POST RATZINGER/ È guerra tra Ior, Opus, Cavalieri di Colombo e Cl. E spuntano due “impresentabili”

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Opus Dei, Comunione e Liberazione, Ior, Cavalieri di Colombo. E poi le lotte di potere tra i nemici di sempre Tarcisio Bertone e Angelo Sodano,  i favoriti di Benedetto XVI, fino a coloro che potrebbero trovare appoggio nei grossi colossi bancari d’oltreoceano. Sono, queste, alcune delle fazioni più influenti il cui prevalere l’una sulle altre potrebbe essere determinante nell’elezione a pontefice di questo o quel cardinale. E tra i papabili spuntano anche due “impresentabili”.

 

Ieri parlavamo dello Ior, dei rapporti di potere che si celano dietro il braccio economico del Vaticano, soprattutto in relazione al prossimo conclave e all’elezione del nuovo pontefice. Non bisogna però dimenticare che i giochi di potere che si celano dietro la successione sono ben più ampi di quanto si possa pensare. Opus Dei, Comunione e Liberazione, Cavalieri di Colombo, lo stesso Ior, coloro che possono contare sull’appoggio di grandi gruppi bancari (e politici). E poi ratizingeriani contro woytiliani, le lotte di potere tra i nemici di sempre Tarcisio Bertone e Angelo Sodano. Sono, questi, solo alcuni dei “partiti” che cercheranno in ogni modo di piazzare un loro “uomo”. Dopo la nomina del nuovo presidente della banca vaticana e del suo consiglio di sovrintendenza, la partita che si apre, intessuta di accordi, legami e mire di potere, porterà, a breve, all’apertura del conclave e alla conseguente nomina del nuovo pontefice. Ma andiamo a vedere su quali poteri (forti) poggiano i candidati più attestati.

LO SCONTRO TRA I DUE “SEGRETARI”: IL CAMERLENGO BERTONE E IL DECANO SODANO – Analizzando le possibili trame di potere che si nascondo dietro la successione di Benedetto XVI, non si può non partire dal ruolo di rilievo che certamente rivestirà Tarcisio Bertone, sul cui peso – politico prima ancora spirituale – già tanto abbiamo detto. A confrontarsi col potentissimo segretario di Stato Vaticano il suo rivale di sempre, il predecessore (e sempre piemontese) Angelo Sodano. Il primo è anche camerlengo di Santa Romana Chiesa (sostituto ad interim del Papa fino alla fumata bianca), il secondo decano (convocherà il conclave). Sono loro due i punti di riferimento per i 210 porporati che eleggeranno il prossimo pontefice. Sicuramente più influente Tarcisio Bertone il quale, a capo della politica vaticana negli ultimi sette anni, è riuscito a costruirsi un’architettura di potere come pochi, avvicinando a sè persone influenti e allontanando quelle scomode. Sodano, dal canto suo, non può certamente essere messo da parte, dopo essere stato segretario di Stato per ben quindici anni (dal 1991) e sostituito da Bertone soltanto per sopraggiunti limiti di età. Lo stesso motivo, d’altronde, che lo terrà fuori dal conclave (possono partecipare soltanto chi non ha raggiunto gli ottanta anni), nonostante sarà lui a celebrare la Missa pro eligendo Romano pontifice che aprirà formalmente le procedure del conclave.

Porte aperte allora a Bertone? Nonostante questo venga menzionato tra i possibili successori di Benedetto XVI, è difficile pensare che questo possa accadere. A meno che non succedano grossi stravolgimenti, per quella che è stata la sua politica sino ad ora, Bertone preferirà rimanere al suo posto, nelle retrovie, e gestire tutto da lì. Ecco allora il punto: sia Sodano (per l’età) sia Bertone (per opportunismo politico) cercheranno di spingere per questo o quel cardinale. Credere, però, che sia tutto in mano ai due cardinali piemontesi sarebbe un grosso errore. Sono altri i poteri che contano in Vaticano, a cui gli stessi Sodano e Bertone devono appoggiarsi. Poteri soprattutto economici.

