NUCLEARE IN ITALIA/ Pro e contro di una “pazzia” economica e ambientale…

“Quando i nuclei degli atomi si dividono, viene rilasciata una quantità di energia”. Questa è, in parole povere, l’energia nucleare. Potrebbe sembrare qualcosa di inoffensivo, ma in realtà non lo è. Tutti i processi nucleari, infatti, producono materiali radioattivi altamente pericolosi: mutazioni genetiche, malformazioni, cancro, leucemia, disordini del sistema riproduttivo, immunitario, cardiovascolare ed endocrino. Sono tutte malattie legate alla radioattività.

di Carmine Gazzanni

centrale-nucleare_enelGreenpeace, nel suo rapporto “Energia nucleare: una pericolosa perdita di tempo”, spiega in maniera molto chiara come avviene il processo nucleare: “i reattori nucleari commerciali, impiegano l’uranio come combustibile. Ancor prima di essere usato nei reattori, le fasi di preparazione di questo combustibile sono causa di grave contaminazione“ . In effetti, già solo l’estrazione e la lavorazione dell’uranio produce scorie radioattive estremamente pericolose. Addirittura, secondo i dati Greenpeace, “un minerale uranifero contiene solo lo 0,1% di uranio”. Il resto, dunque, sono scorie da smaltire. E non è finita qui: la maggior parte dei reattori nucleari richiede un tipo di uranio specifico, l’uranio-235 (U-235), che costituisce “solo lo 0,7% dell’uranio presente in natura”.

Una parte assolutamente esigua. E allora? Per aumentare la quantità di U-235 l’uranio estratto dai minerali viene “modificato” attraverso un processo artificiale, tramite il quale si ottiene una “una piccola quantità utilizzabile di uranio arricchito e una grande quantità di scorie”: il cosiddetto “uranio impoverito”, un metallo pesante, tossico e radioattivo. Ma il processo nucleare non finisce qui: l’uranio così prodotto viene trasformato nelle centrali in “un ricco cocktail di elementi radioattivi estremamente tossici e pericolosi, tra cui il plutonio”. Ed è proprio questo elemento la causa prima della pericolosità dell’energia nucleare, in quanto difficile da smaltire e, dunque, letale. Basti pensare, infatti, che secondo gli ultimi studi il plutonio impiegherebbe per il suo smaltimento “circa 240.000 anni”. E la Terra esiste soltanto da 200 mila.

È evidente, dunque, che l’energia nucleare è dannosa anche a prescindere da casi di assoluta emergenza com’è avvenuto in Giappone. Le scorie prodotte e il loro (mancato) smaltimento ne sono esempi eloquenti. Cerchiamo di capire quale sia il problema. Oggi si tende a distinguere tra scorie a bassa e media attività e scorie ad alta attività. Le prime includono parti delle centrali nucleari smantellate (cemento, metalli), ma anche i vestiti protettivi monouso, la plastica, la carta, il metallo, i filtri e le resine.

Questi tipi di scorie “restano radioattive – si legge nel dossier – per periodi di tempo che vanno da alcuni minuti a migliaia di anni e devono essere conservate in condizioni controllate per tutta la durata del periodo”. Le scorie ad alta attività, invece, includono i materiali che contengono elementi altamente radioattivi (come il plutonio): anche un’esposizione di un paio di minuti a questo tipo di scorie può essere fatale. Ebbene, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) stima che, ogni anno, l’industria dell’energia nucleare produca l’equivalente di circa 1 milione di barili (200.000 metri cubi) di scorie a basso e medio livello e circa 50.000 barilinon c’è un sistema sicuro e certo di smaltimento. (10.000 metri cubi) delle più pericolose scorie ad alto livello. Cifre, insomma, che fanno rabbrividire. Soprattutto se si pensa che, ad oggi,

Uno dei metodi più utilizzati è il “riprocessamento”: il plutonio e l’uranio non utilizzati vengono separati dalle scorie, allo scopo di essere riutilizzati nelle centrali nucleari. Ma il beneficio pare essere assolutamente minimo: innanzitutto perché scorie nucleari pericolose e plutonio separato vengono ripetutamente trasportati attraverso gli oceani e i confini nazionali e lungo i paesi e le città perché non tutti gli Stati hanno a disposizione gli strumenti per il riprocessamento (la stessa centrale di Fukushima trasportava le scorie fino in Francia). In più solo una minima parte del materiale radioattivo viene recuperato e ulteriormente utilizzato come combustibile nucleare. E il resto?  

Altre scorie che, secondo ultimi studi, risultano essere ancora più dannose: uno studio pubblicato nel 2001 ha dimostrato un aumento dell’incidenza della leucemia tra i minori di 25 anni che vivono in un raggio di 10 chilometri dall’impianto di riprocessamento di La Hague, nella Francia nordoccidentale. E ancora: un altro studio – questo del 1997 – ha riscontrato nel Regno Unito una quantità di plutonio nei denti dei giovani che vivevano vicino all’impianto di riprocessamento di Sellafield, doppia rispetto a quella presente nelle persone che vivevano in altre zone.

