OPUS DEI/ Costruttori, banche, imprenditori: così il Vaticano è colpevole del disastro italiano

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Oggi si comincia con il Conclave. Tutti gli occhi saranno puntati sui cardinali che, riuniti, decideranno chi sarà il prossimo pontefice. Sulla scelta, però, non incideranno solo ragioni spirituali e religiose, ma anche – e soprattutto – politiche. Tanti, infatti, sono i gruppi di potere. A cominciare dall’Opus Dei. Incredibile la rete di potere finanziaria della prelatura vaticana. Tutti i grandi nomi dell’economia italiana sono legati all’Opera. Da Caltagirone a Elfio Marchini, da Luigi Zunino a Salvatore Ligresti. E poi le banche (su tutte proprio il Monte dei Paschi). Senza dimenticare il ruolo dei cattolicissimi Garofano e Colleoni. Sconosciuti ai più, ma – come vedremo – protagonisti di spicco della finanza italiana.

 

Nessuno ne parla più. Eppure la vicenda del Monte dei Paschi continua ad andare avanti. Ormai da circa un mese la Procura di Roma indaga anche sui legami tra la banca senese e lo Ior. Secondo il pm titolare Nello Rossi su quei conti sarebbero passati i fondi necessari a pagare le persone utilizzate nel 2007 per organizzare la seconda vendita di Antonveneta, passata dal Banco Santander a Mps con un plusvalore per gli spagnoli di oltre tre miliardi di euro. Infiltrato.it è stato uno dei primi a gettare luci sui legami tra Mps e finanza vaticana. L’inchiesta del nostro giornale, intanto, è andata avanti: sono incredibili gli intrecci tra mondo finanziario-imprenditoriale e l’Opus Dei. Tra affiliati e simpatizzanti, l’alta prelatura del Vaticano è riuscita a mettere le mani su una fetta importante dell’economia italiana. E la rete di interessi tocca sempre gli stessi: da grosse banche (a cominciare proprio dal Monte dei Paschi) fino a nomi importanti dell’imprenditoria come Caltagirone, Salvatore Ligresti, Matteo Arpe, Giuseppe Maria Garofano, Elfio Marchini, Gastone Colleoni. A spulciare azionariati, partecipazioni e finanziamenti garantiti dagli istituti bancari, sembra che l’unico comandamento dell’Opus sia: nessuno tocchi gli affiliati!

IL CASO ALERION. TUTTI DENTRO: MPS E OPUS DEI – Per comprendere gli intrecci economici che ruotano attorno all’Opus Dei partiamo dal caso Alerion, società impegnata soprattutto nella produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Nonostante pochi conoscano questa spa (di cui, peraltro, Infiltrato.it si è già occupato) è l’esempio lampante di come banche, imprenditoria e poteri finanziari facciano affari sotto l’egida della prelatura cattolica. Alerion è una partecipata del Fondo per le Infrastrutture, società di gestione del risparmio (sgr) che investe i risparmi raccolti da banche e fondazioni (le quali detengono azioni del Fondo) in società attive in diversi settori. Ebbene, intorno all’Alerion ruotano tanti e tanti nomi legati all’Opera. A cominciare da Ettore Gotti Tedeschi, ex numero uno dello Ior (prima della defenestrazione ad opera di Tarcisio Bertone) e vicepresidente della partecipata.

Il ruolo di Gotti Tedeschi, d’altronde, è di prim’ordine essendo anche presidente del Fondo per le Infrastrutture che ne detiene il 15% delle azioni. Finita qui? Certo che no, dato che il nome di Gotti Tedeschi è, come detto, strettamente legato anche al Monte dei Paschi di Siena, essendo stato il numero uno del Banco Santander ai tempi del passaggio di Antonveneta. La cosa non è affatto secondaria dato che anche il numero uno della banca spagnola, Emilio Botin, è uno dei banchieri più vicini in assoluto all’Opera. Come lo è anche Andrea Orcel che, nel 2007, al quartier generale londinese di Merrill Lynch, ricopriva il ruolo di presidente della divisione global markets & investment banking. In altre parole, Orcel ha seguito in quanto consulente di Mps a nome della Merrill Lynch, il passaggio di Antonveneta.

