NUCLEARE ITALIA/ 4 centrali, mille segreti e la terza generazione. Che non c’è.

Partiamo da lontano per capire quale sia ad oggi la realtà del nostro Paese in rapporto al nucleare. Prima del referendum del 1987 in Italia erano presenti 4 centrali nucleari – a Trino Vercellese (Vc), Caorso (Pc), Latina e Garigliano (Ce) – alle quali si deve aggiungere un altro sito, Montalto di Castro (Vt) nel quale si stava lavorando per la costruzione di un quinto impianto. Il referendum, come detto, bloccò i lavori e portò alla chiusura dei siti funzionanti. Da alcuni anni, però, il nucleare pare essere una delle priorità energetiche dei vari Governi Berlusconi che si sono succeduti. Anche e soprattutto dell’ultimo.

di Carmine Gazzanni

foto tratta da Fazeful

nucleare_segretiNel 2050 l’80% dell’energia tedesca arriverà da eolico e fotovoltaico. E i benefici non saranno soltanto ambientali, anche economici: i reattori danno lavoro a 30mila persone, la green economy ne occuperà 340 mila. Questo è quello che è stato prospettato dalla Germania conservatrice di Angela Merkel, che ferma, per almeno tre mesi, sette dei suoi sedici reattori. Un atteggiamento di prudenza, dunque, che si è verificato anche in altri Paesi nei quali il nucleare è già presente in pianta stabile da anni: l’Austria ripenserà l’intero programma energetico, la Svizzera ha sospeso nuove costruzioni e perfino la Francia si sta interrogando sulla sicurezza dei suoi 57 impianti. Soltanto in uno Stato, il nostro, pare esserci una controtendenza assolutamente inspiegabile.

Partiamo da lontano per capire quale sia ad oggi la realtà del nostro Paese in rapporto al nucleare. Prima del referendum del 1987 in Italia erano presenti 4 centrali nucleari – a Trino Vercellese (Vc), Caorso (Pc), Latina e Garigliano (Ce) – alle quali si deve aggiungere un altro sito, Montalto di Castro (Vt) nel quale si stava lavorando per la costruzione di un quinto impianto. Il referendum, come detto, bloccò i lavori e portò alla chiusura dei siti funzionanti. Da alcuni anni, però, il nucleare pare essere una delle priorità energetiche dei vari Governi Berlusconi che si sono succeduti. Anche e soprattutto dell’ultimo.

Nel febbraio del 2009, infatti, il nostro Paese ha firmato un accordo con il governo francese per realizzare 4 reattori di tecnologia EPR (centrali di “terza generazione”) da 1.600 MW. E si fa sul serio considerando che già nel febbraio 2010 è stato approvato un decreto ministeriale sui criteri localizzativi e che a queste quattro centrali bisognerà aggiungere altri siti poiché il Governo vorrebbe arrivare a produrre dall’atomo il 25% dell’energia elettrica. Dunque il Governo sta ragionando come se quanto accaduto nel 1987 con il referendum non fosse mai accaduto. E non è finita: nelle recenti elezioni regionali, quasi tutti i candidati (e gli eletti) alla carica di Governatore hanno dichiarato, chiaramente, di non volere il nucleare sul proprio territorio. Eppure il Governo va avanti per la sua strada.

E se formalmente ancora non è possibile stabilire la localizzazione degli impianti (manca ancora l’Agenzia per la sicurezza nucleare che per legge dovrebbe indicare le caratteristiche territoriali dei siti idonei), in realtà noi oggi conosciamo l’elenco delle 50 aree potenzialmente idonee a localizzare una centrale nucleare. L’elenco – reso noto in un dossier di Legambiente – presenta diversi siti dislocati in ben 15 regioni italiane: 7 sono in Puglia, 6 in Toscana, 5 in Sardegna e Sicilia, 4 in Calabria, Lombardia e Veneto, 3 in Emilia Romagna, Lazio, Friuli Venezia Giulia, 2 in Campania, 1 in Basilicata, Molise, Piemonte e Umbria.

Dunque siamo in presenza di una “lista” delle possibili aree papabili. Ma c’è qualcosa che non torna. Bisogna infatti tener presente che la legge Sviluppo (la n. 99 del 2009) e il successivo decreto legislativo sui criteri localizzativi (il n. 31 del 15 febbraio 2010) prevedono che le caratteristiche delle aree idonee alla realizzazione di una centrale nucleare vengono sì definite dal Governo, ma sulla base di una proposta elaborata dall’Agenzia per la sicurezza nucleare che però ancora non è stata varata. E questa proposta, se seguisse un iter corretto, non potrebbe affatto portare agli esiti sperati dal Governo: gli standard internazionali per la localizzazione di impianti atomici sono infatti ampiamente noti. Senza entrare troppo nei tecnicismi sono principalmente quattro le caratteristiche che dovranno avere le aree idonee ad ospitare una centrale nucleare: elevata stabilità geologica e scarsa sismicità del sito, adeguata disponibilità di acqua per le necessità impiantistiche, opportuna distanza dai centri abitati, presenza di una importante rete di trasporto dell’energia elettrica.

