PIDUISTI D’ASSALTO/ Flavio Carboni e Giancarlo Elia Valori, due figure dai contorni chiaroscurali

L’uno è il faccendiere più famoso d’Italia (e non solo), l’altro è l’unico caso di piduista espulso da Gelli; l’uno è il trait d’union tra le inchieste del 1981 e quelle attuali; l’altro è un dominus incontrastato della finanza. Sono due figure chiaroscurali, anche se per motivi profondamente diversi: l’uno è Flavio Carboni, l’altro è Giancarlo Elia Valori.

di Carmine Gazzanni

flavio_carboni_giancarlo_elia_valoriCi sono altri due personaggi di cui bisogna necessariamente parlare riguardo l’ambito finanziario. Sono due figure chiaroscurali, anche se per motivi profondamente diversi. Iniziamo da un gotha dell’economia italiana, Giancarlo Elia Valori, unico caso di piduista espulso dalla loggia perché sembra facesse troppa concorrenza a Gelli che, per l’appunto, decise di cacciarlo non prima di avergli rubato importanti contatti.

Valori è stato ed è tuttora un personaggio di prim’ordine: presidente di Confindustria Lazio, società Torino Internazionale, Milano Mare e Milano Tangenziali spa, Sirti Internazionale spa, Sme spa, Autostrade spa, Blu spa, Associazione italiana delle società concessionarie di autostrade e trafori (Aiscat). Dal 2006 al 2011 è stato presidente di Sviluppo Lazio, holding di controllo di tutte le società partecipate dalla regione. Dal 2005 ricopre il ruolo di presidente onorario della Huawei Technologies Italia, è poi presidente della holding La Centrale Finanziaria Generale S.p.a., nonché, dal 2009, della delegazione italiana della Fondazione Abertis. Ma nel suo curriculum manca una voce importante: tessera P2 numero 283.

Come detto, Gelli, preoccupato dal crescente potere di Valori, decise di cacciarlo. E in effetti il suo ruolo nella loggia stava diventando decisivo: fu lui, ad esempio, l’artefice dell’approdo della loggia in Argentina. Valori, inoltre, poteva contare su importanti e forti amicizie: funzionario Rai nel ‘72 conosce Nicola Falde, agente del Sid infiltrato in Rai, che gli consente di avere contatti con l’estero, che gli favoriscono la lunga carriera nelle aziende di stato. Molti parlano anche di incontri con il generale Giuseppe Santovito, anche lui piduista e futuro direttore del Sismi, che permetteranno a Valori di ottenere per conto di Italstrade, società a capitale Iri, commesse dai paesi arabi, in particolare con la Libia.

Nonostante questi rapporti che rimangono poco lucidi, Valori è riuscito ad uscire dai processi sempre con le mani pulite. Nell’83 è stato difficile ascoltarlo in commissione P2, nonostante si pensasse ad un suo ruolo-chiave: alcuni erano convinti, ad esempio, che Valori facesse traffico d’armi per i Servizi Segreti; altri ipotizzavano un suo coinvolgimento nello scandalo dei petroli, come una sorta di vendetta interna alla loggia. E non è tutto: Valori è stato oggetto di indagini non solo sulla P2 e sul traffico di armi, ma anche sulla strage di Ustica in relazione ai suoi rapporti con i Paesi Arabi. Anche il pool di Mani Pulite, addirittura, si è interessato a lui. E non è finita qui: il nome del dirigente è stato fatto ultimamente anche da Luigi De Magistris, quando ancora era pm, in relazione all’indagine “Why not?”.

L’attuale europarlamentare dell’Idv ha dichiarato che “le indagini Why Not stavano ricostruendo l’influenza di poteri occulti […] in meccanismi vitali delle istituzioni repubblicane: in particolare stavo ricostruendo i contatti intrattenuti da Giancarlo Elia Valori, Luigi Bisignani, Franco Bonferroni e altri, e la loro influenza sul mondo bancario ed economico finanziario”. E ancora: “Giancarlo Elia Valori – dice De Magistris – pareva risultare ai vertici attuali della massoneria contemporanea”. Un personaggio, dunque, a tutto tondo.

Altro uomo-chiave nei meccanismi massonici è certamente Flavio Carboni: faccendiere italiano, il cui nome compare in diversi intrighi e giochi di potere. È stato certamente un uomo chiave all’interno della P2; è lui infatti che riesce a far intessere importanti legami: quello tra Roberto Calvi e il sottosegretario al Tesoro Giuseppe Pisanu, e quello tra quest’ultimo e Silvio Berlusconi.

