L’ingovernabilità? Utile per gli affari (mafiosi): ecco chi, come e perché potrebbe averla determinata

Rosa Capuozzo, sindaco grillino del Comune di Quarto, parte lesa nella vicenda

Rosa Capuozzo, sindaco grillino del Comune di Quarto, parte lesa nella vicenda

In questi giorni tiene banco il caso del Comune di Quarto, dove la Camorra avrebbe sostenuto il candidato del Movimento 5 Stelle, per “stare con il vincitore”, come da prassi mafiosa. Questo “disgraziato sito” – facciamo il verso a Dagospia, non ce ne voglia Roberto D’Agostino – già nel marzo 2013, qualche giorno dopo le elezioni politiche che determinarono la fine di Bersani e il conseguente inizio del governo Renzi, tracciava un’analisi del voto della mafie. E oggi sta accadendo proprio quello che denunciammo quasi tre anni fa.

«Quando tutti sono preoccupati che siamo in crisi di governo…io ho degli amici che mi telefonano da New York e mi dicono “ah, perbacco, ti va male, non c’è il governo…” io invece gli dico “guarda che sto brindando a champagne… Mi auguro che non ci sia per molto tempo”.»

Questa intervista, scovata dalla Redazione de La Zanzara (Radio24), è stata rilasciata da un certo Silvio Berlusconi nella prima metà degli anni ’80. Già all’epoca l’ingovernabilità era una manna dal cielo. Per gli affari…

E visto che al giorno d’oggi nulla è cambiato, almeno nel rapporto tra ingovernabilità e affari, la domanda che ci siamo posti è: chi potrebbe essere interessato a determinare una situazione di instabilità per tornaconto economico? Quale azienda potrebbe avere questo Potere?

Esiste solo un’azienda in Italia, la prima in assoluto del Belpaese, a godere di tal capacità economico-elettorale: la Mafia S.p.A. , il cui fatturato annuo – secondo la Commissione Parlamentare Antimafia – si aggira sui 150 miliardi di euro all’anno e la cui forza elettorale è in grado di sovvertire qualunque ordine costituito. Soprattutto in alcune zone d’Italia.

Non dobbiamo dimenticare che, all’epoca dell’intervista rilasciata da Berlusconi in cui viene di fatto elogiata l’ingovernabilità per motivi di tornaconto economico, le imprese del Cavaliere – come emerso dalle risultanze processuali nel corso degli anni – erano sotto la lente d’ingrandimento della criminalità organizzata, Mangano faceva lo stalliere ad Arcore e Marcello Dell’Utri era il suo braccio destro.

Si potrebbe ipotizzare – e si badi bene al condizionale – sulla base di alcuni riscontri oggettivi che, anche nell’ultima pazza campagna elettorale, la criminalità organizzata, la Mafia S.p.a., abbia puntato in maniera scientifica ad una situazione di ingovernabilità?

È un’ipotesi che abbiamo preso in considerazione e che abbiamo vagliato attraverso l’analisi del voto nelle carceri dell’Ucciardone di Palermo e di Poggioreale a Napoli, nei comuni sciolti per mafia e nelle zone ad altissima densità mafiosa.

E quello che viene fuori potrebbe aprire la strada a nuovi scenari.

COME HANNO VOTATO LE MAFIE?

Difficile saperlo, ovviamente. Un’idea, però, possiamo farcela analizzando i dati elettorali dei comuni sciolti per mafia (solo nell’ultimo anno sono stati 25), di carceri che pullulano di boss (come l’Ucciardone a Palermo o Poggioreale a Napoli) e di quartieri a rischio come Secondigliano e Scampia. Il quadro che ne emergerebbe, avrebbe del clamoroso: i voti, in queste zone, sono “scientificamente” spartiti tra Pd, Pdl e Movimento 5 Stelle. Il dubbio che le mafie abbiano ricercato volontariamente l’ingovernabilità del Paese è forte. Ipotesi, questa, peraltro avvalorata dalla relazione dei servizi segreti italiani di qualche giorno fa, in cui emerge che “l’incremento delle difficoltà occupazionali e delle situazioni di crisi aziendale potrebbe minare progressivamente la fiducia dei lavoratori […] offrendo nuove opportunità di inserimento ai gruppi antagonisti già territorialmente organizzati”.

