DIFESA/ Gli sprechi del ministro Di Paola: risparmiare…spendendo 400 mila euro

Come fare per risparmiare soldi? Bisogna spendere. Sembrerebbe un paradosso, ma è così che bisogna fare. Almeno per il ministero della Difesa italiano. Il gioco è semplice: con la spending review l’esecutivo ha stabilito una riduzione delle spese ministeriali; il ministro Di Paola ha deciso, a riguardo, l’unificazione delle attuali tre direzioni che gestiscono il personale. Ma per fare questo passaggio  (da tre strutture a una) è stata commissionata  – senza gara pubblica – una società. Costo dell’operazione: 400 mila euro.

di Carmine Gazzanni

Giampaolo-Di-PaolaArticolo 2, comma 1 della legge del 14 agosto 2012 n.135 (la cosiddetta spending review): “Gli uffici dirigenziali e le dotazioni organiche delle amministrazioni dello Stato […] sono ridotti nella seguente misura: gli uffici dirigenziali […] in misura non inferiore al 20 per cento di quelli esistenti”. La legge parla chiaro: il personale delle direzioni generali delle “amministrazioni dello Stato” – vale a dire anche e soprattutto i ministeri – dovranno subire un taglio minimo del 20 per cento. Bisogna risparmiare. Questa – ormai lo sappiamo tutti – è la parola chiave del governo Monti. Peccato, però, ci sia modo e modo di risparmiare. C’è chi, com’è ovvio che sia, risparmia dando un taglio alle spese e chi, invece, risparmia non rinunciando però ad un ulteriore ultima spesa. Ma anzi giustificandola proprio in virtù della necessità dei tagli. È quanto accaduto al ministero della Difesa, di cui, peraltro, già abbiamo parlato qualche tempo fa riguardo la riforma messa a punto da Giampaolo Di Paola. Due i punti centrali: militarizzazione del ministero e nessun taglio agli impegni finanziari del nostro Paese per la spesa bellica.

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Ma torniamo al risparmio sui generis del ministero. Stando infatti al taglio del personale previsto dalla spending review, per la Difesa la disposizione avrebbe comportato l’unificazione delle attuali tre direzioni generali che gestiscono il personale: Persomil, Persociv e Previmil. La prima amministra il personale militare (reclutamento, stato giuridico, avanzamento, disciplina, ricompense, onorificenze, infortunistica); la seconda quello civile; la terza invece si occupa di pensioni militari, di collocamento al lavoro dei volontari congedati e della leva. Ora, per rendersi conto dell’alto costo delle tre strutture basti fare un rapido calcolo. Cominciamo dalla Previmil: la direzione generale è retta da un dirigente civile, scelto direttamente dal ministero della Difesa, con l’incarico di Direttore Generale, coadiuvato da un Vice Direttore, scelto tra i dirigenti di seconda fascia dello stesso ruolo, “il quale – si legge – lo sostituisce in caso di assenza”. La direzione generale, poi è organizzata in Uffici, a loro volta organizzati in Reparti, a loro volta organizzati in Divisioni. Gli Uffici ed i Reparti sono retti da altri dirigenti civili, mentre le Divisioni sono rette da Ufficiali con il grado di colonnello o corrispondente delle FFAA e da dirigenti civili di 2ª fascia”.

Ancora più intricate Persociv e Persomil. La direzione generale della prima è articolata in 5 Reparti e 11 Divisioni; quella della seconda, invece, addirittura in 6 Reparti, 16 Divisioni e 5 Servizi, il suo Direttore Generale è coadiuvato da tre Vice Direttori Generali, dal Capo Ufficio del Direttore Generale (U.D.G.), dal Capo Servizio Coordinamento Giuridico ed Amministrativo (S.C.G.A.), dal Capo Servizio formazione informatica e dal Capo Servizio informatica. Insomma, una giungla.

Ecco – ora è chiaro – perché con la spending review si è deciso di razionalizzare spese e personale. Peccato, però, che l’unificazione dei tre rami non sia avvenuta secondo modalità e scelte interne al ministero. Giampaolo Di Paola, infatti, ha deciso di affidare ad una società privata di consulenza, la Price Waterhouse Cooper, lo studio per realizzare la fusione tra le tre direzioni generali.

Ragioniamo ora su tre particolari non da poco. Uno. In un momento di forte precarietà economica e sociale, in cui doverosa sarebbe una corretta ed equilibrata razionalizzazione delle spese, sarebbe stato opportuno sfruttare le risorse interne al ministero della Difesa piuttosto che ricorrere a consulenze esterne. Due. Nessuna gara pubblica è stata fatta, ma si è affidato arbitrariamente il compito di razionalizzazione alla Waterhouse Cooper, azienda di consulenza fiscale nemmeno italiana ma britannica. Tre. Il costo – almeno secondo quanto denunciato dall’onorevole Rosa Villeco Calipari (Pd) – si aggirerebbe intorno ai 400 mila euro.

In ultima analisi, dunque, il ministero ha speso 400 mila euro per ridurre le spese stesse. Come dire: risparmiare, a volte, vuol dire anche spendere. Sembra strano, ma per Di Paola è così.

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