OPERAZIONE GRANDE CENTRO/ Tra fondi neri e tecnocrazia: chi lo finanzia? E spunta il nome di Bersani

L’inchiesta, denominata Sofia, fu archiviata nonostante esistessero fondate e documentate tracce che portavano all’utilizzo di fondi neri destinati proprio all’Operazione (rinascita) del Grande Centro. Tra i nomi di spicco ne spunta uno che in pochi avrebbero immaginato: quello del segretario del Pd Pierluigi Bersani.

 

di Viviana Pizzi

L’operazione Sofia, datata maggio 2000, aveva come obiettivo quello di scoprire gli intrecci che portavano alla volontà della nascita di un Grande Centro capace di governare il Paese. E di far risorgere quella Democrazia Cristiana defunta otto anni prima sotto le macerie di Tangentopoli.

Un polo alternativo a quello che allora veniva definito Ulivo e anche al Polo delle Libertà di centrodestra e di Silvio Berlusconi. In termini politici la nascita del Grande centro altro non significava che abbandonare il bipolarismo all’americana nato nei primi anni del ventunesimo secolo per tornare al sistema politico elettorale della Prima Repubblica dove la Democrazia Cristiana la faceva da padrone con il suo grande bacino elettorale e si alleava con i partiti a lei più congeniali, fino a costituire il pentapartito di cui la vera opposizione stava soltanto negli estremismi più marcati del Partito Comunista Italiano.

Ora con Monti candidato e con Casini e Fini che lo appoggiano quei desideri datati tredici anni fa potrebbero trovare un vero e proprio compimento. L’inchiesta denominata Sofia fu archiviata nonostante esistessero fondate e documentate tracce che portavano all’utilizzo di fondi neri destinati proprio all’operazione rinascita del grande centro. Tra i nomi di spicco ne spunta uno che in pochi avrebbero immaginato: quello del segretario Pd Pierluigi Bersani. Come si intreccia con gli altri lo vedremo ricostruendo i passi più salienti dell’inchiesta.


OPERAZIONE SOFIA: 670 MILIARDI DA RIPULIRE

L’inchiesta nacque nel maggio del 2000 da un caso di usura che avrebbe coinvolto anche quello che era allora il cardinale di Napoli Michele Giordano.

Il dossier che era nelle mani della Guardia di Finanza era partito da rivelazioni di due fonti coperte e giudicate allora dagli inquirenti  davvero super attendibili. Il nome dell’operazione (So’fia) arrivò presumibilmente da un maxiriciclaggio di denaro proveniente proprio dalla capitale bulgara. Una storia che potrebbe arrivare persino al Vaticano e all’attentato di papa Wojtyla.

Secondo quanto riportato dal mensile La Voce delle Voci esiste un plico con due documenti con cifre, nomi e intrecci tra i vari soggetti interessati. Una organizzazione che serviva a un solo obiettivo: la rinascita del Grande Centro.

Come fare? Semplice: utilizzando probabilmente  un tesoro nascosto di 670 miliardi delle vecchie lire ripuliti e transitati per numerose banche non solo italiane. Tra queste non poteva mancare la elvetica Credito Svizzero di Berna.

Poi c’erano l’Ubs, l’Ambroveneto, la Popolare di Milano, Cariplo e Credito Agrario Bresciano. Fondi che risulterebbero poi provenire dalla famiglia Matarrese e dagli affari di Italia ’90 di cui era presidente organizzativo proprio quel Luca Cordero di Montezemolo oggi grande alleato di Mario Monti. L’inchiesta, lo ricordiamo, è stata archiviata e queste restano tuttavia soltanto ipotesi.

Le prime pubblicazioni arrivano nel gennaio 2001 e transitano anche per le colonne del Giornale con un’inchiesta dal titolo “Dollari, imprenditori e 007: ecco il bluff dell’inchiesta segreta sul Cardinale Giordano” a firma di Gianluigi Nuzzi in cui si parla anche dell’archiviazione dell’inchiesta Sofia.

Il giornalista, nel capitolo “Il Golpe Porpora”, non solo ricompone i tasselli del mistero Sofia ma parla di “un Grande centro visto come un laboratorio politico- economico e finanziarioe di pericoli effettivi per una “gestione non democratica del potere”.