Insomma, che Mps sia legata all’Opera è un dato di fatto. Ed ecco allora altre particolari coincidenze. Sarà un caso, ma in Alerion gioca un ruolo tutt’altro che secondario anche proprio Mps che detiene il 6% delle azioni. Un pacchetto azionario che ha consentito alla banca di inserire nel cda di Alerion un suo uomo. Stiamo parlando di Antonio Marino, il quale è nientepopodimenoche vicedirettore generale a Siena. Insomma, un grosso intreccio economico-bancario. Tutto, come detto, sotto l’egida dell’Opus Dei. Bisogna infatti ricordare che, nel cda, non spicca soltanto il nome di Gotti Tedeschi, ma anche quello di Giuseppe Maria Garofano, legatissimo all’Opera e a uno dei suoi personaggi più noti, Gianmario Roveraro (morto in circostanze misteriose: nel 2006 viene sequestrato, ucciso e tagliato a pezzi); e quello dello stesso presidente di Alerion, il conte Gastone Colleoni, anche lui uomo dell’Opus Dei e anche lui – sebbene sia poco conosciuto – volto di primo piano della finanza italiana.

IL CONTE DELL’OPUS – Basti, d’altronde, fare un piccolo ex-cursus proprio sulla nascita della partecipata per comprendere il ruolo di Colleoni. Alerion nasce nel 2003 dalle ceneri di Fincasa 44 su cui fece un’opa la finanziaria olandese Ibi Holding. Ibi, allora, era il marchio di fabbrica proprio di Garofano. E fu proprio per suo volere che si formò una cordata alla cui testa si pose Colleoni. Il perché? L’uomo dell’Opus deteneva l’8% della società olandese.

Non solo. Se infatti è proprio nel 2003 che Colleoni fece il suo ingresso a Piazza Affari, già qualche anno prima si era preso le sue soddisfazioni. E sempre contando sulla rete intessuta grazie all’Opus. Nel 1998, insieme a Carla Colleoni, era entrato nella quotata Bonaparte spa di un Luigi Zunino in grande ascesa e anche lui vicino all’Opus. La longa manus cattolica, però, è stata evidente soprattutto nell’avventura della piccola Banca Mb, poi finita sotto commissariamento di Bankitalia. Anche lì Colleoni era presidente. E anche lì i membri del cda erano strettamente legati all’Opera. Ritroviamo, ad esempio, ancora Giuseppe Garofano. Ma tra gli altri spiccava anche Giuseppe De Lucia Lumeno, il potente segretario di Assopopolari che la fondò e diresse insieme al suo mentore Fratta Pasini, presidente del Banco Popolare e della stessa Assopopolari.

GLI INTRECCI SENZA FINE. IL CASO DI “INDUSTRIA E INNOVAZIONE” – Il quadro che emerge, dunque, ha dell’incredibile. Pur rimanendo su una sola società – Alerion – si tocca con mano lo strapotere dell’Opus Dei. Una rete spaventosa di interessi e di affari. Scrive Ferruccio Pinotti in Opus Dei segreta: ”l’Opus Dei è, in Italia un potere reale; un potere forte. Ma anche un potere che opera in segreto, perché i nomi dei numerari, soprannumerari, aggregati e cooperatori restano ignoti. Eppure in qualsiasi Azienda, in qualsiasi carica pubblica,in ogni ministero, in ogni tribunale, in ogni università, in ogni ospedale, in ogni giornale ci sono una o più persone che – a vario titolo ed in forme diverse –  risultano essere vicine all’Opus Dei”.

