PDL/ Cosentino e Dell’Utri minacciano? Ecco perché Verdini e B. temono: la P3 e i diktat di “Cesare”

Silvio Berlusconi ha deciso: Nicola Cosentino e Marcello Dell’Utri sono fuori. La domanda sorge spontanea: perché? Basta la spiegazione secondo cui così si recuperano voti? No (e vedremo, numeri alla mano, perché). Basta la spiegazione della “questione morale”? No (e vedremo perché). Basta quella secondo cui Cosentino e Dell’Utri sono implicati in guai con le mafie? No (e vedremo perché). L’unica risposta pare essere offerta tornando indietro, alla nota vicenda della P3: tramite quell’organizzazione, secondo gli inquirenti, “Cesare” si sarebbe mosso per risolvere i suoi problemi giudiziari ed economici. Ora, visto che i suoi interessi sono gli stessi, potrebbe muoversi allo stesso modo. Ma lo scacchiere del Cav pare essere cambiato…

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di Carmine Gazzanni

Silvio mi manda in cella, gliela farò pagare”. “So aspettare, e l’ansia la faccio venire a loro, ma piano piano”. “Sono stato pugnalato alle spalle da Silvio”. “Berlusconi ha subito una specie di mutazione genetica, io non l’avrei ritenuto capace di calcoli miseri”. In questi giorni Nicola Cosentino è un fiume in piena. Concede interviste, lascia dichiarazioni al vetriolo, si scaglia contro gli amici di sempre. Quelli con cui fino a ieri condivideva pensieri e opinioni, strategie politiche e movimenti per prendere voti, gli hanno voltato le spalle. E, a detta di Nick o’mericano, senza alcun preavviso: “Le liste della Campania le ho fatte io – diceva qualche giorno fa ad Antonello Caporale su Il FattoE proprio io sono fuori. L’altra notte ero dentro, alle due da Palazzo Grazioli sono uscito con il mio nome al suo posto naturale. Poi non so che gli è preso, lui dice sì sì, poi ci ripensa, poi ti richiama”. È abbastanza agevole leggere tra le parole dell’ex segretario Pdl in Campania un velo di minaccia, nemmeno tanto implicito. Come dire: se cado io, attenti che rischiate di cadere tutti.

Ma Nick ‘o mericano non è stato l’unico grande escluso impresentabile nella corsa alle prossime politiche. Non ci sarà, infatti, neanche lui, l’amico di sempre, il fondatore di Forza Italia, il sodale sin dalla prima ora. Stiamo parlando, ovviamente, di Marcello Dell’Utri: nemmeno per lui Silvio Berlusconi ha concesso l’autorizzazione per la candidatura. E come ha reagito il senatore pidiellino? Certamente con meno impeto rispetto a Cosentino. Ma, d’altronde, Dell’Utri ha esperienza da vendere nell’ambito. Ecco perché anche le sue parole devono essere necessariamente soppesate per la loro pregnanza: “Berlusconi mi ha detto che mettendomi in lista perde un milione e mezzo di elettori. Sbaglia, io non ci credo, così mi sono tolto dalle palle e non si potrà dire mai che ha perso per causa mia. Io in realtà pensavo di prenderli i voti, volete che non ci siano un milione e mezzo di delinquenti che mi votano?”. A parte la battuta finale è chiaro il messaggio: caro Silvio, hai sbagliato. Insomma, nonostante i modi più velati rispetto a Cosentino, anche Dell’Utri ha usato toni forti contro l’amico e sodale di sempre.


IPOTESI NUMERO 1: “È UNA QUESTIONE DI VOTI”. IMPOSSIBILE – Ma allora partiamo proprio da qui. Perché Silvio Berlusconi ha escluso proprio due tra – nel bene o nel male – i più autorevoli esponenti del Pdl? Il Cav, nel rispondere a questa domanda, ha tirato in ballo sondaggi e dati che gli darebbero circa un milione e mezzo di voti in più con l’esclusione dalle liste dei due. Sappiamo, d’altronde, quanto Berlusconi creda fermamente nei sondaggi. Questo sarebbe stato allora ad aver convinto il Cavaliere nella decisione di non candidare Dell’Utri e Cosentino? Il dato, in realtà, non regge affatto. Nei fatti, ha ragione da vendere Nick quando dichiara di aver “portato il partito al 48 per cento”. Nulla di più vero. Quando viene nominato coordinatore nel giugno 2005, il Pdl era fermo addirittura all’11 per cento (elezioni regionali di aprile 2005). Nel giro di qualche anno, con l’elezione a governatore di Stefano Caldoro (nonostante i due siano rivali interni al partito, come sappiamo), il Pdl sale incredibilmente, diventando il primo partito campano. Come si può, allora, credere che non candidando Cosentino il partito possa racimolare più voti se – volenti o nolenti – il partito è cresciuto proprio sotto la sua gestione?