Un allarme davvero grande che potrebbe riproporsi oggi, a un mese o poco più da elezioni che sembrano contrapporre i personaggi che allora erano legati dallo stesso obiettivo. Che potrebbe essere raggiunto, politicamente parlando, proprio dopo le consultazioni elettorali del 24 e 25 febbraio. Allora a preoccuparsene fu Rolando Mosca Moschini, oggi consigliere militare di Giorgio Napolitano e in lizza tredici mesi fa per un posto all’interno del governo Monti.


GLI INTRECCI POLITICI E LE INCHIESTE ARCHIVIATE PER IL RAGGIUNGIMENTO DEL POTERE

Come fare a far fruttare il denaro che andava a favore di questa grande operazione? Di certo andava individuata un’iniziativa economica sulla quale poterlo investire. Si è ipotizzato, ma anche questa inchiesta finì in archivio, come quella dell’operazione Sofia.

Si parlò del business dell’Alta Velocità che da un investimento di 25mila miliardi di lire (e sulla quantità di questa somma si dubiterà per sempre) a un investimento di 150mila miliardi.

Tra le iniziative economiche poteva essere segnalata anche la nascente Ntv affidata agli imprenditori Andrea Della Valle e Luca Cordero di Montezemolo oggi tra i più grandi sostenitori di quel “Grande centro” targato Mario Monti.

Con loro anche Gianni Punzo finanziatore dell’Intesa San Paolo di Passera. Anche questo passaggio finì nell’archivio come il ruolo che lo Ior aveva svolto nell’operazione sugli alti prelati Mario Fornasari e Giuseppe Monti tutti riconducibili all’Associazione Internazionale Apostolato Cattolico. Anche qui però silenzio da parte delle procure e in particolar modo della procura di Roma.

Tra le inchieste archiviate anche la Phoney Money di Aosta scippata a un pm di nome David Monti in cui si parla di maxi riciclaggi, traffici di titoli di Stato taroccati. In comune con Sofia aveva moltissimi nomi. Che restano puliti grazie al sotterramento di migliaia di pagine di incartamenti e inchieste.

Chi c’era ancora, seguendo le inchieste della “Voce delle Voci”, dietro all’Operazione Sofia? Anche alcuni agenti del servizio segreto israeliano. Partendo dalla superspia  Michael Herzog, e dei suoi colleghi Hans Bauer, Albert Berdik Zwonko e Darius Gregor Mucha. Protagonisti, insieme a vertici della stessa Finanza e ad alcuni “referenti” imprenditoriali, di una serie di incontri “operativi” nella capitale: dall’Hotel Jolly di Roma fino alla magione privata di Giulio Andreotti.

Tra gli altri nomi che vengono fuori anche quelli di imprenditori e politici, spiccano quelli dei due grossi gruppi del mattone i Mezzaroma e soprattutto i Matarrese, proprietari di mezza Bari e non solo e con Antonio presidente della Federcalcio ed ex deputato Dc. Due i nomi politici, quelli che non ti aspetti e che mai potresti immaginare che ci siano: Pierluigi Bersani ora segretario nazionale del Pd e leader della coalizione di centrosinistra e Raffaele della Valle, allora iscritto a Forza Italia e avvocato di grido del caso di Enzo Tortora.

Secondo la teoria di Nuzzi nel 1998 si stava già lavorando al Grande Centro. Coinvolti nell’operazione squisitamente politica Maccanico, Dini e Marini. Insieme a loro anche Enrico Letta (componente della Aspen Istitute) e alleato di Monti nonostante l’appartenenza piddina insieme al ministro Corrado Passera e all’ex premier Giuliano Amato. Tutti insieme appassionatamente per ricostruire il grande centro di potere per poter governare indisturbati e isolando le frange estremiste del parlamento. E perché no anche l’ascesa al potere di Silvio Berlusconi che non figura mai in questi incartamenti.

 

operazione_grande_centro_chi_finanzia_perchIL PRESUNTO RUOLO DI BERSANI E GLI INTRECCI CON LE FAMIGLIE MATARRESE E RIVA

Per dovere di cronaca lo ribadiamo. Il nome di Pierluigi Bersani figura tra gli incartamenti dell’inchiesta dell’Operazione Sofia regolarmente archiviata. Il segretario del Pd non è stato mai ufficialmente indagato per quanto segue.

