MPS/ I manager finanziano il Pd? Sono costretti. Lo dice il regolamento del partito. Pena l’esclusione

Pochi giorni fa offrivamo un quadro delle ingerenze della politica nelle banche: ben 23, tra manager ed ex manager del Monte dei Paschi, hanno finanziato, chi un modo chi in un altro, il Partito Democratico. C’è da stupirsi? Niente affatto. Probabilmente pochi lo sanno, ma è il Pd stesso a “obbligare” non solo i tesserati, i consiglieri, i parlamentari ed europarlamentari, ma anche coloro che ricoprono incarichi in enti pubblici (vale a dire società partecipate, consorzi, comitati) a versare una quota. In pratica anche tutti i trombati “sistemati” dal partito devono rendere grazie. E nello statuto del Pd senese, oltre a “enti pubblici”, spuntano anche “altri soggetti pubblici o privati”. Vale a dire coloro che siedono nella Fondazione del Monte dei Paschi. Pena la “incandidabilità a qualsiasi altra carica”.

 

di Carmine Gazzanni

Lo dicevamo qualche giorno fa. Le ingerenze della politica negli affari delle banche (e viceversa) sono incredibili. A destra come a sinistra. Ecco perché non si può negare, nella fattispecie, che il Partito Democratico abbia le sue responsabilità morali nella vicenda Mps. È innegabile se consideriamo che dei sedici membri della Fondazione gestisce la banca, ben quattordici sono nominati dalla politica (la quale, a sua volta, in Toscana ha un solo colore ormai da decenni).  

Quattordici membri che non mancano di rendere grazie proprio al partito che li ha messi lì. Sono state tante, infatti, le donazioni e i bonifici arrivati in casa Pd dai manager ed ex manager (in tutto 23) che sono passati per il Monte dei Paschi. A cominciare da Giuseppe Mussari il quale, secondo i dati ufficiali della Camera, dal 27 febbraio 2002, data del suo primo assegno al partito, ha versato ben 683.500 euro al Partito Democratico (o alla sua versione precedente dei Ds).

E poi, ancora, Saverio Carpinelli, presidente di Mps capital service (176.063 euro); Alessandro Piazzi, deputato della Fondazione Mps (162 mila euro); Riccardo Margheriti, presidente di Mps banca verde (133 mila euro); Silvano Andriani, presidente di Mps Axa (123 mila). E ancora Ernesto Rabizzi, presidente della stessa banca oggi al centro delle indagini, l’Antonveneta, con 125 mila euro versati tra il 2010 e il 2011; Fabio Borghi, già presidente di Mps gestione crediti, con 71 mila euro; Moreno Periccioli, attuale consigliere di Banca Antonveneta di nomina Mps (69.400 euro); Luca Bonechi, presidente dell’immobiliare della Fondazione, la Sansedoni spa; Paolo Fabbrini, consigliere della stessa Fondazione; i revisori Giovacchino Rossi e Marcello Venturini;  l’ex vicepresidente di Mps Aldighiero Fini.

fondazione-monte-paschi_costretti_a_pagareÈ proprio a questo, punto, però che arriviamo all’assurdo. Tali finanziamenti, infatti, contrariamente a quanto si possa pensare, non sono donazioni spontanee da parte di manager di area democratica che sanno bene che siedono su quella poltrona anche per la mediazione del partito. No. Tali finanziamenti, invece, sono dovuti. Obbligatori. Li richiede il partito. Sembra assurdo, ma è proprio così.

Qualche dubbio sorge già leggendo il regolamento finanziario nazionale del Pd. All’articolo 7 – “contributo da eletti” – per il versamento del contributo mensile, non sono citati soltanto i “parlamentari nazionali” (punto 1), i “parlamentari europei” (punto 2) e i “consiglieri regionali”, ma anche coloro che siedono in “enti locali territoriali” (punto 3). Una definizione un po’ generica che lascia aperta anche l’interpretazione secondo cui “enti” sarebbero società partecipate, consorzi, comitati in cui, spesso, vengono sistemati i trombati dalla politica che, in questo modo, pur non essendo più onorevoli, riescono a non uscire mai definitivamente dal giro.

C’è però da tener presente che il regolamento finanziario nazionale altro non dà che direttive dato che, poi, ogni tesserato versa la sua quota alla sede locale di appartenenza. In altre parole, quelle nazionali altro non sono che linee-guida. Le vere decisioni, da questo punto di vista, vengono prese dalle realtà locali. E,in effetti, è facile constatare come ogni coordinamento territoriale abbia il suo bello statuto. Anche a Siena.

E cosa si dice nel regolamento del Pd della città toscana? Andiamo all’articolo 28, “doveri degli eletti, designati e nominati”. Leggiamo: “gli eletti e/o nominati presso enti pubblici e gli incaricati e designati presso altri soggetti pubblico o privati […] hanno il dovere di contribuire al finanziamento del partito, versando alla tesoreria una quota dell’indennità e degli emolumenti derivanti dalla carica ricoperta con i criteri e nella misura di cui ai successivi articoli”. Il testo è chiaro: non solo gli “eletti”, ma anche i nominati presso “enti pubblici” (come società partecipate) o presso “altri soggetti pubblico o privati” hanno l’obbligo di versare parte del loro stipendio al partito.

Cosa vuol dire questo? Che anche i quattordici designati dalla politica nella Fondazione Monte dei Paschi hanno l’obbligo del versamento. A prescindere se siano tesserati o meno, simpatizzanti o meno. Io ti designo? Tu paghi. Questa la semplice logica messa in piedi dal Partito Democratico senese.

E se qualcuno volesse sottrarsi all’assurda norma democratica? Viene fatto fuori. Continua infatti l’articolo: “il mancato o incompleto versamento del contributo previsto dal regolamento finanziario territoriale, è causa di incandidabilità a qualsiasi altra carica o e designazione da parte del Partito Democratico”. Una minaccia vera e propria: io ti designo, tu paghi (e tanto). In caso contrario ti sbatto fuori e ti chiudo tutte le strade future. Da veri democratici. Quando si dice meritocrazia.

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