimane aperta, con enormi zone d’ombra. Eppure nessuno mai ha proposto misure che, in questi casi, sembrerebbero le più scontate. In altre parole, non è mai stata istituita una commissione d’inchiesta sul crac Parmalat. Perché? Questo non possiamo dirlo, ma possiamo rilevare i rapporti politici ed economici che legavano (e legano tuttora) Calisto Tanzi ai centri di potere italiani e non solo.

di Carmine Gazzanni

VATICANO_SCALEIniziamo dalla politica. Tanzi è sempre stato, nel periodo della Prima Repubblica, vicinissimo alla DC e a uomini come Amintore Fanfani. Addirittura, come abbiamo visto prima,  mise su una televisione – Odeon Tv – per spalleggiare per il candidato democristiano di allora, ovvero Ciriaco De Mita. Basti pensare che Calisto Tanzi nel 1986 riuscì ad aprire una fabbrica produttrice di pizze e focacce a Nusco, città natale di Ciriaco. Il tutto a tempi di record: la domanda di concessione edilizia fu presentata il 17 ottobre 1984 e solo tre giorni dopo venne accolta . Sindaco in carica era Vittorio Vigilante, vecchio compagno del segretario DC, che poi è stato rinviato a giudizio per interesse privato in atti d’ufficio a proposito di un affare edilizio a Sant’ Angelo dei Lombardi , un paese vicino a Nusco. E qual era la ditta edile che realizzò lo stabilimento? Quella di Michele De Mita, fratello di Ciriaco. Insomma, rapporti strettissimi, mai negati dallo stesso Tanzi: “Non vedo perchè dovrei preoccuparmi” , disse tempo fa, ”tanto più che conosco De Mita da molto tempo , da quando non era ancora segretario della DC”.

E per quanto riguarda la Seconda Repubblica? Quando il 26 maggio 2005 Calisto Tanzi fu rinviato a giudizio insieme a 28 persone, il procuratore di Milano scrisse che l’ex patron della Parmalat, “nel momento della caduta e del crollo del suo impero industriale, da sempre fondato anche sul favore politico”, volle “lanciare un messaggio ai suoi protettori, peraltro mascherando la loro identità all’interno di un elenco nutrito di nomi, comprensivo anche di coloro che avevano ricevuto modesti finanziamenti”. Cosa vuol dire questo? Lo precisò lo stesso Tanzi ammettendo davanti ai giudici di aver “pagato Romano Prodi” e di aver finanziato “anche Berlusconi, Fini, Casini, Alemanno, La Loggia, Castagnetti e altri venti personaggi della politica e del giornalismo”. Nessuno di questi ha mai denunciato Tanzi per calunnia.

E allora potremmo capire perché non c’è mai stato alcun controllo politico. Stando alla legge, infatti, la competenza su bilanci e atti societari delle società quotate in Borsa è attribuita alla Consob, la quale si è mossa soltanto a partire dall’estate 2003, mentre – abbiamo visto – avrebbe potuto e dovuto muoversi già molto tempo prima. Allora Presidente della Consob era Lamberto Cardia, attuale Presidente della Ferrovie dello Stato. Ma non fece nulla. C’è ancora Antonio Fazio, ex numero uno della Banca d’Italia, che avrebbe dovuto, secondo molti, rendersi conto che qualcosa non andava, vista l’enorme quantità di bond collocati dalla multinazionale di Parma. Ma quelle obbligazioni, dicono alla Banca d’Italia, erano formalmente emesse da finanziarie di Parmalat costituite all’estero ed inoltre erano riservate a investitori istituzionali.

Toccava allora nuovamente alla Consob controllare che non venisse svolta un’attività di collocamento pubblico espressamente vietata per quel tipo di bond. Tutto è sempre taciuto anche al Ministero dell’Economia. Ministro di allora era, come oggi, Giulio Tremonti. “Noi avevamo avvisato per tempo la Banca d’Italia delle difficoltà di Parmalat”, dicono dal Ministero. Insomma, pare che alla fine nessuno abbia colpa. Ma intanto i creditori hanno perso milioni e milioni di euro (si parla di azioni per 16,9 milioni di euro). Ed erano loro gli unici, probabilmente, a non sapere che la Parmalat era fallita già molto tempo prima di quel dicembre 2003.

Ma Tanzi ha rapporti anche con altri poteri forti. Ad iniziare dal Vaticano. Tutti gli uomini chiave dello sbarco di Parmalat in Piazza Affari, infatti, sono legati all’Opus Dei. Basti ricordare Gianmario Roveraro, poi misteriosamente “giustiziato” nel 2006 (era stato tagliato a pezzi e nascosto in un casolare tra Solignano e Citerna Taro, a una trentina di chilometri da Parma). Lo è, ancora, Ettore Gotti Tedeschi che introduce Tanzi da Roveraro.

