Perché l’Italia non investe in cultura? Bloccati 2 miliardi di euro. Ma dal Ministero minimizzano

L’Italia è, tra i Paesi europei, quella che investe meno in cultura (sebbene abbia il più alto numero al mondo di beni patrimonio dell’umanità). A riferirlo è Eurostat. Un dato sconvolgente che trova origine non solo nella linea politica degli ultimi anni (come non ricordare l’ex ministro Tremonti quando disse che “con la cultura non si mangia”), ma anche nella negligenza delle amministrazioni, locali e nazionali: dal 2007 esiste infatti un fondo europeo – i cosiddetti “attrattori culturali” – da due miliardi di euro. Peccato però che i progetti presentati e finanziati siano pochissimi (fino al 2010, con Sandro Bondi, zero). E allora, tra multe e sanzioni comunitarie, il budget si è ridotto a 681 milioni di euro. In fumo, dunque, 1,4 miliardi di euro. Ma dalla segreteria del gabinetto del ministero assicurano: “I progetti si faranno. Quello di Pompei è già partito. E l’Unione Europea ha già approvato il nuovo piano”. Ma sui soldi andati perduti, il silenzio istituzionale è la prassi.

 

di Carmine Gazzanni

lorenzo_ornaghi_beni_culturali_downParadossale, ma purtroppo è proprio così. Nonostante l’Italia detenga il più alto numero al mondo di beni patrimonio dell’umanità (dati Unesco), secondo il dossier pubblicato due giorni fa da Eurostat è anche il Paese che spende meno in cultura: appena l’1,1% del Pil contro il 2,2% medio dell’Ue. Meno anche di quanto spende la disastrata Grecia che si ferma all’1,2% del Pil.

Un dato che ha dell’assurdo. Segno delle politiche degli ultimi anni, tutte rivolte a interessi spesso lobbistici. La cultura, invece, è messa clamorosamente da parte. Tagli su tagli su tagli. Basti d’altronde pensare all’ultimo anno di governo Monti: garantiti privilegi a banche e manager, falcidiate sanità e istruzione. Alcuni dati, d’altronde, già li conoscevamo. Prendiamo l’istruzione: gli ultimi rapporti dicono che solo il 9% della spesa pubblica complessiva è rivolta a finanziare ricerca e scuola, contro il 13 della media europea. Alle già scarse risorse di partenza, tra il 1990 e il 2007 sono stati tagliati 17 miliardi, altri 9 tra il 2009 e il 2011.

Del resto in Italia il sapere non è considerato un valore da retribuire né da difendere. Lo aveva detto chiaramente, qualche anno fa, l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti: “con la cultura non si mangia”. Ecco perché, poi, si è cercato di finanziare tutto, nonostante il periodo di austerità, meno che istruzione, ricerca e beni culturali.

Eppure sarebbe bastato molto poco. Le regioni, infatti, hanno a disposizione dal 2007 due fondi europei – il Fesr e il Fes (Fondo Sociale Europeo) – il primo destinato specificatamente alle regioni “in ritardo di sviluppo”, il secondo invece destinato all’inclusione sociale e alla formazione professionale. Per un totale, tra i due, di 59,4 miliardi di euro messi a disposizione dal 2007, fino al 2013. Parecchi soldi, dunque, con i quali si potrebbe far fronte a tante e tante emergenze: dai buchi della sanità ai problemi sociali e occupazionali. Si potrebbe, ancora, finanziare progetti culturali, rivolti alle politiche giovanili, alle famiglie, e via dicendo. A questi soldi si aggiungono ulteriori fondi specifici destinati alla cultura. Sono i cosiddetti “attrattori culturali”.

Si tratta dei cosiddetti Poin e Pain, acronimi che indicano i programmi operativi e attuativi interregionali per il Sud, cioè “lo strumento principale attraverso cui promuovere e sostenere lo sviluppo socio-economico delle Regioni del Mezzogiorno attraverso la valorizzazione, il rafforzamento e l’integrazione su scala interregionale del patrimonio culturale, naturale e paesaggistico in esse custodito”. Soldi per la cultura, insomma, da investire negli anni dal 2007 al 2013. Ma di quanti soldi stiamo parlando? L’Europa aveva previsto una dotazione complessiva di circa 2 miliardi di euro, di cui una quota di poco superiore al miliardo di euro (1.031 miliardi) a valere sui fondi strutturali del FESR e del relativo cofinanziamento nazionale ed una leggermente inferiore (898 milioni) resa disponibile dalle risorse aggiuntive della programmazione nazionale del Fondo Aree Sottoutilizzate (FAS).

sandro_bondi_pessimoPeccato, però, che nel corso degli anni questi soldi – sebbene disponibili – non siano mai stati spesi. Il discorso, dunque, è paradossale. La crisi non c’entra niente. E neppure i tagli. I soldi c’erano, messi a disposizione dall’Europa. Ma nessuno li ha presi e utilizzati per finanziare progetti culturali.

La storia degli attrattori è a tratti tragicomica. Parte da lontano e arriva fino ai nostri giorni. Era il 2007 quando vennero istituiti. Allora a gestirli per l’Italia era ovviamente l’ex ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi. Tutti ricorderanno cosa accadde all’inizio del 2011: Bondi lasciò il suo incarico anche per le furiose polemiche dovute al crollo della Domus del Gladiatori a Pompei. Eppure i soldi per finanziare la tutela del sito, come detto, c’erano. Domanda: li avrà utilizzati Bondi? Niente affatto. Al 30 aprile 2011 (ultimo monitoraggio prima delle dimissioni) la percentuale di utilizzo da parte dell’Italia del fondo per gli attrattori culturali era pari a zero. Niente. Zero spaccato. Una totale incapacità di utilizzo da parte del ministero che dovrebbe interessarsi proprio della tutela dei beni italiani. Tanto che tale fondo è poi passato in mano prima al ministero delle Politiche regionali, guidato allora da Raffaele Fitto; poi, con il governo Monti, al ministero per la coesione territoriale guidato da Fabrizio Barca.

