LORENZO ORNAGHI/ Il ministro targato Cl tra silenzi, svogliatezza e nomine ad amici e colleghi

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Forse non è il peggiore ministro del governo Monti. Sicuramente, però, è il più svogliato. Lorenzo Ornaghi, ministro per i Beni e le Attività Culturali, vicinissimo alla Cei e all’ambiente ciellino, è salito agli onori della cronaca dopo la nomina di Giovanna Melandri a capo della fondazione MAXXI. Dietro la figura dell’ex rettore della Cattolica, però, c’è molto da dire: nomine poco chiare, favori ai suoi amici accademici. E tanta, tanta svogliatezza e troppi silenzi davanti ai tagli e alle scelte sciagurate del suo governo.

 

 

ORNAGHI, L’UOMO DI RUINI E DI CL – Negli ambienti milanesi sono in tanti a saperlo. Lorenzo Ornaghi è molto vicino agli ambienti ecclesiastici e alla Cei. Buoni rapporti con l’ex cardinale Tettamanzi, ma decisamente più stretti con il cardinal Bagnasco. Più di tutti, però, preferisce Camillo Ruini. Non a caso è dal 1998 membro del consiglio di amministrazione del quotidiano Avvenire (di cui dal 2002 è anche vicepresidente) e direttore (dal 2003) di Vita e pensiero, la rivista ufficiale dell’Università Cattolica, di cui è stato rettore dal 2002 (fino alle sue dimissioni – a malincuore ma, come vedremo, studiate a tavolino – prima di entrare nel governo). Non solo. Ornaghi è anche nel consiglio di amministrazione dell’Istituto Toniolo, ente fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ma che gestisce anche le sezioni dislocate della Cattolica (oltre all’Ateneo di Milano, il Toniolo gestisce quelli di Brescia, Cremona, Piacenza, Roma, Campobasso), il Policlinico Agostino Gemelli di Roma, nonché la stessa rivista Vita e Pensiero. E poi i rapporti con Comunione e Liberazione. Negli ambienti universitari gira voce che la permanenza di Ornaghi come rettore abbia favorito l’ingresso e la presa di potere di Cl: tanto nei ruoli istituzionali, quanto in quelli accademici. Finanche – ci dicono – negli ambienti universitari e tra i movimenti giovanili. Basti d’altronde ricordare che, negli ultimi due anni, Ornaghi non è mai mancato al meeting di Rimini. Un appuntamento, per lui, come la Messa la domenica.

IL MINISTRO SVOGLIATO – Probabilmente Ornaghi non avrebbe voluto fare il ministro per i Beni e le Attività Culturali. Chi gli è vicino assicura che l’ex rettore avrebbe preferito il ministero dell’Istruzione toccato in sorte a Francesco Profumo. E, forse, è stata proprio questa decisione che ha portato Lorenzo Ornaghi ad un atteggiamento nei confronti del suo incarico, bonario e superficiale insieme. Avrebbe probabilmente preferito rimanere nel suo rettorato a Milano – ambiente che gli si confà decisamente di più – piuttosto che andare ogni mattina nella sede del Mibac. Non sarebbe un caso, allora, che Ornaghi ci ha messo ben dieci mesi prima di rassegnare le sue dimissioni. E lo ha fatto alla sua maniera: pur lasciando il rettorato, ha mantenuto in Cattolica la direzione dell’Aseri, l’Alta scuola di economia e relazioni internazionali, dove il politologo Vittorio Parsi figura come delegato ma non lo ha sostituito.

Al ministero, invece, la musica è decisamente diversa. Anche perché qui sono mesi che Ornaghi si lascia scivolare tutto addosso. Come se non sentisse niente. Come se non fosse presente. L’impressione – e vedremo perché – è che le decisioni vengano prese da altri al posto suo. Non è un caso che nei corridoi universitari milanesi abbiano cominciato a chiamarlo “Ponzio Pilato”. D’altronde lui stesso, quando seppe che avrebbe ricevuto il ministero per i Beni Culturali e non quello per l’Istruzione, aveva esclamato “siamo ai piedi di Pilato”, riprendendo la realistica e simpatica espressione popolare ed evangelica.

DAVANTI A TAGLI E PRIVATIZZAZIONI IL MINISTRO VA IN CINA – Era il 5 luglio scorso quando il governo Monti approvava la spending review. Tutti presenti, tranne uno. Ornaghi era in Cina, a Pechino, a presenziare l’inaugurazione cinese della mostra sul “Rinascimento a Firenze. Tra i tanti tagli a cui Ornaghi, vista la sua assenza, non ha potuto opporsi, uno in particolare: la soppressione dei comitati tecnico-scientifici ministeriali. Il che è un dramma soprattutto, appunto, per il MiBAC: scompariranno, infatti, tutti i sette comitati di cui dispone il ministero. Da quello per i beni archeologici a quello per i beni architettonici e paesaggistici; da quello per il patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico a quello per gli archivi; e poi, ancora, il comitato per i beni librari e gli istituti culturali; per la qualità architettonica e urbana e per l’arte contemporanea; infine quello per l’economia della cultura. Ma Ornaghi niente. Silente.

Così come lo è stato (anzi, qui è stato uno dei fautori) davanti alla privatizzazione in atto della Grande Brera di Milano e di tutti gli edifici vicini e tuttora funzionanti: insieme all’intera collezione, infatti, finiranno nelle mani della Fondazione privata anche l’Accademia di Belle Arti, la Biblioteca Nazionale Braidense, l’Osservatorio astronomico, l’Orto botanico, l’Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere. Ma niente. Ornaghi è uno che non parla. Semplicemente accetta.