Addirittura è stato scritto che per ottenere i favori dell’Opus, Tanzi abbia organizzato addirittura “un circolo di preghiera”. Roveraro allora lo difese: “Posso dire che Calisto Tanzi non ha mai partecipato a iniziative dell’Opus Dei né a quelle collettive di dottrina né a quelle individuali di ascesi. E comunque l’Opus non c’entra nulla in questa storia e non si occupa di queste cose”. Eppure il dubbio rimane, visto che è nell’oggettività dei fatti che tutti gli istituti bancari vicini a Tanzi fossero guidati da uomini legati alla DC e al Vaticano.

Sempre Roveraro in quegli anni affermava: “La finanza non è cattolica né laica o massonica: è semplicemente finanza”. Eppure pare non sia proprio così nemmeno per quanto riguarda la “pista massonica”. Capiamo perchè. Un uomo d’affari di Milano affermò qualche tempo fa che “fu il gran maestro della massoneria Armando Corona a salvare il cattolicissimo Tanzi”. Solo voci? Non lo sappiamo. Fatto sta che il rumor si diffonde, anche perché non sono poche le voci secondo cui a mediare tra Tanzi, la banca di Siena e Gennari (di cui abbiamo parlato prima) era il massone Mario Mutti. Ma chi è Mario Mutti? Imprenditore di lungo corso, già direttore generale della Federconsorzi, buon amico di Silvio Berlusconi (che lo piazzò nel 1989 alla guida della Standa e poi lo inviò in Spagna come proconsole del gruppo Fininvest), responsabile di un’altra bancarotta di quegli anni, quella di Tecnosistemi, Mutti è un “grembiulino”, come si dice in gergo massonico.

E non solo. Il suo nome compariva nelle liste di “Stay behind”, la rete Gladio in pratica, ovvero l’organizzazione segreta creata dall’Alleanza atlantica negli anni Sessanta per scatenare la guerriglia in caso di presa del potere comunista in Italia. Nel 2004 la Guardia di Finanza, quando perquisisce la casa di Mutti, trova infatti anche documenti di Gladio. E tra queste carte anche alcuni documenti che testimonierebbero l’intreccio tra i dissesti di Parmalat, Tecnosistemi e Cirio. Cosa unisce i tre crac? Sia Cirio, sia Parmalat, sia Tecnosistemi avevano forti interessi in Brasile e tutte erano rappresentate in Brasile dalla stessa persona: Giampaolo Grisendi, manager, che secondo Fausto Tonna, era il regista delle operazioni che segnarono l’inizio dei guai di bilancio per il gruppo di Collecchio. Non è un caso allora che in quegli anni un magistrato di San Paolo, Carlos Henriques Abrao, ipotizzò che dietro i fallimenti ci fosse un corposo flusso di riciclaggio di denaro sporco.

Ma, nonostante questo, per lo meno sintonia d’intenti tra “il massone Mutti e il cattolicissimo Tanzi” è evidente. Quando la Parmalat, infatti, entrò in borsa l’appoggio di Mutti fu determinante. Tanzi ripagò, poi, l’intervento dell’amico nominando Mutti consigliere d’amministrazione della Parmalat e rimase tale fino al 1998, mentre l’azienda di Collecchio ha posseduto fino al 2003 una quota di Tecnosistemi. E anche dopo l’uscita dal cda di Mutti i rapporti sono continuati: insieme i due detenevano anche una parte delle azioni della Aranca, una società palermitana che produce succo di agrumi.

Altro personaggio a cui Tanzi risulta legato a doppio filo è certamente Sergio Cragnotti, responsabile del crac della Cirio. I due nomi, a loro volta, sono legati a quello di un altro banchiere che sembrerebbe essere determinante nei loro dissesti finanziari. Stiamo parlando di Cesare Geronzi, attuale presidente di Generali, allora numero uno di Capitalia.

Nell’89, infatti, mentre Tanzi si apprestava ad entrare in borsa, la Sme (azienda pubblica) decise di privatizzare le sue aziende alimentari, che comprendevano Cirio, Bertolli, ed altri marchi noti. Entrò in scena appunto Sergio Cragnotti, il quale, grazie all’appoggio di banche e gruppi finanziari sotto la regia di Geronzi, allora consigliere delegato del Banco di Roma, acquistò Cirio e la Centrale del latte di Roma. Ma questo portò Cragnotti ad un’ingente esposizione economica, soprattutto nei confronti proprio del Banco di Roma. Ecco allora che interviene Tanzi. “Pagai Eurolat (la centrale del latte, ndr) – disse Calisto – in parte assorbendo i debiti di Cragnotti verso alcuni istituti bancari, tra cui Capitalia, in parte cash, utilizzando la liquidità della Parmalat”. La vicenda risale al 1998: l’acquisto fu altissimo e, secondo gli inquirenti, molto più alto del dovuto. Circa 850 miliardi.