Nulla di più vero. Basti pensare che gli stessi protagonisti della stagione della Banca Mb sono gli stessi oggi presenti in Alerion. Stiamo parlando di uomini di punta della finanza italiana come Matteo Arpe, Salvatore Ligresti o Alfio Marchini, imprenditore romano molto vicino ad un altro simpatizzante dell’Opera come Francesco Gaetano Caltagirone (che peraltro è stato vicepresidente di Mps e, per via di sue partecipazioni in Generali, ha fatto affari proprio tramite il Fondo per le Infrastrutture). Tutti con piccole partecipazioni in Alerion. I ruoli rimangono gli stessi in un’altra società con cui la stessa spa collabora. Stiamo parlando di Industria e Innovazione: qui l’azionariato si compone, pressappoco, degli stessi nomi. In entrambi, ad esempio, spicca la Fondiaria che fu di Ligresti, la Nelke srl di Luciano Garofano (parente di Giuseppe). E, ancora una volta, il Monte dei Paschi con un pacchetto azionario dei più alti (oltre il 9%). Presidente è Giuseppe Garofano. Ancora lui. E Colleoni? Non c’è. Ma niente problema. Altro nome che spicca nell’azionariato è quello della figlia del conte, Beatrice: un piccolo pacchetto azionario – poco più del 2% – che comunque le garantisce diritto di parola nel consiglio di amministrazione.

LA RETE FINANZIARIA DELL’OPUS E IL SUPPORTO DELLE BANCHE. I CASI DI LIGRESTI E CALTAGIRONE – Il quadro fin qui prospettato è chiaro. Siamo partiti da una piccola spa ed è evidente come i nomi che ricorrono siano sempre gli stessi. Tutti legati all’Opus. Chi perchè semplice simpatizzante, chi perchè vero e proprio affiliato. Si potrebbe partire proprio da qui per comprendere come sia vasta questa rete di affari. Anche perché personaggi come Zunino, Ligresti e Caltagirone sanno bene come salvaguardare i propri interessi legandosi a questa o quella banca. Il caso più clamoroso è quello di Ligresti: esposto in passato complessivamente per oltre un miliardo verso Mediobanca e per più di 350 milioni di euro verso Unicredit, prima l’una poi l’altra banca hanno salvato negli anni i suoi interessi. Nel 2011 Unicredit ha garantito infatti un finanziamento di circa 200 milioni di euro. Ma ecco il conflitto di interessi: Ligresti era socio allo 0,3 per cento della banca che l’ha salvato.

Passa un anno e arriva il secondo intervento. Nell’estate 2012, visti i conti in rosso della Fondiaria, si fa avanti l’Unipol per prelevare la società. Anche questa grande compagnia però aveva in conto in rosso e, dunque, non avrebbe avuto i soldi per condurre l’operazione se non fosse stato per una banca in particolare. Quale? Mediobanca che, addirittura, ritiene che l’operazione serva a salvaguardare il suo credito di oltre un miliardo nei confronti proprio della Fondiaria. Deciso, allora: finanziamo l’operazione Unipol. Domanda: ma chi c’è nel cda di Mediobanca? Jonella, figlia di Salvatore Ligresti il quale, peraltro, è tra i soci più influenti dello stesso istituto finanziario. Il 19 luglio 2012 l’operazione va in porto: Premafin, Fondiaria-Sai e Unipol vengono ricapitalizzate per oltre 400 milioni di euro. Il tutto grazie all’intervento di Mediobanca e, ancora, di Unicredit che versa, oltre il finanziamento dell’anno precedente, altri 61 milioni di euro per mantenere la sua quota di azioni.

Stesso dicasi anche per Caltagirone. Nel periodo in cui è stato vicepresidente di Mps, come Infiltrato.it peraltro ha già documentato, i suoi affari sono cresciuti esponenzialmente. Nel 2009 il Monte dei Paschi, attraverso Antonveneta (successivamente incorporata in Mps Immobiliare) ha venduto alcuni immobili. Indovinate a chi? Alla Immo 2006 srl, società controllata indirettamente da Francesco Gaetano Caltagirone. Costo dell’operazione: 37,58 milioni di euro. Finita qui? Certo che no. Per il socio-vicepresidente-imprenditore-cliente gli affari sono stati d’oro durante questo periodo. E allora ecco un altro finanziamento notevole: sempre nel 2009 alla Cementir Holding (direttamente controllata dalla Caltagirone spa) sono stati erogati dalla banca di Rocca Salimbeni 49,5 milioni. Ma, probabilmente, non sono bastati. E allora, dopo solo un anno, da Siena sono arrivati altri finanziamenti per Caltagirone per oltre 200 milioni di euro, concessi ovviamente in varia forma tecnica, più mutui fondiari per 30 milioni alla Immobiliare Caltagirone, altra società di punta dell’imprenditore romano.