IPOTESI NUMERO 2: “È UNA QUESTIONE MORALE”. IMPOSSIBILE – Si dirà: Silvio Berlusconi sta cercando di mettere di portare avanti una “questione morale” all’interno del partito. A ben vedere, infatti, potrebbe essere questa una mossa astuta per collezionare voti: non candidiamo indagati autorevoli in modo tale da (cercare di) recuperare la faccia. Sarà così? Assolutamente no. Impossibile. Innanzitutto perché, tra gli altri, è lo stesso Silvio Berlusconi ad avere sul groppone una condanna in primo grado per frode fiscale. Di che questione morale stiamo parlando, allora? Di due l’una, allora. O cade a priori l’ipotesi che questa sia la ragione della non candidatura di Dell’Utri e Cosentino, oppure bisogna accettare e condividere tesi bislacche come quella del senatore Dell’Utri stesso, secondo cui, come ha detto a La Zanzara, “Berlusconi è il leader, può essere anche condannato”, ma è al di sopra, “non viene considerato” per una possibile incandidabilità nonostante la condanna, “perché è come Garibaldi: non si deve parlare male di lui”.

Facciamo a questo punto un piccolo sforzo. Una sorta di gioco mentale. Facciamo conto che la tesi di Dell’Utri sia accettabile e condivisibile. Accettiamo la tesi secondo cui Berlusconi sia super-leges: sarebbe in questo modo risolta la questione? Troverebbero le non candidature di Dell’Utri e Cosentino giustificazione nella pidiellina “questione morale”, decisamente sui generis? Anche in questo caso no, dato che non sono affatto pochi gli indagati in lista, come già abbiamo avuto modo di documentare: da Amedeo Laboccetta a Roberto Formigoni, da Luigi Cesaro a Denis Verdini.


IPOTESI N.3: “HANNO PROCESSI A CARICO PER MAFIA”. IMPOSSIBILE – Qualcun’altro potrebbe allora dire: sì, ma Dell’Utri e Cosentino sono implicato in processi per mafia l’uno, camorra l’altro. Ecco perché è stato meglio non candidarli. Peccato, però, che tra le liste spiccano nomi eccellenti che si sarebbero distinti per i loro rapporti con le criminalità: lo stesso Luigi Cesaro, addirittura finito in manette negli anni Ottanta dopo un blitz contro la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e oggi sotto inchiesta per i suoi rapporti con i Casalesi; Giuseppe Scopelliti, delle cui frequentazioni – determinanti poi per il commissariamento di Reggio di cui Scopelliti era sindaco prima di diventare Governatore – Infiltrato.it già si è occupato. Senza dimenticare, ancora, Antonio D’Alì, rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa per i suoi rapporti col boss e superlatitante Matteo Messina Denaro.


dellutri_cosentino_verdini_silvio_p3COSA C’È DIETRO? IL RUOLO CHIAROSCURALE DI VERDINI – A questo punto poniamoci ancora la domanda iniziale: perché Cosentino e Dell’Utri sono stati esclusi? Dopo l’ex-cursus è evidentemente più difficile rispondere. Prendiamo allora la questione da un altro punto di vista: l’unico che avrebbe voluto (e potuto) salvare i due era Denis Verdini. Anzi: secondo quanto è trapelato nei giorni scorsi ci sarebbe stata una vera e propria lotta interna tra l’ala alfaniana e quella verdiniana. Oggetto del contendere proprio le candidature dei due “impresentabili”. Il coordinatore nazionale del partito, colui che nei fatti aveva l’ultima parola (dopo B.) nella redazione delle liste, non avrebbe potuto mai opporsi alla logica del “non candidiamo gli incandidabili” perché, a quel punto, avrebbe dovuto rinunciare alla corsa anche lui, visti i diversi procedimenti a suo carico. Il discorso, però, potrebbe essere ancora capovolto: perché, ad esempio, Verdini si sarebbe impuntato proprio sulla necessità di ricandidare Dell’Utri e Cosentino e, invece, avrebbe accettato di buon grado l’esclusione di Milanese e Papa? Ecco perchè, probabilmente, questo non basta a giustificare il suo interessamento per gli amici Marcello e Nicola…


TUTTI INSIEME APPASSIONATAMENTE: LA “P3”. CHE “CESARE” SIA DELUSO DAI SUOI? – Andando indietro con la memoria non si può non pensare all’inchiesta sulla P3. Non è facile spiegare questa strana storia, tutta italiana (e berlusconiana). In sintesi, secondo gli inquirenti, alcuni faccendieri avrebbero messo su una società segreta (il reato contestato è proprio questo, secondo la Legge Anselmi) al servizio, come si evince dalle intercettazioni, di “Cesare”. Ed è proprio in questa inchiesta che li troviamo tutti assieme: Dell’Utri, Verdini e Cosentino (oltre, appunto, a faccendieri, magistrati ed altri politici di spicco del Pdl).

