LAVORO/ Se l’ente ministeriale sfrutta 200 co.co.co come dipendenti…

Può un ente vigilato dal ministero del Lavoro che si occupa proprio di svolgere ricerca e assistenza tecnica in ambito lavorativo sfruttare per anni più di 200 lavoratori precari, trattando semplici co.co.co come veri e propri lavoratori dipendenti? In Italia accade anche questo. Tanto che l’Isfol (Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale) è stato condannato dall’Inps a pagare più di un milione di euro per la regolarizzazione dei contributi da lavoro dipendente dei falsi collaboratori e come multa per il mancato versamento. Ma, per il momento, non è stato versato nemmeno un euro. Fornero, se ci sei batti un colpo!

 

di Carmine Gazzanni

precariato_enteFacciamo un esempio. Ammettiamo ci sia un’impresa privata che per anni sfrutti oltre duecento co.co.co. utilizzandoli, però, come veri e propri dipendenti. Cosa vuol dire questo? Semplice: grosso (ed illecito) risparmio per il privato. Nessun contributo versato, ferie non pagate, stipendio minimo, niente tfr. Insomma, un affarone per il proprietario dell’impresa privata. Capitano cose del genere. Sempre più spesso, visto il periodo di crisi.

Tempi bui, dunque, per i precari. Malpagati e costretti comunque a fare un lavoro che, nei fatti, non gli spetterebbe. Secondo gli ultimi dati un dipendente a tempo determinato non riesce a superare i mille euro al mese di reddito netto da lavoro. A rivelare questi numeri è un ente che si occupa proprio di ricerca e assistenza tecnica per regioni e governo centrale sui temi della formazione, dell’istruzione e – soprattutto – del lavoro e dell’inclusione sociale. Stiamo parlando dell’Isfol (Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale), ente pubblico di ricerca dotato di autonomia scientifica, vigilato dal ministero del Lavoro e facente parte del Sistema Statistico Nazionale.

Sin qui tutto normale. Ma facciamo un passo in avanti. Domanda: cosa potremmo pensare se fosse l’ente stesso che monitora i dati sul lavoro – precario e non – a cadere nelle stesse malefatte che esso denuncia? Quale fiducia potremmo avere dell’ente pubblico se proprio questo si comportasse come quell’impresa privata dell’esempio iniziale? Domande farneticanti? Ci piacerebbe dire di sì. Ma purtroppo non è altro che la realtà.

La denuncia arriva da diverse sigle sindacali – Anpri, Cgil Flc, Uil Rua, Usb – forti di un dossier peraltro redatto dagli ispettori del ministero stesso. Paradossi su paradossi, dunque. Scrivono gli ispettori: “L’Isfol ha utilizzato gli ex collaboratori come veri e propri lavoratori dipendenti. I contratti di collaborazione coordinata e continuativa […] hanno celato veri e propri rapporti di lavoro subordinato”. Si tratterebbe di ben 210 ex collaboratori che, nonostante contratti co.co.co., sono stati utilizzati come lavoratori dipendenti.

Il verbale è stato reso noto solo pochi giorni fa dall’Usb. Ma in realtà è già dal 2007 che la Direzione Territoriale del lavoro di Roma ha iniziato i suoi accertamenti intervistando i precari con contratti di collaborazione e i responsabili delle diverse aree dell’Isfol riscontrando, anche mediante l’esame di prove documentali, “la mancata genuinità” di 210 contratti di collaborazione ripetuti negli anni. Questo perché – riprendendo ancora una volta il verbale – “non vi era alcuna differenza tra co.co.co. e dipendenti nella suddivisione o modalità di gestione del lavoro”. Tanto che già allora la Corte dei Conti ha ingiunto l’ente pubblico al pagamento delle differenze contributive. Ma niente da fare. L’Isfol ha fatto orecchie da mercante.

E continua a farle ancora oggi. Dopo il verbale degli ispettori del ministero, infatti, ad essere intervenuto è stato l’Inps che ha addebitato oltre un milione di euro all’Isfol – per la precisione 1.388.763 euro – e per la regolarizzazione dei contributi lavoro dipendente dei falsi collaboratori e come multa per il mancato versamento. Fino ad oggi, però, nessun ex collaboratore si è visto risarcito. Insomma, l’ente pubblico sfugge ai controlli e alle condanne pubbliche. Incredibile, ma in Italia accade anche questo.

Non solo. Nonostante la pesante condanna, pare proprio che l’Isfol non voglia abbandonare questa sua discutibile (e illecita) linea. Secondo quanto denunciato dai sindacati, infatti, l’Istituto continuerebbe a servirsi di una quantità troppo elevata di lavoratori precari. Un numero – a detta loro – troppo alta per non far sorgere più di un dubbio: “Si tratta di 250 persone – spiegano le parti sociali – con profili che vanno dall’operatore tecnico, al collaboratore amministrativo, al ricercatore. Hanno quasi tutti oltre 40 anni e nel 63% dei casi sono donne”. Totale: circa il 40% dei dipendenti risultano essere collaboratori. Nei fatti, una percentuale che fa sorgere più di un dubbio sulla genuinità dei contratti.

Ma attenzione. I paradossi, infatti, non finiscono qui. Il silenzio dell’ente in risposta alle condanne e alle ingiunzioni è derivante da una lunga fase di stagnazione per via di mancanza di un vertice dirigenziale nell’istituto. Esatto: l’Isfol non ha un vertice dirigenziale. Un’assenza che, peraltro, dura dal luglio 2011. È proprio da questo mese, infatti, che l’Isfol viene commissariato. Come se non bastasse, poi, l’attuale Direttore Generale, Aviana Bulgarelli, è dimissionaria e i Capi Dipartimento sono stati nominati ad interim. Una struttura, dunque, praticamente inesistente. Non solo. Se andiamo a spulciare tra gli incarichi notiamo anche un piccolo di conflitto d’interessi, se così possiamo chiamarlo: il Commissario Straordinario dell’Isfol, Matilde Mancini, riveste al contempo anche il ruolo di Segretario Generale del ministero del Lavoro alle cui dipendenze c’è proprio la direzione generale per l’attività ispettiva. Quella direzione che, appunto, ha il ruolo di monitorare il lavoro e la genuinità contrattuale di enti e imprese. L’assurdo, dunque. 

Intanto, però, dal ministero tutto tace. Nessuna presa di posizione di Elsa Fornero. Nonostante la cattiva flessibilità – per dirla proprio come il ministro – riscontrata dagli ispettori tra le “mura amiche”. Ed ora i sindacati stanno pensando di presentare un più che condivisibile esposto in Procura.

Per il momento la realtà è solo una. A pagarne le conseguenze sono i lavoratori, malpagati e costretti, nonostante tutto, a fare lavori che non gli spetterebbero da contratto. Con l’aggravante, peraltro, di aver subito il torto da un ente pubblico che – paradosso dei paradossi – è sotto il ministero del Lavoro e che si occupa proprio di ricerche sul mondo occupazionale. Come si dice a Napoli, cornuti e mazziati.

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