Dopo la crisi del Banco Ambrosiano la sua attività divenne convulsa: Carboni costruì una rete di rapporti funzionali a raggiungere gli obiettivi – come vedremo apparenti – del salvataggio personale e finanziario del direttore Roberto Calvi. Nel memoriale consegnato  dal suo segretario Emilio Pellicani vi è uno spaccato dell’attività frenetica di Carboni: “Nel mese di gennaio (1982, ndr) Carboni intensifica la sua attività per Calvi adoperandosi nei vari ambienti politici, economici e della stampa, per dare una mano al presidente (Calvi, ndr). Per la politica venivano interessati Binetti e l’on. Pisanu, i quali dovevano intervenire presso il ministro Andreatta per sciogliere il nodo del Banco Ambrosiano posto dalla verifica della Banca d’Italia (proprio per la crisi dell’Ambrosiano, ndr)”.

La rete alla cui regia si pose Carboni era semplicemente impressionante. Riguardava direttamente ambiti massonici con il coinvolgimento di Armando Corona il quale “doveva intervenire nell’ambito della massoneria affinché il Calvi ne potesse rientrare a far parte nuovamente dopo lo scandalo P2“. E per fare questo si chiese l’intervento anche di un altro importante uomo imprenditoriale, Carlo De Benedetti; si legge infatti nel memorandum di Pellicani: “il Carboni mi riferì che lo stesso Corona effettuò un viaggio in Israele affinché fosse richiamato il De Benedetti dai fratelli massoni”. E poi, ancora, la stampa: “il Carboni si era adoperato con l’amico Carlo Caracciolo (editore in quel periodo de L’Espresso, ndr) affinché fosse raggiunto un patto di non belligeranza, cosa che avvenne per qualche mese”. La magistratura: “per la magistratura era stato investito l’avvocato Wilfredo Vitalone con cui il Carboni ebbe frequenti incontri”.

Le prestazioni dell’avvocato furono molto importanti “come consulente per le trattative del Corriere della Sera, per la ricusazione dei magistrati milanesi inquirenti di Calvi, per il trasferimento di processi da Milano a Roma e per intervenire sul ministero del Tesoro a proposito del decreto che stabiliva il diritto di voto delle azioni del gruppo Rizzoli possedute dalla Camera”. E non è ancora finita. Tra i nomi che ricorrono nel memorandum troviamo monsignor Hilary Franco, un prelato contattato per tenere i rapporti con il Vaticano; i magistrati Francesco Consoli, avvocato generale presso la Corte d’Appello di Milano, e Pasquale Carcasio, sostituto procuratore generale di Milano, che entrano nel “giro” perché mirano a far crescere la loro posizione promettendo una mano per la soluzione delle vicende giudiziarie di Calvi; gli esponenti della malavita romana Danilo Abbruciati, Domenico Balducci e Ernesto Diotallevi, in rapporti d’affari con Carboni, che sono utilizzati per offrire dei servizi a Calvi in cambio di generose ricompense; la signora Maria Angiolillo il cui salotto romano è luogo di importanti incontri con uomini della Banca d’Italia o con alcuni suoi autorevoli esponenti quale Lamberto Dini. Uno spaventoso caleidoscopio di contatti.

La questione tutt’oggi rimane dai contorni non molto chiari. Perché, in realtà, la rete costruita da Carboni stava cercando non di salvare Calvi, ma di sfruttare le disgrazie finanziarie e giudiziarie dello stesso Presidente dell’Ambrosiano. Rimangono, ad esempio, senza spiegazione la serie frenetica di telefonate che negli ultimi giorni di vita di Calvi tutti i personaggi del gruppo si scambiano reciprocamente. Quello che oggi pare sottostare alle varie manovre è l’interesse dei diversi protagonisti all’impossessamento e al controllo de “Il Corriere della Serae alla divisione delle spoglie delle testate di Rizzoli, al potere nella massoneria e, naturalmente, alle risorse finanziarie dell’Ambrosiano e del suo impero internazionale che ancora venivano ritenute assai ingenti. Insomma, le manovre servivano per recuperare il salvabile dopo lo scandalo P2.

Oggi, comunque, Flavio Carboni è agli arresti domiciliari per la cosiddetta “P3”. Ma, da quanto detto, appare chiaro: non c’è nessuna P3, ma solo la continuazione di un’unica grande P2, con uno stesso faccendiere a tessere reti e intrecci tra la politica, l’imprenditoria, la stampa e la magistratura.

 

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