Partiamo da un dato. Solo nell’ultimo anno sono stati 25 i comuni sciolti per infiltrazione mafiosa. 6 in Campania (Casal di Principe, Casapesenna, Castel Volturno, Gragnano, Pagani, San Cipriano d’Aversa), 11 in Calabria (Bagaladi, Briatico, Bova Marina, Careri, Mileto, Mongiana, Nardodipace, Platì, Reggio Calabria, Samo, Sant’Ilario dello Jonio), 5 in Sicilia (Campobello di Mazara, Misilmeri, Racalmuto, Salemi, Isola delle Femmine). Ma anche uno in Liguria (Ventimiglia) e due in Piemonte (Leinì e Rivarolo Canavese). Più, infine, il primo capoluogo, Reggio Calabria. Totale: 25, appunto. Non è un record ma poco ci manca: nel 1993 infatti furono 31 i comuni interessati da un decreto di scioglimento.

Torniamo all’attualità, perché alle amministrazioni sciolte nel 2012 vanno aggiunte le 5 del 2011, tra l’altro ancora commissariate: tre in Calabria, Corigliano Calabro, Marina di Gioiosa Jonica, Roccaforte del Greco; uno in Sicilia, Castrofilippo; e Bordighera in Liguria. Oltre all’Azienda sanitaria provinciale di Vibo Valentia.

Senza dimenticare, ancora, che ci sono altri 14 comuni tenuti sotto stretto controllo e, per i quali, è stata altissima l’allerta nel periodo elettorale. Tre in Campania: Giugliano, Quarto e Torre del Greco. Uno in Puglia, Manduria. Dieci in Calabria: Ardore, Cardeto, Casignana, Gerocarne, Montebello Jonico, San Calogero, San Luca, Siderno, Taurianova, Rende.

Ora la domanda: come si è votato in questi comuni in cui – prova né è lo scioglimento – la forza malavitosa è determinante? Si potrebbe partire proprio da questo dato per cercare di comprendere verso che direzione si siano mosse le criminalità. È indubbio, infatti, che le mafie non siano rimaste con le mani in mano nella tornata più “importante” per gli affari che realmente contano. Ebbene, andando a vedere comune per comune i dati elettorali, il risultato inviterebbe a riflettere: se in tante realtà a vincere sono stati gli stessi partiti protagonisti dello scioglimento (soprattutto Pdl), in molte altre si assiste ad un boom dei Cinque Stelle e, in alcuni casi, anche ad una spartizione quasi scientifica dei voti tra le tre forze maggiori Pd, Pdl e M5S. Risultato: ingovernabilità assicurata.

IL VOTO NEI COMUNI SCIOLTI PER MAFIA

Iniziamo dal comune più rappresentativo tra i 25 sciolti, quello di Reggio Calabria. Il Pdl che ha governato la città ha candidato Demetrio Arena, ultimo sindaco prima dell’azzeramento per mafia.

Arena, nel caso della probabile rinuncia di Silvio Berlusconi che opterà per un altro collegio, potrà così approdare in Senato. Ebbene, qui il dato è eloquente: centrodestra al 29,62%; centrosinistra al 26,75%. M5S (primo partito) al 28,48%. Nei fatti, una spartizione quasi matematica dei voti. Una situazione molto simile ad altri comuni sciolti.

È il caso, ad esempio, di Racalmuto, in Sicilia: per il Senato i Cinque Stelle hanno raccolto il 32,30% di preferenze, mentre il centrosinistra il 31. Staccato, anche se di poco, il centrodestra con poco più del 26%.

Insomma, se in diversi comuni soprattutto campani il centrodestra vince in maniera plebiscitaria (così a Casapesenna, patria del boss Michele Zagaria, a Casal Di Principe, a Castelvolturno, a Pagani, a Gragnano, a San Cipriano D’Aversa), in altri si assiste ad un boom dei Cinque Stelle che raggiunge cifre molto vicine a quelle raccolte ora dal centrodestra, ora dal centrosinistra.

A Samo (Reggio Calabria), ad esempio, se il Pd va oltre il 27%, M5S è staccato di meno di due punti percentuali (25,97); a Campobello di Mazara (Trapani) i Cinque Stelle raccolgono il 39,49% dei consensi, mentre il centrodestra il 37,87 (centrosinistra al 13). Stessa situazione di appaiamento anche in altri comuni siciliani azzerati per infiltrazioni mafiose, come Misilmeri (centrodestra al 34, M5S al 31), Salemi (M5S: 34,89; centrodestra: 31,24), Isola delle Femmine (centrodestra e Cinque Stelle separati da solo un punto percentuale).

