MISTERI ITALIANI/ Manuela Tirone, il ritorno della dottoressa

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A luglio di due anni fa per puro caso la scoperta della sua scomparsa. A gennaio 2009 sono già tanti i particolari che non tornano. Ed ora tre siti su Facebook segnano il suo “ritorno” virtuale, con tanto di dialoghi e amici in rete. Ma è davvero morta Manuela Tirone?

 

Manuela Tirone come Moana Pozzi. La storia di una scomparsa, con tanto di certificato di morte all’anagrafe, che non cessa di presentare punti oscuri destinati ad aprire sempre nuovi, inquietanti interrogativi. Due personaggi per anni e anni amati dal grande pubblico, due donne intelligenti e dall’indiscusso carisma che escono di scena quasi in silenzio, lasciando dietro di sè le ombre lunghe di troppe circostanze inspiegate e inspiegabili. L’inizio e la fine: ecco i due momenti che destano oggi la maggiore apprensione in chi conosceva bene Manuela.

Partiamo per una volta proprio dalla fine, da queste ore di inizio luglio 2010.. Chi e perché gestisce quotidianamente la bellezza di tre siti su Facebook a nome “Dottoressa Tirone”, con tanto di foto che la ritrae in piena forma, col camice bianco, come al tempo dei suoi migliori anni? Chi impartisce quotidianamente consigli e risposte al posto suo? E perché uno dei tre siti ha come unica immagine una bara con le insegne di Padre Pio, sulla quale siede una sorridente pin up, gambe accavallate, occhiolino malizioso ed in mano una coppa di champagne, come per un macabro brindisi rivolto a lettori e fan?

Ce n’è abbastanza da restare pietrificati. Perciò torniamo indietro, all’inizio di questa vicenda. A gennaio 2009, dopo mesi di ricerche ed un’attesa in qualche modo “scaramantica”, fummo i primi a dare la notizia dalle colonne di questo giornale.

Nell’inchiesta “Il mistero della Via Krupp” ripercorrevamo il calvario della malagiustizia subito per oltre dieci anni dalla famosa dietologa, una via crucis costellata da avvoltoi, che lei puntualmente chiamava a rispondere del loro operato nelle aule di tribunale: curatori fallimentari disonesti, avvocati collusi con la controparte ed una serie di sinistre figure che, mese dopo mese, si erano appropriate di tutti i beni appartenenti alla sua famiglia, cominciando dall’immobile caprese di via Krupp per finire a Torre Ranieri, il complesso monumentale a picco sul mare di Posillipo. E ci sarebbero state in particolare due persone, una ex factotum ed un professionista napoletano, che – stando al racconto della dottoressa – avrebbero ancora in casa dipinti dell’Ottocento napoletano a tutta parete ed oggetti da museo che, fino a prima del presunto crack, diverse volte avevamo potuto ammirare nell’antico appartamento di Manuela in via Chiaia.

Delle traversie giudiziarie che hanno coinvolto la dottoressa è testimone uno fra i magistrati napoletani maggiormente noti per il suo rigore investigativo, Maria Antonietta Troncone, oggi procuratore aggiunto di Nola e all’epoca inflessibile pm a Napoli. «La dottoressa Tirone – spiega alla Voce – era parte offesa del delitto di concussione contestato a tre funzionari pubblici. La condotta illecita si concretizzava nell’induzione al versamento della somma di un miliardo (di vecchie lire, ndr) affinché la professionista ottenesse la corresponsione del contributo previsto dalla legge 219 sul dopo terremoto per la ristrutturazione di Torre Ranieri». 

A maggio del 2000, nella fase delle indagini preliminari – ricostruisce ancora il procuratore aggiunto Troncone – era stata sentita dall’allora pm Arcibaldo Miller (ora capo degli ispettori di Via Arenula). Col supporto di un’ampia documentazione, nel corso di quella verbalizzazione Manuela si soffermò sull’esistenza di vere e proprie “cordate” composte da magistrati, avvocati e loro parenti, interessate ad acquisire la disponibilità di Torre Ranieri.

Dalle denunce della Tirone partono le indagini per un nuovo procedimento: l’ipotesi è di abuso d’ufficio a carico di “persone da identificare” ed è qui che il pm Troncone comincia a raccoglierne la testimonianza. Siamo a settembre del 2000 e l’inchiesta andrà avanti almeno per altri due anni. Di mezzo c’è sempre Torre Ranieri, che la dietologa ribadisce essere di sua proprietà ed affidato fiduciariamente alla Ciclamino srl di Milano. E c’è quell’andamento “anomalo” della pratica, in corso da anni sia negli uffici comunali di Napoli che presso la Soprintendenza competente, per ottenere il via libera ai lavori di restauro dell’edificio, sottoposto a vincolo. Tirone fa nomi e cognomi dei suoi «persecutori», i quali intendono mettere le mani sulla Torre. Uno di loro risultava coniugato con una magistrata in servizio. Ma un’altra toga spuntava nel racconto, ed era la stessa che si era occupata del processo per bancarotta, che di lì a dieci anni si sarebbe concluso col proscioglimento della Tirone.

ASSALTO ALLA TORRE

Fin da dieci anni fa, insomma, quel bene era oggetto di famelici appetiti. E a ricordarlo era stata la stessa Manuela nel sito www.dottoressatirone.it (oggi oscurato, ma con dominio a suo nome rinnovato ancora a gennaio 2010), cui aveva dedicato con passione gli anni dal 2006 al 2008, ripercorrendo le tappe della sua vita professionale ed aprendo il “Salotto dei grassottelli”, nel quale dava risposte ai lettori su diete e vita sana, compresa quella dei suoi amatissimi amici a quattro zampe. Una risposta – lo ricordiamo – era presente sul sito con data 28 aprile 2008.