La Immobiliare, però, nel corso degli anni, ha goduto anche di altri corposi finanziamenti provenienti proprio dalla banca diretta da Mussari. Come quello del 2008: 120 milioni di euro. Arriviamo così a maggio 2010. Il cda di Mps delibera un “incremento delle linee di credito ordinarie con utilizzo secondo varie forme tecniche per 175 milioni di euro a favore di Acea S.p.A”, poi seguite da altri 15 milioni. Anche la multiutility romana, leader – come si legge sul sito – “nel settore idrico e dell’energia”, è ovviamente una partecipata da Caltagirone (allora al 13 per cento, oggi al 15). Il suocero d’oro di Casini, poi, esce sua sponte dalla banca senese. Probabilmente perché sente puzza di bruciato (come nei fatti sarà). Gli affari però continuano. Non solo sempre con Mps. Ma anche tramite la rete di agganci nel Fondo per le Infrastrutture, alla cui creazione partecipa in quanto vicepresidente di Generali: la società di assicurazioni, infatti, già nel 2007 – anno di nascita di F2i (questa la sigla del Fondo) – aveva sottoscritto una quota di quasi 100 milioni di euro. E lo ricordiamo: presidente del Fondo è Ettore Gotti Tedeschi, il nome della finanza vaticana.

IL SIMBOLO DEL POTERE: IL CAMPUS BIO MEDICO. E I NOMI SONO SEMPRE GLI STESSI – Un altro spunto per poter comprendere come l’Opus Dei sia una sorta di orizzonte entro cui tutti – imprenditori, banchieri, costruttori – si muovono ci viene offerto dal campus biomedico di Trigoria. A detta di molti sarebbe proprio questo il simbolo del potere della prelatura vaticana. E non a torto: stiamo parlando di una struttura costata quasi 180 milioni, con cinque reparti ospedalieri già attivati e una capacità di accoglienza che a regime sfiora i 400 posti letto, con 18 sale operatorie e un eliporto. Più un ateneo, con annesso polo di ricerca nel campo della bioingegneria. E complessivamente un migliaio di dipendenti, con circa 80 milioni di ricavi annuali. Insomma, un grosso investimento, nato qualche anno fa. Nel 1991 per la precisione.  A promuovere l’iniziativa è stata la Cbm di Milano, società costituita da tre personaggi legati appunto all’Opus Dei. Di chi stiamo parlando? Ma ancora di Giuseppe Garofano, è chiaro. E poi, ancora, dell’immobiliarista genovese Giuseppe Luce e del commercialista Pierino Lucchini, della Fondazione Rui, a cui fanno capo tutte le attività scolastiche della prelatura.

A questo punto cosa succede? Cominciano i lavori e nel ’93 viene inaugurato il primo corso di laurea. E rettore diventa un altro iscritto all’Opus Dei. Stiamo parlando di un fedelissimo di Luce, anche lui genovese: il presidente della Fondazione Carige Vincenzo Lorenzelli, a capo anche della Fondazione Rui. Gli anni passano, il campus cresce, l’Opus fa affari. Fino appunto all’exploit avvenuta con l’inaugurazione della mega-struttura a Trigoria. Domanda: chi finanzia il progetto?

Gli stessi citati sino ad ora: “per finanziarlo – scriveva nel 2008 il CorSerasi raccolgono nuovi azionisti tra fondi pensione (Enpam, Inarcasa), sgr (la Fabrica immobiliare di Francesco Gaetano Caltagirone, la Sorgente dei Nattino) e banche di matrice cattolica (Ubi, Popolare di Verona, Popolare di Sondrio, Antonveneta). Qualche banchiere entra in Cbm a titolo individuale, da Carlo Salvatori a Corrado Passera, allo scomparso Gianmario Roveraro. Altre quote vengono sottoscritte dai soci della Alerion di Garofano. Oppure da costruttori come i fratelli Toti e Alfio Marchini, da Luigi Zunino, il bresciano Defendente Marniga e il bolognese Renzo Menarini”.

Insomma, l’Opus regala affari e contatti. E quando chiama sono tutti pronti a intervenire. Un’originale interpretazione del “date a Dio quel che è di Dio, e a Cesare quel che è di Cesare”.

 

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