TUTTI I CARDINALI DELLO IOR POSSIBILI PAPABILI. SOTTO L’ALA PROTETTRICE DI BERTONE – Ora che è stato nominato il nuovo presidente nella persona del belga Bernard de Corte, i tanti cardinali legati a doppio filo con il braccio economico del Vaticano tenteranno anche di veicolare e indirizzare l’elezione del nuovo pontefice. E, ancora una volta, torna prepotentemente la figura di Tarcisio Bertone. Non potrebbe essere d’altronde se si pensa che il segretario di Stato è, al tempo stesso, anche presidente della commissione cardinalizia dello Ior. Il cardinale piemontese già è riuscito nel suo primo intento: rivoluzionare drasticamente l’organizzazione interna della banca prima dell’elezione del nuovo Papa. Non solo. Per quanto detto prima, Bertone cercherà di piazzare uomini a lui vicini. Ed è curioso che, tra i papabili, ci siano tutti i membri della commissione cardinalizia di vigilanza (al cui capo, appunto, siede Bertone). Dal francese Jean-Louis Tauran, all’indiano Telesphore Placidus Toppo, fino al più favorito brasiliano Odilo Pedro Scherer. Tutti in corsa. Segno, dunque, del fatto che se negli anni passati erano stati il Papa e le alte cariche politiche a decidere la linea dello Ior, questa volta potrebbe essere diverso, con l’istituto bancario che entra a gamba tesa sulla successione al soglio pontificio. Prova ne sia un altro piccolo particolare: soltanto un cardinale (sebbene influente) è assolutamente non dato tra i papabili. Stiamo parlando di Attilio Nicora, presidente dell’Autorità di Informazione Finanziaria, organo che si occupa, da statuto, “di prevenire e contrastare il riciclaggio dei proventi di attività criminose e del finanziamento del terrorismo”. I rapporti tra i due sono ormai pesantemente compromessi dopo il siluramento di Ettore Gotti Tedeschi, alla cui cosa Nicora è sempre stato contrario (pensandola come il banchiere sulla necessità di accettare le norme antiriciclaggio che avrebbero consentito allo Ior di entrare nella white liste delle banche). Un’ulteriore prova dello strapotere di Tarcisio Bertone.

TIMOTHY DOLAN E L’APPOGGIO DI REPUBBLICANI E BANCHE USA – Nella corsa alla carica di pontefice determinante potrebbe essere non solo il peso dello Ior, ma anche di tutte le altre grosse banche con cui lo stesso Ior è in affari. Bisogna andare oltreoceano per capirci. Soltanto ieri analizzavamo i fiorenti rapporti intessuti dallo Ior in territorio americano. Ebbene, uno dei candidati favoriti per il dopo Benedetto è il cardinale di New York, Timothy Dolan. Molto vicino allo stesso Ratzinger, non manca di certo di appoggio politico ed economico. Alle scorse presidenziali patteggiò apertamente per il repubblicano Mitt Romney partecipando alla convention conclusiva della campagna elettorale pronunciando la “preghiera della convention”. Altro che Chiesa apolitica, dunque.

La partecipazione di Dolan, peraltro, non è affatto casuale. Romney è uomo potente negli Usa, può contare sull’appoggio di numerose banche. Basti pensare che tanti colossi che nella campagna del 2008 avevano finanziato Obama, nell’ultima hanno fatto dietrofront ed hanno preferito investire (invano) in Romney. Tra queste, la Goldman Sachs e la JpMorgan, banche che sono profondamente in affari con lo Ior. Il cerchio, dunque, sembrerebbe chiudersi: anche un possibile incarico a Dolan non dispiacerebbe ai porporati finanzieri. E, dunque, a Bertone.

TRA I CAVALIERI DI COLOMBO L’UOMO DI BENEDETTO – Lo scrivevamo anche ieri. Accanto al potere del segretario di Stato Tarcisio Bertone, determinante è anche quello in mano a importanti esponenti dell’associazione dei Cavalieri di Colombo. Basti pensare che il cavaliere supremo (questa la carica più alta) è il laico Carl Anderson, membro del consiglio di sovrintendenza. Non solo. Anche il cardinale Juan Sandoval Íñiguez, ex membro della commissione cardinalizia, è uno dei più autorevoli “cavalieri”. Il motivo per cui si tenga così in considerazione l’organizzazione dai tratti paramassonici è più che ovvia. Direttamente dal sito si legge che i “quasi 1.700.000 Cavalieri” (tra Stati Uniti, Canada, Messico, Porto Rico, Repubblica Dominicana, Filippine, Bahamas, Guatemala, Guam, Saipan e Isole Vergini) contribuiscono con “130 milioni di dollari” al suo sostentamento. E come viene impiegato questo capitale? Formalmente in “opere di carità”. In realtà, però, non è proprio così. L’ordine, infatti, investe (almeno fino al 2002) nei corporate bond emessi da più di 740 società statunitensi e canadesi: solo nel 2002, piazzando polizze sulla vita e servizi di assistenza domiciliare ai suoi iscritti attraverso 1.400 agenti, ha incassato 4,5 miliardi di dollari (il 3,4% in più rispetto al 2001). Peccato, però, che di questo ingente capitale solo una parte – 128,5 milioni di dollari – sia stata girata a diocesi, ordini religiosi, seminari, scuole cattoliche e, ovviamente, al Vaticano. Viene allora da chiedersi che fine abbiano fatto (in cosa siano stati investiti) gli altri 4,3 miliardi di dollari…