Ma non è finita qui. A queste localizzazioni, infatti, va aggiunta la localizzazione relativa al deposito o ai diversi siti che dovranno essere realizzati per lo smaltimento delle scorie. Qui la questione è ancora più problematica, anche per quello che è accaduto in passato. Come ricorda Legambiente, nel novembre 2003 il Governo Berlusconi II scelse in gran segreto senza coinvolgere minimamente il territorio, l’area di Scanzano Jonico in Basilicata per la realizzazione del deposito di smaltimento definitivo delle scorie radioattive, per poi tornare sui suoi passi dopo le proteste delle popolazioni interessate all’area. Ebbene, oggi il Governo sembra aver intrapreso la stessa identica strada intrapresa allora. A fine settembre, infatti, alcune inchieste giornalistiche hanno svelato alcune indiscrezioni che davano per concluso il lavoro curato dall’azienda Sogin (società per azioni con un unico socio, il Ministero dell’Economia e delle Finanze) di selezione delle aree potenzialmente disponibili per ospitare il deposito di scorie radioattive.

Si tratterebbe – si legge nel dossier curato da Legambiente – di una lista di 52 aree, ciascuna avente almeno 300 ettari di estensione, localizzate tra Puglia, Molise e Basilicata (in particolare l’area calanchiva e la Murgia in provincia di Matera), tra il Lazio e la Toscana (la Maremma e la provincia di Viterbo), tra l’Emilia Romagna e il Piemonte (soprattutto nel Piacentino e nel Monferrato)”. E qual è stato l’iter seguito per la selezione delle aree? Anche in questo caso non c’è alcun modo per capire in che modo si sia proceduti. Un segreto istituzionale che lascia adito a numerosi interrogativi.

Ma la questione “scorie” non finisce qui. Il Governo Berlusconi, infatti, sebbene continui a parlare della necessità del nucleare in Italia e della possibilità di smaltire facilmente le scorie, dimentica che il nostro Paese non ha  ancora smaltito l’eredità radioattiva lasciata dall’attività delle vecchie centrali nucleari fino al loro spegnimento definitivo avvenuto dopo la vittoria del referendum antinucleare del 1987.

E a quanto equivale questa eredità? Le cifre sono altissime. Secondo quanto riportato nell’Annuario dei dati ambientali di Ispra, in Italia nel 2007 erano stati censiti oltre 27 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, di cui quasi 8 mila nel Lazio e oltre 4 mila in Piemonte ed Emilia Romagna. Ma sono presenti rifiuti radioattivi anche in regioni piccole che potrebbero sembrare assolutamente innocue: in Molise, ad esempio, è stato riscontrato un volume di quasi 90 metri cubi di rifiuti radioattivi (più che in Sicilia dove il volume non arriva neanche ad un metro cubo). Questi rifiuti sono stoccati ancora presso le ex centrali nucleari, gli impianti del ciclo del combustibile e presso i centri di ricerca che li hanno prodotti oltre ad alcuni depositi presenti sul territorio nazionale. Ma non è finita qui.

Infatti, ai 27 mila metri cubi di cui abbiamo parlato, bisogna aggiungere, secondo Legambiente, altri metri cubi derivanti dallo smantellamento degli impianti della filiera nucleare, stimati dalla Sogin in oltre 50mila metri cubi. E ancora: ci sono i rifiuti radioattivi provenienti dalle attività mediche, industriali e di ricerca. Il totale dei rifiuti radioattivi cresce e lascia allibiti: oltre 70 mila metri cubi. La domanda è spontanea: cosa succederebbe se l’Italia diventasse anche un Paese nucleare?

LA CLAMOROSA BUFALA DELLA CENTRALE “DI TERZA GENERAZIONE”

La risposta di coloro che sono favorevoli al nucleare è scontata: le centrali di terza generazione sono molto più sicure ed economiche. In Italia, infatti, si è scelta la tecnologia francese EPR, quella appunto di terza generazione. I fautori, chiaramente ne parlano egregiamente. Secondo costoro l’EPR è una tecnologia industrialmente disponibile, sicura, di cui si conoscono dati certi di tempi e di costi; i sistemi di sicurezza sono semplici e diversificati per assicurare massima efficienza e affidabilità; in più riduce del 15% i rifiuti radioattivi ad alta attività per ogni MWh grazie al migliore sfruttamento del combustibile.

