LAZIOGATE/ Sul Palazzo della Regione spunta l’ombra delle mafie

Lo scandalo corruzione scoppiato nella Regione Lazio ha catapultato al centro dell’attenzione tutto il territorio governato dalla Polverini. Eppure, quel lembo di terra amministrato prima da Piero Marrazzo (coinvolto nel sexy gate più famoso d’Italia) e poi dalla fedelissima di Berlusconi, continua a nascondere qualcosa di cui si fa fatica a parlare.

di Viviana Pizzi

laziogate_mafiaLa regione, in particolare la località balneare di Terracina, è stata protagonista di alcuni episodi legati alla criminalità organizzata che avevano già messo il Lazio sotto i riflettori. Era infatti il 23 agosto quando Gaetano Marino, esponente degli scissionisti della camorra campana, è stato ucciso da una scarica di colpi di arma da fuoco intorno alle 17 sul marciapiede di fronte allo stabilimento “Sirenella”.

Un agguato che non si aspettava forse nessuno: i passanti presenti sono scappati terrorizzati. Un mese prima, a Nettuno, il 24 luglio, veniva ucciso Modesto Pellino, noto camorrista napoletano appartenente al clan dei Moccia.

Uno scenario che parla chiaro: le mafie sono realtà anche nel Lazio, nonostante si faccia di tutto per nasconderlo, facendo finta che la delinquenza a Roma non sia quella economica che arriva dalla malavita organizzata. La criminalità, almeno secondo quanto vogliono far credere,  sembra provenire da altri canali cosiddetti “comuni”.

In tal senso un’inchiesta è stata portata avanti dal periodico “La Voce delle Voci”, che a sua volta riprende una notizia relegata fino a quel momento esclusivamente nelle pagine di cronaca di qualche giornale locale: nella procura della capitale non vi è alcuna traccia di inchieste antimafia.

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Questo avverrebbe perché, secondo il codice penale, per i reati da 416 bis di natura mafiosa sono competenti solo le direzioni distrettuali antimafia, dislocate presso i capoluoghi di alcune procure di frontiera. Se le procure ordinarie vengono in possesso di simili notizie di reato sono tenute a trasmetterle proprio alla Dda che, secondo l’articolo 51 bis, possono però delegare le prime a trattare episodi di natura mafiosa. “Lo spazio operativo – come spiega Elvio  Di Cesare, animatore dell’Associazione Caponnetto –  esiste ma resta relegato soltanto alla procedura”.

La situazione del Lazio, nel versante lotta alle mafie, non è tragica soltanto dal punto di vista delle inchieste giudiziarie. E la prova ci viene fornita da un’emittente privata locale, “Lazio Tv”. Proprio ieri sera, sull’onda di quanto accaduto a Terracina, era stato organizzato un dibattito sulle infiltrazioni della malavita organizzata nel comune di riferimento e in tutta la provincia di Latina. Patrocinava l’evento proprio l’Associazione Caponnetto che ormai da anni tenta di dare il meglio di sé per sensibilizzare la popolazione su questi avvenimenti. Ed ecco la notizia che in altri territori potrebbe lasciare interdetti i cittadini ma lì  viene presa come un evento normale: il primo cittadino, regolarmente invitato al dibattito, ha declinato l’invito.

Non sappiamo se ci possano essere motivazioni di natura politica che lo hanno portato a prendere tale decisione, ma resta comunque una cosa gravissima non interessarsi e non voler parlare di problemi delicatissimi che colpiscono il proprio territorio. Come se la sicurezza della gente che scappava, terrorizzata agli spari della camorra, venisse dopo questioni sicuramente più frivole.

Ma anche i presenti sembra che abbiano avuto problemi non indifferenti a inquadrare la situazione dell’omicidio di Gaetano Marino. “La presenza di infiltrazioni mafiose in quella parte del Lazio – emerge dal dibattito –  è ormai radicata da venti o trenta anni e riguardano il settore edilizio, dell’economia, agli appalti e al settore alberghiero,  ma continua a passare sotto un silenzio imbarazzante anche per gli stessi appartenenti di quel territorio”.

E non finisce, qui direbbe il famoso conduttore televisivo Corrado Mantoni: infatti c’è un altro grave episodio riconducibile proprio alla politica e proprio a quel Palazzo Regionale dov’è scoppiato il Laziogate.

Cosa hanno fatto prima la Giunta Marrazzo e poi quella Polverini? È presto detto: nel nominare i responsabili del servizio di vigilanza del palazzo lo hanno affidato a una società priva del certificato antimafia. Il fatto è relativo al 2005 ma è rimbalzato soltanto ieri sulle pagine de “La Stampa”.

L’appalto sarebbe stato assegnato il 25 ottobre 2005 dalla Giunta Marrazzo e ratificato poi da quella attuale della Polverini malgrado “la bocciatura da parte della massima autorità del settore: l’Avcp, l’autorità vigilanza contratti pubblici.” Che proprio il 7 giugno scorso aveva ribadito: “La Giunta avrebbe dovuto vagliare l’opportunità di non proseguire il rapporto contrattuale con la società stante la presenza di un’informativa antimafia emessa dalla Prefettura di Roma che ne denunciava il pericolo di infiltrazioni mafiose”.

Sulla questione sono state presentate anche interrogazioni al ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri che per ora sono rimaste senza risposta.

Elvio di Cesare, presidente dell’Associazione Caponnetto del Lazio, sembra essere una voce fuori dal coro quando insiste sulla presenza di infiltrazioni mafiose (da 30 anni) nella sua regione, provenienti soprattutto dalla Campania. Secondo la sua visione sensibilizzare i laziali è necessario affinché la lotta alla mafia “non ricada soltanto sulle spalle della magistratura”.

Si tratta di una lotta – ha aggiunto De Cesare – che va fatta in particolare sul piano degli attacchi ai capitali-economici, essendo le mafie, oggi, più che una semplice organizzazione criminale, una vera e propria ‘impresa’, non ce la fanno da sole a far fronte a tutte le esigenze”.

Un modello tipico degli Stati Uniti che nei mesi scorsi hanno deciso per l’applicazione di una sanzione economica molto pesante per chi intende fare “affari con la mafia”. Certo, il percorso nel Lazio è davvero molto lungo. Anche perché si continua a inserire i reati di stampo mafioso in inchieste di delinquenza comune. E intanto le Piovre possono prosperare.

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