Un’associazione, questa dei Cavalieri di Colombo, molto influente dunque. Ebbene, scorrendo i nomi dei candidati si nota che non sono pochi coloro legati a doppio filo con il movimento. Su tutti l’honduregno Oscar Andres Rodrigues Maradiaga, ma soprattutto il filippino Luis Antonio Tagle. Quest’ultimo sarebbe particolarmente favorito anche per via del beneplacito di Benedetto XVI (che potrebbe essere tutt’altro che ininfluente). Basti pensare ad un particolare certamente non di poco conto: Luis Antonio Tagle, oggi dato per favorito, è stato nominato cardinale solo lo scorso ottobre. Meno di sei mesi fa, dunque. E solo lo scorso anno Benedetto XVI lo ha nominato arcivescovo di Manila. Insomma, una carriera lampo la sua. Giocata nel giro di un solo anno.

L’OPUS DEI PROVA IL TUTTO PER TUTTO – Dal brasiliano Claudio Hummes all’argentino Jorge Mario Bergoglio, dal ghanese Peter Turkson all’ungherese Peter Erdo, dal canadese Marc Ouellet al nigeriano Francis Arinze. Il peso dell’Opus Dei in questo conclave potrebbe essere decisivo. Tanti i nomi, infatti, legati a doppio filo all’organizzazione, il cui peso economico certamente non è di poco conto. (basti pensare ai tanti banchieri – molti dei quali in affari con lo Ior come il Santander – legati all’Opus Dei).

Uno dei più favoriti dovrebbe essere Francis Arinze: nel caso dovesse diventare pontefice sarebbe il primo Papa di colore nella storia. Un grosso passo in avanti per la Chiesa, certamente. E, soprattutto, per l’Opus Dei: dopo la parentesi di Benedetto XVI – il quale ha un po’ frenato le mire di potere dell’associazione (che invece erano pesantemente cresciute con Giovanni Paolo II, da sempre vicino all’Opus) – questo potrebbe essere il momento per riprendere le redini del Vaticano. E, come detto, Arinze potrebbe essere la persona adeguata: con entusiasmo verrebbe accettata l’innovazione socio-culturale dai fedeli e, allo stesso tempo, l’Opus sottotraccia recupererebbe il terreno perso.

TURKSON E BERGOGLIO, I DUE VOLTI “OSCURI” DELL’OPUS –Il cardinale ghanese Peter Turkson si adatta alle esigenze dell’Opus Dei in svariati modi”. Queste le parole di Benny Clermont, scrittore americano che si è occupato a lungo delle tante e tante organizzazioni interne al Vaticano. “L’Africa – scrive ancora Clermont – è l’unico continente a sinistra del pianeta in cui vi è la possibilità di conquistare l’egemonia”. Su questo, secondo il giornalista, starebbe lavorando Turkson. E, a quanto pare, non solo da un punto di vista religioso, dato che – parole sue – ha invocato “una vera Autorità politica mondiale” e si è detto favorevole ad una “banca centrale mondiale” per regolamentare il settore finanziario globale e l’offerta di moneta internazionale.

