MONTI/ Il bis? Si, ma sul debito pubblico: dallo staff di Pomicino ad oggi, niente è cambiato. Anzi.

Mario Monti come il salvatore della Patria? Come colui che avrebbe risolto la crisi economica e che prometteva l’azzeramento del debito pubblico nei prossimi anni? Niente di più falso, come emerge dalle dichiarazioni uscite negli ultimi giorni dell’ex ministro dell’Economia – triennio ‘89/’92 – Paolo Cirino Pomicino: “Il professore? – si legge nelle sue dichiarazioni – è stato il mio principale collaboratore fra il 1989 e il 1992, quando ero ministro del Bilancio del governo di Giulio Andreotti”. Peccato che quello sia ricordato come il triennio del disastro. Ecco il ritorno al futuro per un tecnico che continua a sbagliare tutto.

 

di Viviana Pizzi

monti_pomicino_debito_pubblicoGLI INCARICHI DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO NEL GOVERNO ANDREOTTI

Mario Monti, insieme a professori del calibro di Giancarlo Morcaldo e Paolo Savona , faceva parte dello staff di Paolo Cirino Pomicino.

Era componente di due commissioni: sul debito pubblico e sulla spesa pubblica. Non è tutto perché era anche inserito nel comitato scientifico della programmazione economica, guidato all’epoca da Luigi Cappugi, grande andreottiano. Di tutto questo non c’è traccia sul curriculum ufficiale di Mario Monti. È schivo nel parlarne anche Paolo Cirino Pomicino, il trait d’union tra il prof. e Montezemolo teso a sponsorizzare proprio il Monti-bis.

A chiarire come sono andate le cose, però, ci sono i risultati sulle ricerche della Banca d’Italia e della Ragioneria generale dello Stato. E non si tratta di nulla di buono. I numeri del debito pubblico di quel triennio ci lasciano anche capire perché il suo operato con Pomicino non sia stato mai pubblicizzato alla vigilia dell’incarico conferitogli dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano “per salvare il Paese dalla speculazione internazionale.”

 

IL DEBITO PUBBLICO NELL’ERA ANDREOTTI – POMICINO – MONTI

Il triennio che andremo a esaminare è quello precedente all’esplosione di Tangentopoli. Gli ultimi tre anni di una prima Repubblica che si concluse con le inchieste anticorruzione del pool di magistrati milanesi Di Pietro, Davigo, Colombo e Parenti.

Nel 1989, quando Paolo Cirino Pomicino si insediò al governo, il debito pubblico ammontava a 553.140.900.000 euro. Nel giugno del 1992, quando terminò il loro lavoro, l’indice era salito a 799. 500.700.000 euro. Un incremento di 249.359.800.000 euro.

In quegli anni si verificò anche l’esplosione del rapporto tra debito pubblico e Pil che introdusse la tempesta finanziaria scoppiata all’inizio degli anni ‘90. Quando il premier di allora, Giuliano Amato, fu costretto a una manovra di 103 miliardi delle vecchie lire il peso del debito balzò dal 93,1% del 1989 fino al 105,2% del 1992.

Nello storico del rapporto tra Pil e debito pubblico dal 1970 fino al 2009, rilevato dalla Banca d’Italia, si può infatti notare che la curva rossa del debito supera quella del prodotto interno lordo proprio negli anni in cui Mario Monti era consulente di Paolo Cirino Pomicino ossia tra il 1989 e il 1992. Complici la corruzione e la spesa pubblica quel grafico non è più rientrato, anzi è la prova che paghiamo e continueremo a pagare per colpa di politiche dissennate che arrivano da lontano. Dagli anni pre-Tangentopoli. Proprio quando Monti era consulente del Ministero per l’Economia.

DA ALLORA AD OGGI: SCENARIO INQUIETANTE

La situazione nel 2012, dopo un anno di governo Monti, è catastrofica. Il peso del debito, che si calcola in rapporto al Pil, è arrivato al 126%. Una punta mai toccata prima.

Abbiamo a disposizione, grazie al Ministero dell’Economia, le cifre mese per mese del debito pubblico da quando Monti è diventato il presidente del Consiglio. Fino all’undici luglio del 2012, lo ricordiamo, è stato lui stesso ministro dell’Economia per poi passare il timone a Vittorio Grilli e ai sottosegretari Vieri Ceriani e Gianfranco Polillo.

Da ottobre 2011, quando era ancora in carica il governo Berlusconi, ad oggi il debito pubblico italiano è aumentato di 93 miliardi di euro. In soli undici mesi. Un ritorno al futuro di cui in pochissimi vogliono parlare. E si capisce bene il perché.

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