PAOLA SEVERINO/ Il Ministro (berlusconiano) della Giustizia che odia intercettazioni e pentiti di mafia

di Carmine Gazzanni

Tutti i quotidiani sono d’accordo: Paola Severino è un Guardasigilli di tutto rispetto. Il neoministro della Giustizia (la prima donna nella storia della Repubblica italiana a ricoprire quest’incarico) ha, in effetti, un curriculum decisamente invidiabile. Eppure tra i suoi assistiti troviamo nomi interessanti (da Salvatore Buscemi condannato per la strage di Capaci, a Gilberto Caldarozzi per i fatti del G8 di Genova, fino a Cesare Geronzi e Caltagirone). Non solo: alcune sue dichiarazioni (su intercettazioni e pentiti di mafia) lasciano presagire la linea di continuità con il passato Governo berlusconiano … 

Partiamo da quanto aleggia tra l’opinione comune. La Severino è la donna giusta per quest’incarico: attualmente ricopre Paola_Severinola carica di vicerettore della LUISS dove è anche Direttore del Master in Diritto penale d’Impresa. È stata vicepresidente del consiglio della magistratura militare dal luglio 1997 al luglio 2001, anche qui stabilendo il record di prima donna eletta a tale carica. È decisamente un avvocato di tutto rispetto. A detta di tutti la penalista più nota in Italia. Insomma, un curriculum di peso a cui, oggi, si aggiunge un altro tassello decisivo: prima donna Guardasigilli nella storia della Repubblica.

 

Ma quale potrà essere il suo programma? Per il momento Paola Severino ha preferito non sciogliersi: “Prima della fiducia non sarebbe corretto istituzionalmente”, ha detto. Vedremo nei prossimi giorni. Tuttavia, andando a spulciare nei dettagli la sua storia una qualche idea potremmo farcela. Anche la Severino, infatti, non devia dal legame forte di questo Governo (checché se ne dica) con i poteri che contano. Dalle banche all’imprenditoria. È tuttora membro della redazione della rivista “Banca, borsa e titoli di credito” e, nel corso della sua attività forense, ha difeso, tra gli altri, grandi aziende quali Eni, Enel, Sparkle, Telecom, Rai, Total, Federconsorzi. Insomma, come ha detto Travaglio, un Guardasigilli “più che di grandi intese, di grandi imprese”.

 

 

Ma potremmo definire la Severino anche un avvocato bipartisan. Tra i suoi assistiti, infatti, si va da Romano Prodi per il crac della Cirio, fino a Giovanni Acampora, legale della Fininvest poi coinvolto nel processo Imi-Sir. E ancora. Il ministro polivalente, se da una parte ha rappresentato l’Unione delle comunità ebraiche nel processo al nazista Erich Priebke, non si è tirata indietro, nel 2004 a Spoleto, per interpretare, in un dramma teatrale, il ruolo dell’avvocato di Galeazzo Ciano, marito di Edda Mussolini e genero del Duce. Scelta tutt’altro che congeniale visto il suo impegno forense con la comunità ebraica.

 

A questo punto, però, qualcuno potrebbe controbattere ritenendo (giustamente) che sia legittimo per un avvocato difendere chi si voglia. Andiamo oltre, allora. Prendiamo in considerazione alcuni altri aspetti. Finchè, infatti, si difende tutto è legittimo. È diverso se si rilasciano bizzarre dichiarazioni. Una cosa è  semplicemente difendere Cesare Geronzi sul crac Cirio, altro è poi commentare la sua condanna affermando che “mina il rischio d’impresa del sistema bancario”. Una cosa è difendere in aula Francesco Caltagirone e figlia per Enimont, altro è, difenderlo dalle colonne del giornale dello stesso imprenditore (Il Messaggero). Quando si dice “conflitto d’interessi”.

 

D’altronde la Severino non è lontana dal conflitto d’interessi nemmeno in questo esecutivo. Suo marito, Paolo Di Benedetto, nel 2000 sale di grado: da funzionario diventa amministratore delegato di BancoPosta Fondi Sgr. E chi è che lo nomina? L’ex amministratore delegato delle Poste. Tale Corrado Passera.

 

Ma andiamo avanti. Checché se ne dica, infatti, il neo ministro non è affatto un “tecnico” lontano dai partiti. Sì, non è mai stata candidata. Ma il suo nome, in più occasioni, è stato avanzato da diversi leader. Ad iniziare da Pierferdinando Casini che pensò a lei nel 2002 per la nomina alla vicepresidenza del Consiglio superiore della magistratura. E poi ecco Silvio Berlusconi. Dopo le dimissioni di Angelino Alfano e prima della nomina di Nitto Palma, il Cavaliere aveva pensato proprio a lei.

 

D’altronde la Severino ha sempre avuto ottimi rapporti con il passato esecutivo. Nota è la sua amicizia con Augusta Iannini: moglie di Bruno Vespa, la Iannini è stata soprattutto capo del dipartimento degli Affari legislativi del ministero della Giustizia. Un posto-chiave per tutte le proposte volte alla tutela del Cavaliere.

 

Ma la vicinanza tra la Severino e Berlusconi risulta ancora più concreta da alcune dichiarazioni passate del ministro (ricordate da Gianni Barbacetto). Inspiegabili (perché false) sono state le sue dichiarazioni sulle intercettazioni telefoniche che avrebbero “rilevantissimo costo, pari al 33 per cento delle spese di giustizia” (Il Messaggero, 6 giugno 2008). Non solo. Questo strumento porterebbe i magistrati ad una “perdita di capacità nell’utilizzo di tecniche investigative tradizionali”. Come dire: se hai uno strumento che ti agevola il lavoro, non lo utilizzare perché altrimenti non c’è più sfizio. E poi via via col copione di gusto decisamente berlusconiano: travolgono “qualunque forma di tutela della riservatezza”, vengono pubblicate “infrangendo il segreto investigativo”, fanno finire sui giornali “conversazioni del tutto prive di rilevanza penale”, nella “ricerca irrefrenabile di aspetti solo scandalistici in vicende giudiziarie”.

 

Ma non finisce qui. La Severino, dall’alto dei suoi editoriali su Il Messaggero (12 marzo 2000), riserva critiche (queste ancora più inspiegabili) ai pentiti di mafia. Questi sarebbero un “male”, benché “necessario”, e hanno effetti “simili a quelli della chemioterapia nel corpo di un ammalato di tumore, e cioè a volte peggiori delle manifestazioni della malattia”. Su tutti, è Giovanni Brusca che lei non vede di buon occhio. La sua collaborazione (che è stata, in realtà, determinante per l’omicidio Falcone) ha avuto pessimi effetti: “l’imbarbarimento del sistema, lo svuotamento graduale della funzione investigativa” e, per i magistrati, “l’adagiamento nel comodo ruolo di collettore di confessioni mai disinteressate e a volte suggerite da scopi che nulla hanno a che vedere con la giustizia”.

 

Da quanto dice, insomma, si può escludere che i disegni di legge del Governo Berlusconi in materia di giustizia prendano polvere. Prepariamoci a ritrovarceli, ancora, sotto il naso. Sic NON transit gloria mundi.

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