LEGA NORD/ “Padania libera” è lo slogan. Ma è a Roma ladrona che sverano Bossi & Co…

La secessione, la Padania libera, le balle spaziali che la Lega Nord propina ai suoi elettori cozzano contro un dato di fatto: il partito sverna in quella stessa Roma ladrona vista come il fumo negli occhi dalle camicie verdi. Tutto ebbe inizio da quella volta che Bossi, in riva al Po’, accecato dal Sole delle Alpi, pronunziò le famose ultime parole….

di Carmine Gazzanni

elettore-lega-nordIl Movimento politico denominato ‘Lega Nord per l’Indipendenza della Padania’, costituito da Associazioni Politiche, ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”. Questo si legge nell’articolo 1 dello “Statuto della Lega Nord per l’indipendenza della Padania”. Non c’è, dunque, bisogno di altre parole per comprendere adeguatamente quale sia il fine, l’obiettivo ultimo della Lega Nord: l’indipendenza dall’Italia.  Come definire, allora, un partito del genere? Secessionista. Punto.

Basti ricordare un piccolo particolare: fu proprio Umberto Bossi ad annunciare il 15 settembre 1996 di voler perseguire il progetto della secessione delle regioni dell’Italia settentrionale (“indipendenza della Padania”): organizzò una manifestazione lungo il fiume Po arrivando a Venezia e qui, dopo aver ammainato la bandiera tricolore italiana, fece issare quella col Sole delle Alpi verde in campo bianco, e proclamò provocatoriamente l’indipendenza della Repubblica Federale della Padania leggendo una dichiarazione che affermava “Noi Popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale, indipendente e sovrana”.

Fu sempre, poi, Bossi a venir condannato per il reato di vilipendio alla bandiera italiana per averla in più occasioni offesa usando, nella prima occasione la frase “Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo“, nel secondo caso, rivolto ad una signora che esponeva il tricolore, “Il tricolore lo metta al cesso, signora“, nonché di aver chiosato “Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che è un magistrato che dice che non posso avere la carta igienica tricolore“.

D’altronde sappiamo bene che senatùr & co. non hanno mai professato amore per Roma e per il Sud tutto. Soltanto qualche mese fa Bossi, parlando a Lazzate della possibilità di spostare il Gran Premio della Formula Uno da Monza a Roma, affermò: “I romani se lo possono dimenticare, Monza non si tocca e a Roma possono correre con le bighe”. Ma non è finita qui. Il Senatur – ci mancherebbe – si spinse oltre: ”Basta con Senatus Populusque Romanus, ‘il Senato e il popolo romano’, io dico ’sono porci questi romani’“. Il tutto condito dagli applausi degli infervorati leghisti presenti.

Non c’è mai stato amore per Roma, dunque. Oggi sentiamo Bossi affermare “Sono porci questi romani”. Ma quante volte, ancora, abbiamo sentito ripetere come una litania lo slogan che fa breccia nei cuori leghisti: “Roma ladrona”. Indimenticabile (purtroppo), a tal proposito, fu un’intervista del 19 settembre 2003 durante la quale il senatùr svelò che “la capitale è Milano, il governo dovrebbe stare al Nord, a Milano, e il Parlamento fra Venezia e Torino” e questo perché Roma capitale non è altro che “la continuazione di uno degli errori principali fatti dai Savoia e da Garibaldi”.

In un altro comizio (6 Aprile 2009 a Verbania) Bossi non accantonò l’idea di passare alle maniere forti: Queste elezioni potrebbero finire con la necessità di imbracciare i fucili e di andare a prendere queste carogne, la canaglia centralista romana […] canaglia romana!! Canaglia romana centralista, attenta! La Padania, i lombardi, decine di milioni di lombardi, di veneti, sono pronti a battersi per la loro libertà contro la merda che voi rappresentate!!!”. Interessante anche il commento di Maroni: “Qualcosa da dire sui fucili? E allora porteremo i cannoni”.

Ma non è finita qui. Come dimenticare le indicibili prese di posizione contro l’inno di Mameli. L’ultima iniziativa a tal proposito è stata avanzata qualche mese fa dal sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo: “Da adesso in poi le cerimonie si faranno senza inni”. Ma, come molti ricorderanno, non è nemmeno la prima volta che questo accade. Potremmo ricordare il caso di Curno, in provincia di Bergamo, dove la Lega Nord tentò di bloccare una mozione che chiedeva di affiggere nelle scuole d’Italia l’inno suddetto con la seguente motivazione: “L’Italia non esiste, è solo sulla carta”. Ancora più celebre l’episodio dell’inaugurazione di una scuola di Vedelago, per la quale si suonò, alla presenza di Zaia con la mano sul petto, il Va’ pensiero al posto dell’Inno. Ma di episodi alquanto grotteschi ce ne sono a centinaia: esami in dialetto per vigili, documenti ufficiali redatti in dialetto, il “federalismo meteorologico” proposto dallo stesso Zaia.

E poi le scuole, a iniziare dal celebre caso di Adro. O come la Scuola Bosina di Varese che ha ricevuto dal governo centrale (quella stessa Roma Ladrona di cui parlano i leghisti) 800mila euro per due anni. Meglio conosciuta come Libera Scuola dei Popoli Padani, quest’associazione è stata fondata nel 1998 dalla signora Manuela Marrone, “maestra di scuola elementare di lunga esperienza”, si legge nel sito, ma soprattutto moglie di Umberto Bossi. Nella cooperativa, che è a fondamento della scuola stessa, non compare soltanto la dolce metà del senatur, ma anche Dario Galli, Presidente della scuola, il quale, oltre ad occuparsi di “pedagogia padana” (?) è stato anche senatore della Lega. Insomma, si disdegna la gente meridionale, ma non i loro soldi, non i finanziamenti che vengono da “Roma Ladrona”, destinati a imprese, banche, scuole.

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