Ancora più inquietante la vicenda legata ad un altro possibile candidato alla successione di Benedetto XVI, l’argentino Jorge Mario Bergoglio. Di lui si è occupato un altro giornalista, Horacio Verbitsky, nel libro L’Isola del Silenzio. Nei primi anni Settanta Bergoglio divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina. Entrando a capo della congregazione, ereditò molta influenza e molto potere: in pratica era a capo di tutti i sacerdoti gesuiti attivi nelle baraccopoli di Buenos Aires. Fu così che nel febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato argentino, Bergoglio chiese inspiegabilmente a due dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si rifiutarono di andarsene. Non se la sentirono di abbandonare tutta quella gente povera che faceva affidamento su di loro. Il provvedimento di Bergoglio fu immediato: li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca fu il segnale per i militari, il via libera ad agire: la protezione della Chiesa era ormai venuta meno. Tesi, questa, che sarebbe confermata da diversi documenti ritrovati dallo stesso Verbitsky.

Su tutti, quello reperito dagli archivi del ministero degli Esteri in cui si fa riferimento a un episodio specifico: nel 1979 padre Francisco Jalics si era rifugiato in Germania, da dove chiese il rinnovo del passaporto per evitare di rimetter piede nell’Argentina dopo quell’episodio. Bergoglio si offrì di fare da intermediario, fingendo di perorare la causa del padre: invece l’istanza fu respinta. Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto: “Questo prete è un sovversivo”. Secco. E non finisce qui. Un altro documento evidenzia ancora più chiaramente il ruolo di Bergoglio: “Nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la Compagnia Argentina non ha fatto pulizia al suo interno. I gesuiti furbi per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso con gran sostegno dall’esterno di certi vescovi terzomondisti hanno cominciato una nuova fase”. È il documento classificato Direzione del culto, raccoglitore 9, schedario B2B, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9.

SCOLA, BENEDETTO E CL “RINNEGATA” – Domanda: che fine ha fatto Comunione e Liberazione in questo scenario? Certamente è la corrente meno influente, anche per il peso che pian piano è andato scemando per i tanti scandali in cui suoi esponenti di spicco (vedi Formigoni) sono finiti. Prova ne sia l’allontanamento di Angelo Scola (l’italiano più favorito a succedere a Ratzinger al soglio pontificio), nonostante sia stato per anni discepolo diretto di don Giussani. Come d’altronde ricostruisce anche Il Fatto, il rapporto con il movimento non si è mai formalmente interrotto: nel giugno del 1982 è tra i relatori del convegno a Rimini, nel 1986 vola a Madrid a un corso di studi organizzato dalla Cl spagnola, il 20 luglio 1991 don Giussani gli fa avere le sue congratulazioni per la nomina a vescovo di Grosseto, nel 2002 Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, commenta la nomina del nuovo patriarca della città lagunare fa un esplicito riferimento a Cl, nel febbraio 2005 monsignor Albacete nel commentare la morte di don Giussani ringrazia Scola per avergli fatto da tramite. A giugno, poi, Scola benedice i fedeli in pellegrinaggio (organizzato da Cl) verso il santuario di Loreto. Ci sono poi altre occasioni; come la scuola politica voluta da Formigoni nel 2008, il convegno dei cattolici del Pdl nel marzo del 2009 a Riva del Garda e ancora la partecipazione al convegno di Rimini nel giugno 2010.

Insomma, rapporti più che stretti. Perlomeno fino ad un certo punto, dato che, con alcune dichiarazioni, sembra che Scola si sia allontanato dall’ambiente ciellino. Emblematico quanto disse nel gennaio 2012: “Dicono ‘sono nati entrambi a Lecco, hanno militato entrambi in Comunione e liberazione, sono stati amici per tanto tempo. Sarà mai possibile che Scola non c’entri niente con Formigoni?’ No, non c’entra niente”. E ancora: “negli ultimi vent’anni ci siamo visti sì e no una volta all’anno a Natale”. E poi sulla propria militanza in Cl: “Possibile che uno si debba portare addosso non uno ma due peccati originali?”. Poi nell’aprile del 2012 Scola a una domanda sbottava: “Cosa ne so io di Comunione e Liberazione, non parlo di queste cose, né’ di Cl né di Formigoni né di altro”.

Era il 1991, però, quando Scola, appena arrivato a Milano, la pensava diversamente: “Sono convinto che il fatto di provenire da Comunione e Liberazione mi darà una possibilità di apertura, di dialogo, di confronto e di accoglienza con tutte le realtà della mia diocesi; mi darà freschezza e duttilità”. Allora era ancora troppo lontano il soglio pontificio che ormai da un anno aleggia su Scola, il benedetto da Benedetto.

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