Stando però a quello che sarebbe potuto emergere nel caso l’inchiesta fosse andata avanti emergeva che “al finanziamento del Grande Centro sarebbero stati interessati tra gli altri Antonio Matarrese e Pierluigi Bersani”.

Nell’incartamento delle Fiamme Gialle di allora emerse “ che il Matarrese disporrebbe della somma di 670 miliardi ( i fondi neri dell’operazione Sofia ndr) depositata in diverse banche sia all’estero che in Italia”. Denaro di cui, come detto sopra, si è potuto soltanto ipotizzare che arrivasse da lavori per gli impianti sportivi dei famosi mondiali di Italia 90 diretti, guarda caso, da Luca Cordero di Montezemolo oggi condottiero del movimento “Italia Futura” di cui proprio i Matarrese fanno parte.

Cosa c’entra Bersani lo andiamo a vedere subito. Il suo nome sarebbe inserito in quella parte d’inchiesta che avrebbe riguardato quella linea ad alta Velocità (la Tav per intenderci) che ha visto protagonisti gli imprenditori Della Valle, Montezemolo e Punzo.

Stando a quanto riportato in numerosi libri tra cui quello del giornalista del Sole 24 ore e di Servizio Pubblico Gianni Dragoni “Alta rapacità – Montezemolo, Della Valle e Punzo all’assalto dei treni superveloci” Bersani, in veste di ministro dei Trasporti del Governo di Giuliano Amato (altro personaggio coinvolto politicamente nella nascita del Grande centro) ha introdotto nella Finanziaria 2001 il decreto che anticipa di un anno la liberalizzazione del trasporto ferroviario ad alta velocità. Dicendo si  quindi alla costruzione e i lavori voluti da quel Grande centro che si andava quindi a costituire sotto l’egida dei treni veloci.

Sei anni dopo, nel 2007 arriva la licenza ferroviaria per cominciare a costruire l’ormai famosa Tav proprio quando Montezemolo è presidente di Confindustria, della Ferrari e della Fiat.  Il 2007 è l’anno del secondo Governo Prodi quando il ministro dei trasporti è Alessandro Bianchi del Pdci ma a Bersani stesso arriva la delega allo Sviluppo.

Non è tutto perché è proprio dalla Puglia che arriva un altro atto d’accusa che stavolta lega Bersanin alla famiglia Riva, la proprietaria dello stabilimento dell’Ilva di Taranto. I fatti sono stati scoperchiati proprio da Matteo Renzi, quel sindaco di Firenze che lo ha osteggiato durante le primarie per la leadership di coalizione.

Sul caso Ilva di Taranto – aveva detto il sindaco di Firenze e come riportato da La Voce delle VociBersani farebbe meglio ad assumere posizioni piu’ caute, visto che ha ricevuto una cospicua donazione dai padroni dell’impianto, la famiglia Riva”.

Di cosa parlava Renzi tutti sono interessati a saperlo ma nessuno approfondisce la natura delle dichiarazioni, in campagna elettorale forse non converrebbe farlo.

Si tratta di una donazione derivante da “contributi regolari” come lo stesso Bersani ha dovuto ammettere, “previsti dalla legge, di imprese che hanno sostenuto campagne elettorali. Anche queste, sono cose che (Renzi ndr)  poteva risparmiarsi”. Si tratta in particolare di 98mila euro che Emilio Riva ha ritenuto giusto donare a Bersani per il finanziamento della campagna elettorale del 2006 del Pd. Accettati dallo stesso segretario nonostante l’imprenditore fosse stato condannato per inquinamento. Questo fatto non è inserito nella grande inchiesta Sofia. Di certo però  contribuisce a gettare nell’ombra la figura del segretario nazionale del Pd pronto a parole a governare l’Italia ma, come dimostrano le carte dell’inchiesta andata al macero, nei fatti collegato a doppio filo a personaggi democristiani come Antonio Matarrese (ex deputato Dc) e Luca Cordero di Montezemolo. Favorendo la nascita della Tav quella stessa osteggiata dalle frange estreme della sinistra e per la quale, in Piemonte, ha avallato l’espulsione di tre amministratori locali dal suo partito proprio per aver appoggiato la candidatura di un sindaco con posizioni dichiaratamente “No Tav”, provvedimento figurato come decisione delle segreteria regionale ma appoggiata da Bersani stesso.