Ma chi è Cesare? Non ci sono dubbi: è proprio lui, Silvio Berlusconi. Lo afferma un’informativa della Guardia di Finanza, ma trapela oltre ogni lecito dubbio da una telefonata tra Flavio Carboni e Pasquale Lombardi, in cui il primo annuncia che Cesare non potrà essere presente all’incontro con Verdini, nella sontuosa dimora di Palazzo Pecci Blunt, ai piedi del Campidoglio, perché in partenza per San Pietroburgo. Ergo: in volo dall’amico Putin.

D’altronde, nelle riunioni, gli argomenti affrontati erano quelli cari al Cav. Si complottava al vertice di organi costituzionali o di rilevanza costituzionale per la modifica di norme che non gli garantivano l’immunità (Lodo Alfano), o per risolvere annose vertenze con imprenditori nemici (Lodo Mondadori). Tutto per Cesare, com’era chiamato B. nelle intercettazioni. Tutti insieme, dunque. Tutti al servizio di B. per risolvere le sue questioni economiche e giudiziarie.

È infatti senza dubbio questa l’inchiesta che meglio descrive il sistema di potere berlusconiano, nonostante lui, Cesare, non sia né indagato né sia mai stato sentito. Un sistema familistico e insieme arrogante, predisposto alla violazione sistematica delle leggi, ignaro di ogni regola istituzionale, privo del più elementare senso dello Stato. E, non a caso, a gestire il tutto, la sua fida triade: il siciliano Dell’Utri, fondatore di Forza Italia, il vice Cesare nelle intercettazioni, il grande capo cui tutti devono rivolgersi per ogni decisione. Il toscano Verdini, braccio finanziario degli affari che ruotano attorno al suo Credito cooperativo, la Banca toscana da cui sarà costretto a dimettersi al culmine dello scandalo sulla Cricca. Nick Cosentino, l’uomo che la cricca avrebbe voluto come Governatore campano al posto di Stefano Caldoro.


DOMANDE LECITE, SENZA RISPOSTA (PER ORA) – Ecco che allora sorge il dubbio: che qualcosa sia andato storto? Che Silvio Berlusconi sia rimasto deluso da quanto fatto dalla P3? Dai suoi non-risultati? Che sia da rintracciare qui, nella P3 (l’unico momento concreto in cui li ritroviamo tutti assieme) il motivo della bocciatura di Dell’Utri e Cosentino da parte di Berlusconi?

E soprattutto: viste le dichiarazioni di questi giorni di Cosentino e Dell’Utri, che il tono minaccioso (esplicito quello del campano, più velato quello del siciliano) non sia riferibile proprio alla vicenda della P3? È infatti a partire da qui che sarebbero allora comprensibili le pressioni di Denis Verdini per una loro ricandidatura, così come troverebbe giustificazione l’affanno di Silvio nel contattare Cosentino dopo la sua decisione di estrometterlo (soltanto ieri l’avrebbe telefonato sette volte).

Insomma, è ripartendo dalla P3, forse, che si potrebbero trovare risposte interessanti. E che, probabilmente, ci direbbero dei nuovi quadri, delle nuove dinamiche che muovono il Pdl. Non bisogna dimenticare un particolare: così come nel passato, Silvio Berlusconi sarà preso dai suoi interessi economici (Mediaset) e dalle sue grane giudiziarie (condanna in primo grado e prossima sentenza per Ruby) anche nella prossima legislatura. Insomma, gli stessi motivi che avevano animato la P3. Ecco perché, per quanto detto sino ad ora, non è da scartare l’ipotesi che la decisione di B. di non ricandidare il duo Cosentino-Dell’Utri dipenda da una pesante bocciatura per i due e dall’idea di una nuova squadra, di un nuovo scacchiere che B. vuole costruirsi intorno a sé. Da un cambio al vertice, quello occulto (o para-occulto), tramite cui B. si muoverebbe.

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