IL CASO MAXXI, LA MELANDRI, IL FALSO “ROSSO”. E IL CUGINO MINOLI – Arriviamo, finalmente, al caso che ha risvegliato dal letargo il ministro: il caso MAXXI e la nomina di Giovanna Melandri. È il 18 ottobre scorso quando Ornaghi decide per la nomina della deputata Pd. Una decisione che certamente lascia interdetti.

Senz’altro è vero che il progetto della fondazione è stato avviato proprio sotto il ministero della Melandri durante il governo D’Alema; ma è pur vero che la deputata non ha mai avuto incarichi prettamente culturali o in istituti che lo fossero. Ecco il punto: perché nominare un politico a capo di una fondazione di arte contemporanea che di politico non ha proprio nulla? Basti, d’altronde, guardare al periodo precedente: presidente della fondazione fino a pochi mesi fa era l’architetto Pio Baldi il quale aveva contribuito alla sua realizzazione e che, peraltro, già era stato direttore generale per l’architettura e l’arte contemporanee (DARC) e direttore generale per i beni ambientali e paesaggistici del ministero per i Beni e le Attività Culturali. Insomma, una persona realmente competente a capo della struttura. Peccato, però, che nel mese di maggio la Fondazione MAXXI viene commissariata a causa di un presunto dissesto finanziario. Esatto: presunto. Già perché, come accertato in seguito, le responsabilità del bilancio in rosso erano da ascrivere non alla cattiva gestio della fondazione stessa, ma al drastico calo dei finanziamenti statali. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Baldi, il deficit registrato nell’anno 2011 sarebbe derivato dai tagli lineari effettuati in corso d’anno dal precedente Governo Berlusconi – come, ad esempio, del fondo Arcus – destinati al Fondazione MAXXI. Non solo. Comunque tale deficit sarebbe stato coperto grazie all’attivo dei bilanci 2009 e 2010: “Non c’è nessun buco nei bilanci 2010 e 2011 – aveva detto Baldi – Chi parla di una previsione di perdite pari a 11 milioni di euro nel prossimo triennio, confonde deficit con fabbisogno futuro”.

Eppure non c’è stata storia. Ornaghi ha deciso per un cambio in presidenza. Al posto dell’esperto Baldi, ecco la politica Melandri. Una scelta autonoma? Qualche dubbio viene, dato che il dg per lo Spettacolo dal vivo Salvo Nastasi (molto influente nel Mibac), capo gabinetto degli ultimi ministri, è genero di Giovanni Minoli. E indovinate un po’ chi è la cugina dello stesso Minoli? Proprio lei, Giovanna Melandri. Ma ci mancherebbe: parentele del tutto casuali.

LE ALTRE NOMINE. LO SGUARDO BENEVOLO AD AMICI E COLLEGHI ACCADEMICI – Ma il ministro, nella sua svogliatezza, sa il fatto suo. E non solo per quanto riguarda MAXXI e Melandri. Da buon rettore Ornaghi guarda al mondo accademico con un occhio di riguardo. Ed ecco allora piovere nomine che lasciano più di un dubbio. Come rivela L’Espresso, infatti, a maggio scorso è stato rinnovato il cda del Teatro della Scala. Al posto di Francesco Micheli (pianista e inventore del festival MiTo) Ornaghi ha nominato tale Alessandro Tuzzi. Sarà pura casualità, ma Tuzzi è vice direttore amministrativo proprio dell’Università di cui Ornaghi è rettore uscente, la Cattolica. A lui ha affiancato un’altra grande esperta di teatro e lirica: tale Margherita Zambon, “la cui famiglia – scrive ancora L’Espresso – controlla un gruppo farmaceutico con sede a Vicenza”.

E ancora. In questi mesi è stato rinnovato anche il massimo organo consultivo del Mibac, il Consiglio superiore dei Beni Culturali. Ebbene, anche in questo caso Ornaghi ha nominato amici accademici. Alla presidenza un filosofo del diritto, Francesco Maria De Sanctis, e come consiglieri il rettore della Statale di Milano Enrico Decleva, una politologa emerita, Gloria Pirzio Ammassari, e – manco a dirloun collega della Cattolica, Albino Claudio Bosio, preside di Psicologia. Tutti competenti, dunque, in campo artistico.

Finita qui? Certo che no. Un altro plenipotenziario al Mibac insieme a Nastasi è il sottosegretario Roberto Cecchi. Già funzionario del ministero, a lui si devono, tra le altre cose, il clamoroso affidamento del restauro del Colosseo a Della Valle e l’imbarazzante vicenda del crocifisso erroneamente attribuito a Michelangelo: tre milioni spesi quando ne sarebbero bastati trecentomila (la Corte dei Conti ha aperto un’inchiesta a riguardo). Ovviamente, il ministro si è guardato bene dall’allontanare il suo sottosegretario. Anzi, l’ha premiato, incaricandolo di nominare il nuovo direttore generale delle Belle arti e del Paesaggio. Il candidato più autorevole sarebbe stato Gino Famiglietti, coautore del Codice dei Beni culturali. Ma niente da fare. Famiglietti è stato allontanato dal ministero e trasferito in Molise, a Campobasso. Troppo lontano dal modello Cecchi-Ornaghi che infatti decidono di nominare Maddalena Ragni. Da responsabile della Direzione generale per i beni culturali e paesaggistici della Toscana, Ragni era divenuta famosa per una scelta discutibile, ovvero per lo spostamento (qualcuno insinua la distruzione) di un’area archeologica che avrebbe ‘intralciato’ la realizzazione di un capannone industriale della Laika. Quando si dice pensare al paesaggio e alla cultura.

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