MAFIE ITALIANE/ Il business numero uno è l’abusivismo edilizio

Questo è quanto emerge dalla relazione di controllo della Corte dei Conti sulla “Gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata”. Il settore edilizio “è il più aggredito” poiché “permette di investire e riciclare somme ingenti con una certa facilità”. Il campo immobiliarefa da sponda naturale agli investimenti nelle costruzioni, creando una rete che va dalla produzione alla vendita del bene”. Ma la malavita organizzata non di ferma qui: punta anche sul commercio…

 

villaggio_coppolaMa la malavita organizzata non di ferma qui: punta anche sul commercio in quanto “la grande distribuzione consente di investire in noti franchising grandissime quantità di denaro, che diventa difficilmente rintracciabile e riconducibile alle mafie; i proventi illecitamente accumulati non sono utilizzati solamente nel comparto strettamente commerciale della grande distribuzione ma, anche, nella costruzione di centri commerciali e strutture affini”.

Dal 2006 al 2009 il valore dei beni confiscati alle criminalità organizzate sono stati molto elevati: circa 450 milioni di euro alla mafia (il 59% del totale), circa 190 milioni alla camorra (26%) e 90 milioni alla ‘ndrangheta (12%). Cifre chiaramente molto indicative.

Ma la relazione della Corte dei Conti va oltre, rivelando che circa la metà dei beni confiscati alle mafie, ben il 52,6 % (con picchi che superano il 60% nel Sud),  resta inutilizzata. Il motivo? Eccessiva lentezza delle procedure istituzionali e burocratiche. Nel rapporto, infatti, si illustra proprio quello che è l’iter che le istituzioni seguono per arrivare all’utilizzo del bene: “si è calcolato che i tempi che intercorrono tra il sequestro e la stessa confisca varia, in media, dai 7 ai 10 anni”; e questo grave ritardo sarebbe imputabile sia alla “sovrapposizione di competenze nelle amministrazioni investite”, sia alla “pluralità di soggetti chiamati ad intervenire”. Insomma, un vero e proprio “carrozzone” burocratico che rallenterebbe un processo che dovrebbe – a rigor di logica – essere il più immediato possibile. In più – aggiunge la Corte dei Conti – “un ulteriore dispendio di tempo si ha allorquando le cancellerie dei Tribunali devono comunicare all’Agenzia del demanio la definitiva confisca”. Gli ultimi dati disponibili parlano di 220 giorni di tempo per questa comunicazione nel 2004, 159 nel 2007, 105 nel 2008. Lassi infiniti di tempo.

E non è finita qui. In alcuni casi, addirittura, dopo aver destinato i beni confiscati, per l’effettiva consegna trascorrono anche anni. Insomma, tempi lentissimi che avvantaggiano enormemente le criminalità organizzate: le mafie, negli ultimi anni, “hanno sviluppato tecniche più raffinate relative all’occultamento dei beni, attraverso reti, spesso fittissime, di prestanome”; questo ha fatto sì che “le confische dei beni diventino sempre più complesse”. Insomma, secondo la Corte dei Conti si rende necessario uno sveltimento burocratico nella consegna e nella confisca dei beni, strumenti necessari per contrastare il potere economico mafioso. Senza dimenticare, inoltre, che l’iter amministrativo finora adottato “si presenta dilatato nei tempi, complicato nelle procedure e oltremodo dispendioso nei costi”.

Ma il Governo Berlusconi, stando alle parole dei suoi eminenti membri,  assicura di aver fatto e dato tanto alla lotta contro la mafia. Si fa l’elenco dei beni sequestrati e dei latitanti catturati. Peccato, però, che nessuna dica loro che il lavoro di Magistratura e Forze dell’Ordine è un lavoro autonomo e indipendente dall’esecutivo. E peccato, soprattutto, che nessuno abbia mai parlato di questo rapporto della Corte dei Conti.

Il Governo, infatti, era a conoscenza della lentezza delle procedure per la confisca e l’assegnazione dei beni che una volta erano possesso delle criminalità. E proprio per questo già l’anno scorso è stata avanzata una proposta di legge (al momento rimandata) che prevede la possibilità di vendere i beni confiscati all’asta. Riflettiamo a questo punto, alla luce di quanto detto sinora, sull’utilità e i benefici (e malefici) di questo provvedimento.

Quattordici anni fa oltre un milione di cittadini firmò la petizione che faceva richiesta al Parlamento dell’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello a cui aderirono tutte le forze politiche e che venne tramutato all’unanimità in legge (la 109/96). Ed oggi invece, cosa accade? Come detto, si potrebbe delineare la possibilità di vendere all’asta i beni confiscati se entro tre mesi – o massimo sei – non riescano ad essere destinati. Un modo per eludere il problema senza, in realtà, risolverlo. Anzi, un modo per acuire il problema stesso: come detto in precedenza, mediamente  trascorrono dai 7 ai 10 anni solo dal sequestro alla confisca del bene e, dunque, quasi la totalità dei beni sarà venduta all’asta, se questa proposta dovesse essere tramutata in legge.

E qual è il rischio? In questo modo si va delineando la possibilità che i beni “tornino nuovamente nelle mani di soggetti che si presentano apparentemente come immuni da ogni corruzione ma che, nella sostanza, alle stesse organizzazioni sono riconducibili”. E dunque? “Occorrerà adottare misure che garantiscano dal rischio di ‘surrettizia riappropriazione’ di quanto confiscato da parte del le holding criminali”. In pratica, pertanto, la Corte dei Conti ha bocciato in maniera clamorosa la proposta del Governo Berlusconi sulla confisca (ed asta) dei beni.

Ora aspettiamo di vedere cosa accadrà dopo il 14 dicembre. Ma, a prescindere da chi sarà bocciato e chi confermato, si rende necessario un intervento mirato per permettere uno sveltimento delle procedure nella confisca e, dunque, un contrasto più forte alle criminalità.

Anche perché, intanto, l’abusivismo edilizio si fa sempre più dilagante. Al Sud come al Nord

continua…


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