E se ci spostiamo al Nord? Situazione identica. A Ventimiglia (Imperia) il centrodestra raccoglie il 36,90% dei voti; i Cinque Stelle il 34,23. In Piemonte, addirittura, la spartizione è – ancora una volta – a tre. A Leinì M5S raccoglie il 35,42%, il centrodestra il 27,42, il centrosinistra il 24,46. Anche a Rivarolo Canavese la distanza tra i partiti è minima: centrodestra al 31,32, Cinque Stelle al 26,68, centrosinistra al 26,58. Insomma, dati alla mano, quello che emerge è una spartizione a tre dei voti in tanti comuni sciolti per mafia. E non solo in questi.

IL VOTO NELLE CARCERI: UCCIARDONE E POGGIOREALE

Per comprendere dove siano andati i voti delle criminalità si può far riferimento anche ad un altro dato, quello di carceri come l’Ucciardone a Palermo e Poggioreale a Napoli. Cominciamo dalla prima.

L’Ucciardone si trova nella circoscrizione Sicilia 1, quartiere di Borgo Vecchio (VIII circ), collegio n°12: i voti vengono portati nella scuola accanto al penitenziario, la scuola media statale Giuseppe Garibaldi (sezioni 142 e 518). Anche in questo caso il trend segue quanto già segnalato: se il Pd stacca tutti con 440 voti complessivi tra le due sezioni, i Cinque Stelle raccolgono 292 preferenze, il Pdl poco sotto con 216.

La spartizione è ancora più evidente se andiamo ad analizzare le sezioni a cui fa riferimento il carcere di Poggioreale. L’istituto si trova nella circoscrizione Campania 1 (provincia di Napoli), collegio n°26 Na-Secondigliano, sezioni 837-843. Ebbene, sommando i voti vediamo che il Pdl raccoglie 195 voti, i Cinque Stelle 173, il Pd 160. La distanza – è evidente – è minima.

IL VOTO IN ALTRI COMUNI AD ALTA DENSITÀ MAFIOSA

Prima di trarre possibili conclusioni, facciamo un ulteriore analisi. Andiamo a vedere i dati di altri comuni che, sebbene non siano oggi sciolti per mafia, lo sono stati in passato o sono sotto osservazione. Anche in questi casi il dato invita a riflettere. Prendiamo il risultato di Corigliano Calabro, comune sciolto nel 2011 e ancora sotto commissariamento. Se il centrodestra arriva al 32,22% di voti, i Cinque Stelle sono al 31,36, mente il centrosinistra al 22,07.

Anche a Bordighera (Imperia), altro comune azzerato nel 2011, la situazione è profondamente simile: centrodestra al 32,93, M5S al 31,25, centrosinistra al 21,48.

E ancora. Torre Del Greco (amministrazione tenuta sotto controllo dai commissari del ministero degli Interni): centrodestra al 28,47, M5S al 25,71, centrosinistra al 17,76. Scendiamo per la penisola e arriviamo a Rende, provincia di Cosenza. Qui i Cinque Stelle superano tutto e tutti collezionando quasi il 35% delle preferenze. Ma la situazione è simile alle precedenti: spartizione dei voti con centrosinistra (26,09) e centrodestra (22,66).

L’antifona pare essere la stessa anche in altre realtà tradizionalmente mafiose (e le cui amministrazioni sono state sciolte più volte in passato). A Burgio (Agrigento) il centrosinistra arriva al 30,57%, il centrodestra al 27,72, i Cinque Stelle al 25,36. A Casoria, invece, la distanza tra Pdl e M5S è di un solo punto percentuale (27,99 contro 26,36). Così com’è anche a Niscemi (Caltanissetta): Cinque Stelle al 36,34, Pdl al 34,03.

I CASI DI SCAMPIA E SECONDIGLIANO E LA SPARTIZIONE “A QUATTRO” DI ARDORE (REGGIO CALABRIA)

Scendiamo più nel particolare e andiamo a vedere come si è votato in alcuni quartieri ad alta densità criminale, come Scampia e Secondigliano. Qui i numeri sono ancora più eloquenti. Cominciamo con Secondigliano, dove il Pdl raccoglie 5.249 voti, M5S 3.738, il Pd 3.678. Tutti appaiati, insomma (sebbene il lieve vantaggio del partito di Berlusconi). Ma passiamo a Scampia: Pd 3100 preferenze, Cinque Stelle 2.955, Pdl 3.070. Una spartizione quasi omogenea.