 

GRANDE CENTRO: ECCO CHI ERA INTERESSATO ALL’ESPERIMENTO IERI E IL COLLEGAMENTO COL PRESENTE

Il ritorno in auge dell’ipotesi di Grande centro è politicamente sponsorizzata proprio da Mario Monti figlio politico di quel Paolo Cirino Pomicino di cui risulta essere amico già dalla fine degli anni ’80.

Tra i politici che avevano a che fare con Paolo Cirino Pomicino anche l’ex ministro del Governo Monti Vittorio Grilli.  Tra gli “amici di Cirino Pomicino” risulta anche il titolare di Repubblica Carlo De Benedetti. In un’intervista alla Stampa vengono ricordati i particolari di quanto avveniva in quegli anni.

A fine ’91– dichiara Pomicino – mi venne a trovare Carlo De Benedetti, è la seconda rimembranza e mi disse che assieme ad alcuni amici imprenditori voleva dare vita a un nuovo progetto politico. Mi chiese se “avessi voluto diventare suo ministro. Mi misi a ridere ma pochi mesi dopo capii che non scherzava affatto”.

Tra gli organizzatori di questo nuovo soggetto politico c’era anche Vincenzo Maria Greco, dal terremoto in Campania presente in tutti i più grandi progetti a partire dalla ricostruzione (oggi non ancora terminata purtroppo ndr) e nel panorama degli appalti pubblici. Ancora una volta e anche qui spunta il nome dell’Alta velocità opera sempre più collegata alla nascita del grande centro.

Tra i nomi attuali spunta l’Udc di Lorenzo Cesa, partito ufficiale in cui milita Cirino Pomicino che mantiene però aperte le alleanze anche con altri soggetti politici.

Il progetto può contare su Giannegidio Silva (posto alla presidenza della macchina da soldi chiamata Metronapoli), sugli imprenditori edili Marilù Faraoine Mennella e Antonio D’Amato ( che gestiscono tutta la Napoli orientale)  e sul maxi gestore di patrimoni pubblici Alfredo Romeo.

Chi è costui? Un imprenditore che mantiene alti i rapporti con politici di vari orientamenti tra cui Francesco Rutelli, Renzo Lusetti e Italo Bocchino. Tutti interessati, lo abbiamo visto nelle cronache politiche, a superare il bipolarismo e tornare al sistema politico della prima Repubblica.

Non può mancare il legame tra Pierferdinando Casini e Pomicino. Cementato dalla parentela con la famiglia Caltagirone con la quale Casini è imparentato grazie al matrimonio con la figlia di Gaetano, quella Azzurra Caltagirone presente anche nei consigli di amministrazione di testate nazionali importanti quali “Il Messaggero” e “Il Mattino”.

La famiglia che gestisce anche l’autority per la Comunicazione di Napoli ma che ha al suo interno anche quel cugino Francesco Bellavista Caltagirone noto agli ambienti giudiziari per alcuni affari illeciti per gli affari nei porti del Tirreno.

Un potere consolidato poi con la nomina di Mario Orfeo a direttore del Tg1 noto tra l’altro non soltanto per il suo curriculum da giornalista ma anche per essere il cugino di quel Vincenzo Maria Greco imprenditore del terremoto in Campania e nel progetto sull’alta velocità.

Ancora una volta la Tav sempre quella Tav che ha visto coinvolto anche lo stesso Pierluigi Bersani. Quell’alta velocità che unisce tutto il Grande Centro che mira a riprendersi quel potere sfuggitogli di mano dopo le inchieste milanesi di Mani Pulite condotte tra l’altro anche dall’ex pm Antonio Di Pietro.

Collegamenti decennali che dovrebbero far riflettere anche sul futuro di un’Italia che rischia di finire, politicamente, sotto il governo del Grande Centro guidato da Bersani e da Monti.

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