Interrogati dai pm di Parma a più riprese sia Tanzi che Fausto Tonna hanno sostenuto che l’acquisizione fu praticamente imposta da Geronzi. E sempre sotto lo stesso monitoraggio Tanzi acquistò la Ciappazzi, l’azienda di acqua minerale di Giuseppe Ciarrapico, perchè anche lui doveva rientrare dai suoi debiti. Ora capiamo il motivo per il quale Cesare Geronzi è indagato per usura aggravata e concorso in bancarotta fraudolenta. L’acquisto della Ciappazzi praticamente imposto a Tanzi sarebbe stato finanziato da Capitalia con tassi da usura. Per il filone Eurolat, invece, Geronzi è stato rinviato a giudizio per estorsione e bancarotta societaria il 5 aprile 2008. Secondo l’accusa, Geronzi avrebbe imposto a Tanzi l’acquisto di Eurolat, società del Gruppo Cirio di Sergio Cragnotti ad un prezzo gonfiato, minacciando di chiudere gli affidamenti bancari. Gli atti del processo sono stati trasferiti da Parma a Roma il 20 giugno perché il reato contestato sarebbe stato compiuto a Roma. Il 23 marzo 2010, il Tribunale di Roma l’ha prosciolto dall’accusa di estorsione, mentre ha deciso di affidare alla Cassazione la sentenza riguardante la competenza a svolgere il processo per bancarotta. 

IMPRENDITORIA E CALCIO: DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

Il legame Tanzi-Cragnotti è forte anche in un altro ambito, di certo non scollegato da quello più prettamente economico. Stiamo parlando dell’ambito calcistico e societario. Come molti ricorderanno, infatti, Cragnotti è stato presidente della Lazio, Tanzi del Parma. Al centro di quest’altro filone alcuni passaggi di cartellino poco chiari. A cominciare da quello di Hernan Crespo. Fu un trasferimento record: era l’estate del 2000 e l’argentino passò dal Parma alla Lazio per 110 miliardi di lire. Una somma altissima. Anche se solo 35 miliardi, pare, arrivarono in contanti. Per questo i magistrati vogliono vederci chiaro, anche perché l’acquisto avvenne circa un anno dopo il passaggio “lievitato”, di cui parlavamo prima, dell’Eurolat da Cragnotti a Tanzi.

Ma il legame di Tanzi con il calcio non è secondario nello scandalo Parmalat. Calisto, infatti, investiva molto nel calcio, pare proprio per coprire i buchi neri delle sue aziende. Vediamo di capirci meglio. Oggi noi sappiamo che Tanzi guidava anche un’altra squadra, il Verona. Non avrebbe potuto stando all’articolo 7 dello statuto Figc che vieta il controllo diretto o indiretto di altre società dello stesso settore professionistico. E infatti si servì di un prestanome, Giambattista Pastorellosuo uomo di fiducia”, come dichiarano oggi i magistrati. Insomma, per lungo tempo Tanzi è stato proprietario non di due squadre “dello stesso settore professionistico”, ma addirittura di due squadre che militavano nella stessa serie. Ci sono state ripercussioni? Assolutamente sì. Anche da un punto di vista calcistico. Nel 2001 ad esserne penalizzato fu il Napoli, retrocesso sul campo a seguito di alcuni incroci di partite su cui, adesso, diventa sempre più concreta l’ipotesi della combine.

Combine che sarebbero poi state fatali per il Napoli: dopo quella stagione la squadra partenopea finì in C1 e solo dopo sei anni tornò nella massima serie. Nella parte conclusiva di quella stagione, infatti, il Napoli arrivò a giocarsi le sue ultime possibilità di salvezza alle giornate conclusive. La quartultima vide opposti proprio i partenopei e il Verona, diretta rivale degli azzurri alla salvezza. Vinse il Napoli, tanto che tutti a quel punto credevano nell’impresa. Ma alla penultima giornata di campionato tra il Parma di Tanzi, già qualificato in Champions League, e il Verona, fu quest’ultima ad uscire con i tre punti dal Tardini. Gara molto strana si disse già allora, 2-1 per gli scaligeri, che andarono in vantaggio con un rigore di Oddo, concesso per un fallo eclatante di Benarrivo. Il Napoli, invece, pareggiò in casa con la Roma, che quell’anno vinse il campionato. Ma il danno, oramai, era fatto: il Verona con quella gara scavalcò il Napoli che vinse invano l’ultima gara a Firenze, con i gialloblù che battevano in casa un rinunciatario Perugia già salvo da tempo.

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