Chi, oltre alla Voce, è tornato recentemente ad indagare su questo caso è Alfredo Iannaccone, caporedattore di Globalpress. L’unico, nel silenzio “tombale” di quella grande stampa che l’aveva nel corso degli anni intervistata, criticata, celebrata, dai rotocalchi per famiglia come Oggi e Gente ai settimanali di gossip (dove campeggiavano i ricordi sulla storia d’amore giovanile con Renato Guttuso), fino ai quotidiani locali e nazionali. Tutti zitti anche quando, all’indomani delle prime notizie (luglio 2008) date ai colleghi dai redattori del nostro giornale, non ci fu nessuno, nemmeno al Mattino di Napoli, disposto a dedicare qualche riga a quella strana scomparsa. Alla fine dello scorso anno sembrava fossimo riusciti a far riaprire il caso attraverso la redazione di “Chi l’ha visto”. Se ne occupano Gianluca Nappo e l’inviata Raffaella Notariale. Raccolgono testimonianze e documenti, vengono alla Voce, fanno interviste. Poi da Roma si ferma tutto. L’Ordine dei Medici afferma che esiste un certificato di morte con data 9 marzo 2008. E il caso, per loro, si chiude lì.

Oggi un analogo certificato è nelle mani di Iannaccone: si tratta di un documento del servizio anagrafe di Roma nel quale l’ufficiale di stato civile Filomena Piggianelli il 16 giugno 2010 afferma che «Tirone Alma, nata a Napoli il 29 gennaio 1952, residente a Napoli, nubile, è morta in Roma il 16 marzo 2008». Da un colloquio con addetti della polizia mortuaria romana Iannaccone ha appreso che il decesso sarebbe avvenuto all’ospedale Vannini, in via Acqua Bullicante. In seguito la salma sarebbe stata traslata a Benevento «città di cui era originaria la sua famiglia», è stato detto in risposta alla domanda del cronista. Manuela era nata ed ha sempre vissuto a Napoli: come ben sa chi la frequentava, con il capoluogo sannita non aveva alcun tipo di rapporto ne’ tantomeno familiari o parenti. 

Una vecchia compagna di scuola delle elementari, nel quartiere Fuorigrotta di Napoli, oggi ricorda solo che «Manuela aveva una sorella, di età assai maggiore della sua, ma noi amiche di allora non la avevamo mai incontrata». Lei lo aveva raccontato anche a noi, di questa sorella distante, nello spazio non meno che nel cuore, da anni residente a Milano. 

Sarebbe stata proprio «una nipote», secondo il portiere dell’ultimo domicilio, in via Bracco, ad «arrivare per chiudere la casa, portar via il cane (l’amatissima bassotta Paolina, ndr) e le poche cose rimaste». Tutto in fretta, tutto. Tranne l’armadietto con tanti suoi effetti personali che era rimasto presso lo studio del collega Paolo Loperto, dove Manuela si appoggiava per le visite. A luglio 2009, quando riusciamo a rintracciarlo, Loperto ci conferma di averlo appena gettato fra i rifiuti, visto che nessuno lo aveva reclamato fino ad allora. Niente che avesse un valore materiale, ma tanti ricordi, quelli sì. Carte, appunti, forse documenti in cui risiedeva la spiegazione di certi misteri. Loperto ci aveva spiegato che Manuela era ammalata. Forse un tumore.

Un medico – e Manuela lo era a tutti gli effetti, con una grande preparazione professionale – queste cose le capisce prima degli altri. Ma perché, allora, nell’ultima telefonata di febbraio alla Voce, parlando con un’amica che tante volte aveva cercato di sostenere le sue giuste ragioni, non ne fece che un accenno molto vago, senza mostrare alcuna reale preoccupazione sul male che di lì ad un mese circa se la sarebbe portata via? E perché, come ha scoperto Iannaccone, ancora a fine gennaio di quel 2008 rilasciava una brillante intervista allo storico delle tv Massimo Emanuelli, nella quale spiegava fra l’altro di essere «in attesa di nomina come direttore generale di un’Asl, incarico da cui sono stata ingiustamente discriminata»? Era lui, Emanuelli, la persona alla quale la Tirone si riferiva nell’ultima telefonata alla Voce, lui avrebbe dovuto scrivere un libro sulla sua vita: «la dottoressa me lo aveva chiesto, ne parlammo a inizio 2008. L’idea mi piaceva, ma non trovai l’editore disposto a pubblicarlo».

DEPREDATA ANCHE DA MORTA?

Gli interrogativi, a questo punto, sono tanti e pesanti. Se realmente la dottoressa Tirone è morta quel giorno a Roma, chi continua ad usurparne il nome e l’immagine su Facebook, spacciandosi per lei? E perché questo “qualcuno” ha inteso inserire anche il sito con la bara e la ragazza che si fa beffe di tutti noi?

Al di là del mondo virtuale – che, pure, talvolta sa dirci tante cose – quale fine hanno fatto i beni di Alma Manuela Tirone? E chi c’e’ ora dietro la società Ciclamino srl che, come da cartello apposto sulla facciata, ha eseguito i lavori di ristrutturazione a Torre Ranieri nel 2009?

Se i giornalisti per le loro indagini sono fermati da numerosi limiti, per la magistratura, invece, c’è ancora tanto da scoprire. Perché Manuela, di certo, non si aspettava di morire di lì a poco e, in assenza dei controlli da parte di familiari, anche l’errore medico è un’ipotesi che ci potrebbe in teoria stare. Sempre che a sorridere seduta su quella bara di Facebook non sia lei, sfuggita «a questo mondo crudele», come tante volte diceva, e capace di tutta la sagace auto-ironia che l’ha sempre contraddistinta e sostenuta.

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