MAFIOPOLI/ Le cosche dominano le industrie e gli illeciti ambientali

Mal’industria e mal’aria industriale: questi i due neologismi che rappresentano la dominazione delle mafie nella Penisola. Una malavita sempre più radicata nel settore industriale e di conseguenza non curante dei danni ambientali. Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra hanno la loro base ‘territoriale’ al sud ma sempre più spesso si integrano al nord, investendo sui mercati nazionali e internazionali. Siamo di fronte ad un “sistema mafiopoli” che coinvolge tutta Italia.

 

di Maria Cristina Giovannitti

pistola-e-soldiLa mafia è una piovra che amplia i suoi tentacoli in ogni settore e in ogni luogo. In passato il sud è stato il simbolo per eccellenza della criminalità mentre oggi il meridione è solo la base territoriale di una malavita che sempre più spesso investe al nord. Le cosche parlano lombardo, veneto ed emiliano soprattutto nelle industrie e, con i loro giri criminali, non si curano di avvelenare città ed uomini: possiamo parlare così di mal’industria e di mal’aria industriale. I due fenomeni, in forte crescita, sempre più spesso sono ritenuti la ‘normalità’ andando a fortificare il sistema mafiopoli.

 

MAL’INDUSTRIA – Cosa Nostra si è infiltrata ovunque, in particolare nel commercio e nel turismo e così il business delle mafie si muove verso ristoranti, bar, supermercati e centri commerciali. La nuova mafia oggi non ‘si sporca le mani’ ma ha il volto pulito degli imprenditori e dei professionisti. Secondo la Confesercenti ed SOS Imprese c’è un vero allarme per quanto riguarda le ‘mafie Spa’: quelle che prendono affari con gli imprenditori e  li tengono in pugno. Il fatturato della mal’industria è di ben 90 miliardi di euro annui ‘guadagnati’ tra usura, estorsioni, contraffazioni e gestione illecita degli appalti, pari al 7 percento del Pil, un guadagno da ‘tesoretto’. Ricordiamo che una tangente non è solo un ‘favoritismo’ in denaro ma qualsiasi tipo di baratto per un favore: per cui può essere un voto di scambio oppure un occhio di riguardo per la vincita di un appalto, ad esempio.

È proprio sulla privatizzazione degli appalti che in Lombardia la mafia coltiva i suoi maggiori interessi, raggirando le norme europee ed utilizzando il metodo volgarmente definito ‘QUINTO SESTO’ che funziona così: si vince un appalto. La legge permette di prorogarlo per un aumento, massimo del 20 percento. E così c’è un aumento considerevole di proroghe per appalti in modo che l’introito del 20 percento venga divisa equamente tra il clan che gestisce la privatizzazione e l’imprenditore di turno. Ma le mafie hanno anche le loro tasse –pizzo o racket– che ancora oggi è la fonte di entrata maggiore per i clan e così pagano il pizzo l’80 percento dei negozi di Catania e Palermo, il 70 percento delle imprese di Reggio Calabria e il 50 percento delle attività commerciali di Napoli, nord di Bari e Foggia.

Il fenomeno mal’industria diventa modus vivendi quando ci si abitua a certi compromessi e addirittura molti imprenditori vanno alla ricerca dei ‘signori del pizzo’ per mettersi in regola da soli. Questo atteggiamento non è assunto solo dalle ‘piccole aziende’ mosse dalla paura ma anche dalle grandi aziende.

Tra i vari esempi: la Italcementi Group – dove la Italmobiliare controlla la Italcementi Spa – una delle industrie di cemento più importanti con 22.850 dipendenti; 588 centrali di calcestruzzo; 5 produttori di cemento mondiale; 3 terminali;  62 cementerie e quotata in Borsa eppure, nonostante il prestigio e l’imponenza, entrata nel mirino della ‘Ndrangheta, sotto il tiro del clan Mazzagatti, in particolare con Giuseppe Mazzagatti figura collante tra gli imprenditori e i clan. Nel mirino anche gli Impregilio – una delle aziende più importanti nel settore delle costruzioni con 10 mila dipendenti e quotata in borsa con 716 milioni di euro e la Condotte Spa.


MAL’ARIA INDUSTRIALE – Generalmente, nel momento in cui la mafia manipola illecitamente il commercio delle industrie, è sempre più alta la possibilità di superare il limite delle norme ambientali. In questo caso, non curanti dei disastri ambientali, si cerca di camuffarli escogitando di tutto e pagando ‘mazzette’ che comprano il silenzio. L’ultimo caso dell’Ilva e il sistema Archinà ci insegnano. Ma tante ‘altre Ilva’ sono diffuse sul nostro territorio – non necessariamente collegate alla malavita, che, però, secondo il dossier di Legambiente non hanno ottenuto l’AIAAutorizzazione Integrata Ambientale rilasciata dalla Commissione Istruttoria AIA-IPPC che serve a ridurre, controllare, monitorare l’emissione di inquinanti prodotti dalle industrie.

L’Italia con il decreto 59 del 18 febbraio 2005 avrebbe dovuto  rilasciare quest’autorizzazione entro il 30 ottobre 2007 a tutti gli impianti o comunque adeguarli alle norme europee. Avrebbe dovuto ma in realtà non è stato così al punto che nel 2008 la Commissione Europea ha avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia. Ad oggi 2012 sono ancora 19 gli impianti che non hanno l’autorizzazione AIA. Sempre in pole position per emissione di polveri sottili, cromo, azoto, piombo ed altri inquinanti sono l’Ilva di Taranto e la Thyssenkrupp Acciai Speciali Spa di Terni.

A seguire gli altri nomi delle aziende ‘irregolari’ dal punto di vista ambientale: per gli impianti chimici la Tessenderd Italia Srl di Pieve Vergonte; la Ottana Polimeri Srl di Ottana; la M&G Polimeri Italia Spa di Patriarco; la Raffineria di Gela; la Plastipak Italia Preforme Srl di Verbania; la Yara Italia Spa di Ravenna; la Portovesmese Srla di Portoscuso; la Versalis Spa di Priolo; la Versalis di PortoTorres. Come centrali termiche la Vinyls Italia Spa; l’Enel Produzioni Spa di LaSpezia; il Tirreno Power Spa di Mirafiori; la Enel Produzioni di Portotolle; la Enel Produzioni di Venezia ed infine, come acciaieria, la Lucchini Spa di Piombino.

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