Per risolvere il problema l’industria nucleare, con il supporto di alcuni fisici, ha avanzato una soluzione: in pratica “insabbiare” le scorie, immagazzinare le scorie in depositi geologici profondi. Ma il rapporto “Rock Solid”, elaborato dalla dottoressa Helen Wallace mostra i limiti di un tale smaltimento. Innanzitutto perchè stiamo parlando del tentativo di cercare di seppellire migliaia di tonnellate di scorie radioattive estremamente pericolose per intervalli di tempo che sono più lunghi dell’esistenza della specie umana sul pianeta Terra (240 mila anni a confronto dei 200 mila di vita dell’uomo). Ma non è tutto. La dottoressa Wallace ha anche elencato possibili conseguenze dannose di un tale insabbiamento: sviluppo di gas o surriscaldamento con cedimento della camera di stoccaggio, reazioni chimiche inattese, incertezze sulle caratteristiche geologiche (falde, ecc…) del sito, future ere glaciali, terremoti.

“LA FONTE ENERGETICA PIÙ COSTOSA E MENO COMPETITIVA”

Si potrebbe pensare, a questo punto, che a tutte queste possibili conseguenze assolutamente letali faccia da contraltare uno sviluppo energetico altissimo. Nulla di più falso. Nel dossier “Cambiamenti climatici, ambiente ed energia”, il WWF dichiara che “tutti gli studi internazionali mostrano come l’energia nucleare sia la fonte energetica più costosa e meno competitiva”. Piuttosto modesto, infatti, risulta il contributo del nucleare: 6,2% della produzione energetica mondiale; valore questo in realtà sovrastimato perché considera come recuperabile l’intero calore prodotto nel processo di fissione; è in realtà ben noto come le centrali nucleari siano in grado di utilizzare solo circa un terzo del calore generato, vale a dire quello che riescono a convertire in elettricità. Proprio per questo, dunque, il contributo effettivo del nucleare si attesta intorno al 2% dei consumi energetici mondiali.

È evidente, dunque, il carattere incompetitivo del nucleare, carattere acuito anche da altri motivi: innanzitutto l’energia nucleare può fornire soltanto elettricità, mentre il grosso del consumo energetico è costituito da carburanti per i trasporti e calore per riscaldamento e processi industriali. E ancora: l’uranio non è presente abbondantemente in natura. Dichiara il WWF: “se si pensasse di sostituire per la produzione di elettricità, tutta l’energia fossile con quella nucleare, le riserve di uranio si esaurirebbero nel giro di pochissimi anni. Di fatto già oggi la produzione d’uranio è inferiore al reale fabbisogno degli impianti in esercizio”. Solo parole? Assolutamente no: il costo dell’uranio è aumentato di 10 volte fra il 2003 e il 2007, proprio perché scarseggia in natura.

Bisogna anche notare che nessuna nazione europea, e tanto meno l’Italia, dispone di riserve di uranio, per cui non sarà certo lo sviluppo del nucleare che potrà aiutarci ad avere maggior indipendenza energetica. Il costo dell’uranio, dunque, è destinato a salire vertiginosamente. Proprio per quanto detto sinora – considerato la scarsità dell’uranio in natura e il fatto che il nucleare non produca altro che energia elettrica – è facile rendersi conto che tutti quegli appelli governativi secondo i quali le centrali nucleari farebbero precipitare le importazioni di petrolio, sono colossali bugie che non possono avere assolutamente credito. Anzi, ci troveremmo ad importare sia l’uno che l’altro, sia il petrolio che l’uranio. Una dipendenza energetica assoluta.

È evidente, dunque, come il nucleare sia senza mezzi termini una fonte energetica sconveniente anche da un punto di vista economico. Non è un caso, d’altronde, che la stessa AEIA (International Atomic Energy Agency), nel rapporto “Energy, elettricity, and nuclear power estimates for the period up to 2030” pubblicato nel 2007, ha parlato di un declino progressivo dell’utilizzo del nucleare. Basti pensare agli Stati Uniti, dove i produttori di energia elettrica sono privati: qui non si costruisce una centrale nucleare dalla fine degli anni ’70. Ma i costi sono esorbitanti anche per altre questioni. Ad iniziare dalle spese di costruzione delle centrali: le stime più recenti del DOE (Department of Energy) per il costo di una centrale sono di 5,3 miliardi di dollari per 1000 MW. Ma sono stime ancora ottimiste: nel febbraio 2010 gli USA hanno approvato un progetto di due centrali con un costo di oltre 6.000 $/kW. In più ci sono i costi di smantellamento. Per vie ufficiali oggi noi sappiamo che corrispondono in genere al 15% dei costi di costruzione. Ma, secondo anche i pochi casi di smantellamento effettuati, i costi sono pressappoco uguali a quelli di costruzione: insomma, una spesa altissima per un contributo energetico minimo.

Sono evidenti, a questo punto, i limiti – ambientali, salutari, economici, energetici – del nucleare. Eppure l’Italia sembra proprio che non voglia farne a meno …

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