Clamoroso, poi, il caso di Ardore (Reggio Calabria), altro comune attenzionato dai commissari. Qui la spartizione pare essere addirittura “a quattro”: Pdl al 20,72, Pd al 19,91, Movimento Cinque Stelle al 18,58 e Futuro e Libertà al 17,24.

LO STRANO CASO DI CASTELVETRANO

Nel comune che ha dato i natali a Matteo Messina Denaro, attuale capo di Cosa Nostra e quarto latitante più ricercato al mondo, “ricercato dal 1993, per associazione di tipo mafioso, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materie esplodenti, furto ed altro”, è successo qualcosa di piuttosto atipico, trattandosi di una realtà ad alta densità mafiosa: al Senato il Movimento 5 Stelle ha sfiorato il 40% dei consensi, lasciando a distanza siderale sia il Pdl (22,4%) che il Pd (14,8%).

Ora, a meno che non si voglia credere a Babbo Natale, agli asini che volano e a gente che promette la restituzione dell’Imu, è chiaro che c’è qualcosa che non va. E non perché ci sia una convergenza di interessi tra le mafie e il 5 Stelle – anzi, semmai è il contrario – ma semplicemente perché la prima azienda d’Italia ha capito, prima di altri, come sempre, che una situazione di ingovernabilità giova agli affari.

E stando ai risultati di diversi comuni a tradizionale presenza mafiosa, pare che i voti siano stati (quasi) equamente divisi tra centrosinistra, centrodestra e Cinque Stelle. E se nell’Italia gattopardesca nulla accade per caso e niente è come sembra bisogna porsi delle domande. 

Anche perché negli ultimi anni la magistratura ha portato avanti diverse inchieste sul modo in cui la malavita indirizza il proprio voto verso questo o quel partitoLungi da noi affermare che abbia stretto accordicchi di tal genere. Ma di certo non è pensabile che la Mafia Spa sia stata con le mani in mano.

In altre parole: è lecito pensare che la prima azienda d’Italia, in maniera del tutto arbitraria (senza cioè scendere a patti) abbia manovrato il proprio bacino elettorale in maniera tale da assicurarsi l’ingovernabilità del Paese (cosa che poi è avvenuta)?

Un’ipotesi, certo. Ma da non sottovalutare. Non solo per i numeri che abbiamo snocciolato. Ma anche per altre importanti considerazioni.

LA RELAZIONE DEI SERVIZI SEGRETI. GLI INTERESSI DELLE MAFIE PER L’INGOVERNABILITÀ

L’incremento delle difficoltà occupazionali e delle situazioni di crisi aziendale potrebbe minare progressivamente la fiducia dei lavoratori nelle rappresentanze sindacali, alimentare la spontaneità rivendicativa ed innalzare la tensione sociale, offrendo nuove opportunità di inserimento ai gruppi antagonisti già territorialmente organizzati per intercettare il dissenso e incanalarlo verso ambiti di elevata conflittualità”.

Il concetto espresso dai servizi segreti nella Relazione 2012 – pubblicata solo quattro giorni fa – sulla politica dell’informazione per la sicurezza, è chiaro e fa eco a quanto detto sinora.

Le criminalità mirano all’ingovernabilità del Paese dato che questa porta ad una disaffezione soprattutto da parte dei lavoratori che, gioco forza, potrebbero poi essere costretti ad appoggiarsi alle mafie. Ancora più esemplificativo quanto viene detto più avanti: persiste il pericolo che “un eventuale aggravamento dello scenario congiunturale, elevando i sentimenti di allarme nella popolazione, possa costituire fattore di aggregazione e generalizzazione del dissenso, favorendo l’azione delle frange che mirano alla radicalizzazione dell’offensiva sociale”. 

Come se non bastasse, ecco un’altra importante precisazione: “I gruppi criminali – chiosano i servizi – continuano a ricercare contatti collusivi nell’ambito della pubblica amministrazione, funzionali ad assicurarsi canali di interlocuzione privilegiati in grado di agevolare il perseguimento dei loro obiettivi economici e strategici, quali il controllo di interi settori di mercato e il condizionamento dei processi decisionali”.

Il dubbio che famiglie, cosche e ‘ndrine – in maniera del tutto arbitraria, va ribadito – abbiano cercato di condizionare il voto per assicurarsi l’ingovernabilità (e dunque affari e “consenso”, dunque soldi), rimane.

E non può essere eluso.

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