Ma dei due miliardi messi a disposizione oggi quanti ne rimangono? Poco più che 600 milioni di euro. Gli altri, infatti, poiché non investiti, sono andati persi. O, meglio, sono tornati all’Unione Europea. Il punto, infatti, è proprio questo: l’Ue mette in palio i soldi per un programma che prevede delle scadenze, ma – ovviamente – se non vengono spesi tornano al legittimo proprietario.

Ed ecco allora che già il 31 dicembre 2011 è scattata la tagliola del cosiddetto disimpegno automatico (soldi non investiti nemmeno sulla carta che, dunque, tornano all’Europa) a cui ne è seguita un’altra a fine 2012 da ben 33,3 milioni di euro. Era infatti stato l’unico – fra 52 programmi italiani – a non raggiungere gli obiettivi previsti da Bruxelles per fine 2012. Da qui la sanzione europea del taglio di risorse. Altre multe, poi, sono arrivate anche dal Comitato Qsn (Quadro Strategico Nazionale), ancora perché il nostro Paese non riesce a rispettare i patti.

Basta d’altronde leggere l’ultimo Bollettino del 2012 (realizzato ad agosto) per capire quanti pochi soldi siano stati impiegati. Su più di un miliardo previsto dai fondi Fesr per gli attrattori culturali solo il 16,34% è stato impegnato in pagamenti effettivi. In soldoni: 166 milioni su un miliardo.

Il problema è dipeso da cavilli burocratici”, ci dicono dalla segreteria del gabinetto del ministero della Coesione Territoriale. D’altronde lo stesso Barca ha dichiarato che “sono stati spesi tre anni a ragionare di processi, invece che a fare progetti”. Sulle responsabilità, però, tutti divagano: “era piuttosto l’organizzazione iniziale ad essere carente. Non è possibile individuare colpe individuali”. In parte è assolutamente vero: all’inizio, infatti, si decise di trasformare quel programma da nazionale in interregionale con ben sei autorità di gestione che si sono avvicendate. Tutte, però, rispondenti al ministero dei Beni Culturali. Il caos che ne è nato, tra locale e nazionale, è stato incredibile. Senza dimenticare, peraltro, che sono stati sprecati anni e anni a discutere di regole, linee guida, processi, per mettere d’accordo le varie regioni, perdendo tempo prezioso.

no_cultura_no_partyInsomma, un vero e proprio disastro. Anche perché qui non si tratta (solo) di malapolitica, ma di inesistenza della politica stessa, dato che non siamo riusciti semplicemente a servirci di soldi già messi a disposizione dall’Europa. Tanto che la furba Italia ne ha dirottato una parte su altro. “Ciò che appare intollerabile – scriveva infatti Nicola Bono, responsabile del settore turismo dell’UPI (Unione Province Italiane), in una lettera indirizzata proprio a Barca a fine 2012 – è l’adesione al PAC (Piano di Azione e Coesione) che ha comportato l’erogazione di 330.000.000 di euro, di cui 130.000.000 per interventi di restauro di Beni Culturali e 200.000.000 per il sostegno ai programmi di assistenza ad anziani non autosufficienti e all’infanzia. Sia gli uni che gli altri utilizzi, assolutamente avulsi dalla finalità per cui è stato creato il POIN Attrattori Culturali, e che mortificano il principio di esaltare come volano di rilancio economico, produttivo e occupazionale il Patrimonio Culturale Italiano”.

A fine gennaio di quest’anno, però, il ministro della Coesione territoriale Fabrizio Barca ha presentato un nuovo piano: una ventina di nuovi progetti e un piano rinnovato per un investimento totale di 681 milioni. Al centro del nuovo programma c’è la riqualificazione del sito di Pompei per un intervento complessivo che vale 105 milioni. Ma anche gli altri progetti finanziati in Calabria, Campania, Puglia e Sicilia guardano prioritariamente alle eccellenze museali del Sud: c’è il primo intervento di emergenza e valorizzazione per 21 milioni sul polo museale di Sibari invaso dal fango, l’avvio del recupero della ex Reggia di Caserta con 20 milioni, la riqualificazione e valorizzazione dei poli museali di Napoli (23 milioni) e Taranto (15 milioni). Dal ministero, questa volta, ci dicono che i progetti arriveranno a conclusione: “quello di Pompei è già partito dopo un’approvazione lampo di Bruxelles”. Anche per gli altri, ci dicono sempre dal gabinetto di Barca, non ci dovrebbero essere problemi: “il problema fino ad ora era che spesso i progetti nemmeno venivano presentati. Ora, con una gestione più centralizzata, i progetti sono stati presentati all’Unione che li ha finanziati. È questione di tempo e tutti partiranno”.

Ed è importante che partano tutti a stretto giro dato che gli investimenti dovranno essere completati entro ottobre 2015. E, visti, i precedenti, non è certo questo accada. Si spera, però, che almeno questi 681 milioni rimanenti non cadano nel vuoto. Sorte già toccata agli altri 1,4 miliardi di euro.

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