Ma queste sono tesi assolutamente false, che non trovano riscontro nella realtà. Iniziamo dai costi. L’EPR, infatti, non è affatto conveniente, anzi: il primo reattore EPR al mondo, la cui costruzione è iniziata nel 2005, sarebbe dovuto entrare in funzione ad Olkiluoto in Finlandia dopo 4 anni con una spesa prevista di 3 miliardi di euro. A distanza di 5 anni dall’apertura del cantiere le opere sono ancora in alto mare, il cantiere dovrebbe chiudersi in almeno 7 anni e mezzo e i costi sono già raddoppiati rispetto alle stime iniziali, arrivando a toccare i 6 miliardi di euro. Questo spiegherebbe perché numerosi Paesi (ad eccezione, a questo punto, dell’Italia) hanno fatto dietrofront riguardo la costruzione dei reattori EPR: nel dicembre del 2007 il Sudafrica ha annullato l’offerta; nell’aprile 2008 è stata la volta della società statunitense Ameren UE che, visti i costi, ha cancellato l’ordine di un EPR da costruire in Missouri; nel luglio 2009 il Canada ha sospeso la gara per la realizzazione di due EPR da 1.600 MW; ancora gli Emirati Arabi Uniti dove l’offerta di costruire due reattori EPR è stata definitivamente accantonata nel dicembre 2009; l’ultima debacle in ordine temporale è datata ottobre 2010 ed è rappresentata dalla rinuncia della società energetica statunitense Constellation Energy Group ad una mega garanzia pubblica (7,5 miliardi di dollari) per la costruzione di un reattore di terza generazione a Calvert Cliffs nel Maryland.

Ancora, i sistemi di sicurezza. Come ricorda Legambiente, il 2 novembre del 2009 le Autorità per la sicurezza nucleare di Francia, Gran Bretagna e Finlandia hanno diffuso una nota congiunta con la quale si mostrano le falle del sistema di sicurezza degli impianti di terza generazione. Questi sistemi, infatti, poiché digitali e non più analogici come in passato, “non assicurano una affidabilità adeguata e rischiano perciò di non garantire il controllo del reattore in caso di necessità”. In più c’è da ricordare che il sistema di sicurezza degli impianti non è indipendente da quello ordinario di controllo, che normalmente gestisce il reattore.

Questo vuol dire che, in caso di emergenza o di guasto del sistema ordinario, quello di sicurezza potrebbe non entrare nemmeno in funzione. D’altronde nel documento si legge anche che tale sistema di sicurezza non è mai stato approvato. In sostanza l’EPR, “venduto” in Italia come tecnologia provata, è un prototipo di cui non è completo nemmeno il progetto. Tesi questa confermata anche dalla stessa azienda elettrica francese EDF, quando ha annunciato a metà 2010 i crescenti ritardi e costi anche nel cantiere a Flamanville in Francia.

Pare, inoltre, che pur di rendere economicamente appetibile l’EPR, si siano aumentati i rischi di incidente. Ricorda Greenpeace che “sono emersi problemi assai seri sulla qualità delle saldature nelle condotte del circuito di raffreddamento primario”, una struttura di importanza fondamentale per la sicurezza dei reattori. La questione emerse da un’inchiesta condotta dal principale quotidiano finlandese: intervistando operai e tecnici del cantiere venne fuori che i lavori erano andati avanti a tappe forzate, spesso con controlli solo cartacei.

In più, nel marzo 2010, la pubblicazione di documenti riservati della società EDF da parte dell’associazione francese “Sortir du nucléaire” ha messo in evidenza altri aspetti sconcertanti: l’EPR, infatti, è stato progettato per modulare la produzione dell’energia elettrica a seconda della domanda grazie a un sistema per la gestione del reattore, denominato “Ritorno istantaneo in potenza” (RIP). Affichè questo accada, però, si prevede la possibilità di rimuovere le barre di controllo dal reattore che, secondo un documento di EDF del febbraio 2007 che sarebbe dovuto rimanere segreto, potrebbe causare un grave incidente nucleare simile a quello di Cernobyl.

E ancora. Secondo Areva, l’azienda pubblica francese costruttrice degli impianti, il reattore di terza generazione, rispetto a un reattore tradizionale e a parità di elettricità prodotta, permetterebbe di ridurre la quantità di scorie ad alta attività del 15%. Questo è vero. Ma a quale prezzo? Bisogna infatti tener presente che se il volume delle scorie diminuisce, aumenta la loro radioattività e pericolosità. Senza entrare troppo nella questione, basti ricordare che il reattore EPR dispone di un maggior quantitativo di uranio fissile (l’U-235 di cui abbiamo già parlato) e quindi dopo la fissione produce e contiene al suo interno un maggior quantitativo di scorie radioattive.

E allora? Qual è il reale motivo che si nasconde dietro questa corsa irrefrenabile al nucleare? Perché negli ultimi anni – come ricorda il WWF – l’Italia ha destinato alla ricerca in quest’ambito il doppio delle risorse destinate alle fonti rinnovabili? Perché sono stati stanziati 60 milioni di euro per la ricerca sui reattori di quarta generazione, quando, a detta di tutti, l’Italia è tra i Paesi più favoriti al mondo per quanto riguarda il solare e la geotermia, in particolare quella di bassa e media temperatura, il cui utilizzo è a oggi praticamente irrilevante? Non si è affatto maliziosi, allora, se si pensa all’interesse dei “soliti noti”.

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